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sabato, luglio 31, 2004

Il segretario della CGIL di Brescia, Dino Greco, s’inserisce con un intervento importante oggi, nel dibattito del Manifesto sulla sinistra radicale. Partendo dal dato incontestabile di una subalternità a posizioni politicamente centriste della sinistra moderata, egli sostiene un’operazione di convergenza tra le forze politiche e sociali che fanno capo ancora oggi a posizioni radicali, che possono andare dal marxismo all’ambientalismo, opponendosi a una concezione di riformismo come azione politica svuotata di progettualità, rilanciando un serio progetto riformatore che parta dal lavoro e che non si limiti solo a propugnare l’eliminazione delle nefandezze istituzionali del centro-destra (dalla legge 30 a quella sull’immigrazione) ma che punti altresì a un’alternativa vera e a un progetto di società reale.

Di seguito l’articolo integrale.   

 

Il progetto nell'alternativa
di Dino Greco


Dino GrecoCerto riformismo post-comunista è un po' come quel vecchio gatto che porta nel suo imprinting originario lo stigma del cacciatore, per cui quando vede un topo si mette «in presa», ma non sa più perché lo fa e dunque finisce per mangiare dallo stesso piatto con la sua potenziale preda, ormai tranquilla che nessun pericolo le potrà venire da tanto azzardo. Non paia questa metafora troppo irriverente, perché è provato che quando passi al sodo e discuti di salario, di precarizzazione del lavoro, di pensioni o di democrazia sindacale, scopri che il perimetro concettuale nel quale la sinistra moderata si muove è -sostanzialmente - quello imposto dalla vulgata liberista che ha fatto della compressione del lavoro la chiave della competitività d'impresa. Può allora capitare che se Epifani abbandona il confronto con Confindustria perché alle aperture del suo nuovo presidente corrisponde una proposta in cui «il morto afferra il vivo», Fassino - del tutto disinteressato al merito di quel contenzioso - si precipiti in Cgil per scongiurare che non si rompa l'idillio con il neonato fronte antiberlusconiano aperto, come si sa, alle più strabilianti cooptazioni. Non spiace, ovviamente, che Berlusconi perda consensi anche nel suo campo, il problema è semmai su quali basi programmatiche le forze che gli si oppongono intendano guadagnare i propri. Ora, che nella sinistra moderata stia ormai consolidandosi una strutturale sussunzione culturale ed ideale al «centro» è cosa talmente chiara da rendere superfluo ogni indugio sull'argomento. Dichiarata dissolta la classe (anzi, le classi), sterilizzato il partito dei suoi compiti di rappresentanza sociale, derubricato il conflitto a patologia ed espunto il tema dei rapporti di produzione, rimane un blando e ammorbato riformismo, anch'esso peraltro riclassificato come sfida per la modernizzazione nella quale competono e si alternano al potere elites più o meno competenti: il tutto rigorosamente circoscritto entro le compatibilità date.
Al riformismo della sinistra moderata, che si presenta - per dirla con linguaggio gramsciano - come rivoluzione passiva, occorre contrapporre una coalizione delle forze di sinistra sufficientemente coesa e rappresentativa, capace di costruire con l'opposizione moderata un serio compromesso programmatico che tracci, in positivo, una linea di discontinuità con il presente, ma anche con la precedente esperienza di centrosinistra. Questo comporta innanzitutto una volontà politica preliminare, la disponibilità del variegato mondo della sinistra radicale ad abbandonare la rincorsa di piccole, velleitarie, mediocri rendite di posizione; poi a ricostruire in termini non propagandistici il profilo di una rappresentanza sociale che individui nel lavoro e nella ricomposizione di esso il suo baricentro; quindi a ripensare i fondamenti (come suggerisce Asor Rosa), mettendo le acquisizioni più feconde del marxismo in tensione con la realtà attuale e con le soggettività che la innervano, dal pacifismo all'ambientalismo, dalla lotta contro le multinazionali e il diritto di proprietà intellettuale a quella contro le transazioni finanziarie speculative e l'esproprio dei beni comuni, fino alla critica dello sviluppismo e della crescita senza limiti.
L' irruzione sulla scena di nuovi, socialmente eterogenei soggetti non comporta affatto la rimozione di un'analisi che scavi più in profondità o il ripiegamento della teoria su un sincretismo culturale di breve respiro ma, al contrario, richiede uno sforzo di totalizzazione dialettica che non si identifica con la giustapposizione acritica delle diverse esperienze e neppure con la pretesa saccente di mettere le brache al mondo. Questa fatica deve essere ancora compiuta. Abdicarvi comporta le seguenti, gravi conseguenze: a) che le forze di tradizione marxista si limitino a cercare nella realtà la conferma dei propri schemi teorici, mentre l'azione diretta, concreta, rimane prerogativa di quanti si muovono deliberatamente in una sfera adattiva, oppure è svolta da una parte del sindacato (quando è ispirato) che dilata alla sfera politica la propria rappresentanza sociale, oppure ancora è assorbita dall'iniziativa feconda, ma inevitabilmente parziale e sussultoria dei movimenti; b) che il tema del potere politico, il tema dello stato, della trasformazione istituzionale e quello dell'egemonia, intesa come organizzazione della democrazia partecipata, come costruzione sul campo di diversi modelli di vita comunitaria solidale trovino più punti di tensione e di incomprensione che di sutura; c) che questa perdurante dicotomia renda più complicata l'individuazione di un denominatore comune e, soprattutto, la costruzione di un programma con cui rendere esplicito ciò che si vuole creare, senza la qual cosa diventa scarsamente credibile anche ciò che si intende distruggere. Di tutto questo ci si dovrebbe sommamente preoccupare. Non basta dire che è necessario abolire la legge 30, la legge Bossi-Fini, l'ennesima manomissione delle pensioni, la legge Moratti, la «riforma» istituzionale devoluzionistica, la riduzione delle tasse ai ricchi, la pratica aberrante dei condoni, la detassazione delle grandi eredità... e si potrebbe continuare. Non basta cioè pensare a un puro ritorno allo status quo ante rispetto al governo di centrodestra. E' indispensabile delineare un progetto riformatore che abbia al suo centro, nelle parti e nell'insieme, un nuovo corso della politica e dei rapporti sociali: impostare una grande riforma del welfare (dalle pensioni agli ammortizzatori sociali alla sanità) da finanziarsi con una tassazione fortemente progressiva che coinvolga anche la ricchezza finanziaria e patrimoniale e fare del sistema di protezione sociale e della spesa pubblica per la casa, la scuola , l'assistenza il volano di uno sviluppo fondato sui consumi sociali; rilanciare l'intervento pubblico come investimento e orientamento strategico, come intervento diretto nei settori nevralgici dell'economia e ridare dignità al concetto di programmazione; fare del salario, del contrasto alla precarizzazione l'enzima e la via virtuosa di un rinnovamento della stessa cultura d'impresa; favorire la diffusione della democrazia a tutti i livelli della società, promuovendo l'estensione dei diritti e delle tutele del lavoro alle piccole aziende e varando una legislazione di sostegno all'accertamento della rappresentatività sindacale e alla legittimazione dei contratti collettivi attraverso il voto di tutti i lavoratori interessati; fondare una politica di accoglienza dei migranti che affermi senza titubanza una cittadinanza di prossimità, non legata al diritto del sangue o del luogo di nascita.
Ecco un terreno sul quale tentare di ricostruire una soggettività politica del lavoro capace di superare la dimensione corporativa e di parlare a tutta la società. Dico ricostruire perché - come si sa e come duramente ci conferma l'esperienza- l'identità sociale non è un presupposto, un dato di partenza, ma un punto d'arrivo che deve essere costruito con pazienza, intelligenza e determinazione, altrimenti si rischia di imbattersi, sempre di più, in una singolare figura di operaio, costretto dalle circostanze a sussulti improvvisi di autodifesa, ma strutturalmente prigioniero dell'ideologia dominante ed in essa destinato a rifluire. Se di questo si potesse ragionare insieme per aprire una prospettiva finalmente convincente, varrebbe davvero la pena di essere della partita.






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giovedì, luglio 29, 2004

Nell’ambito della rubrica del Manifesto sulla sinistra radicale, Carla Ravaioli riprende l’invito della Rossanda sulla definizione dei contenuti dell’alternativa politica al sistema dato e lo fa recuperando forse una delle più interessanti suggestioni di quell’intervento (vedi post). La nuova sinistra che si verrebbe configurando come si porrebbe di fronte al capitalismo. Oggi infatti anche nell’ambito della sinistra antagonista tutti si definiscono antiliberisti ma solo in pochi anticapitalisti. Questo è dovuto al fatto che in passato il capitalismo grazie alla spinta progressiva del movimento operaio è riuscito effettivamente a migliorare le condizioni di vita sociale, ma oggi non è più così. Esso si pone al mondo, e non solo nella versione neoliberista che ne rappresenta la degenerazione postmoderna, come agente di precarizzazione e di attacco ai diritti fondamentali dei lavoratori. Forse varrebbe la pena ridefinire la rappresentanza politica della sinistra alternativa proprio partendo da qui.

Ecco di seguito l’articolo integrale.

 

Il contenuto da rappresentare
di Carla Ravaioli

 

Tra le tante sollecitazioni emerse nel folto dibattito su «Sinistra radicale», di particolare interesse mi pare la necessità, asserita da Rossanda, di «una presa di posizione sul tema se essere antiliberisti (cosa che tutti affermano) non significhi anche essere anticapitalisti». Cosa su cui «le sinistre sfuggono». Proprio così. Non solo le sinistre moderate hanno ormai cancellato dal loro vocabolario la parola «anticapitalismo». Anche partiti e gruppi di impianto antagonista di solito indicano il nemico nel neoliberismo, o nella globalizzazione neoliberista, ma raramente, anzi quasi mai, nel capitalismo. Come se il neoliberismo non fosse l'ultima forma assunta dal capitalismo. Come se - sotto l'immane potenziamento tecnologico, lo spettacolare moltiplicarsi delle comunicazioni, la continua dilatazione dei mercati - non fossero i meccanismi di un rapporto irrecuperabilmente disuguale a dettare oggi come ieri il confronto tra capitale e lavoro. Ma forse è utile ricordare che da molto prima dell'avvento neoliberista, e anche della caduta del muro, l'atteggiamento delle sinistre nei confronti del «sistema» era andato via via modificandosi, seppure in modo ambiguo e contraddittorio. «Morte al capitale» era ancora l'invocazione di rito, e la rivoluzione proletaria l'ideale fedelmente coltivato, mentre la difesa del posto di lavoro e la prospettiva di salari migliori necessariamente passavano attraverso politiche funzionali alla prosperità della fabbrica. E dunque dell'imprenditore, e dell'intera economia capitalistica.
Il fatto è che - con tutte le iniquità, le vessazioni, gli sfruttamenti feroci che sappiamo - l'industrializzazione capitalistica, sotto la pressione dei movimenti operai, ha oggettivamente indotto un progressivo miglioramento di vita tra le popolazioni occidentali. Per un lungo periodo si è verificata un'ambigua e parzialissima ma reale convergenza tra le tendenze espansionistiche del capitale e i bisogni dei lavoratori. Oggi tutto questo è finito. La ricchezza continua ad aumentare, ma la favola che prima o poi a tutti ne toccherà almeno un po' si rivela per quello che è. Oggi la regola è precarizzazione, orari più lunghi, pensioni negate, attacco a diritti che parevano per sempre, forsennato impegno a tagliare i costi del lavoro, aziende chiuse e dislocate dovunque ciò sia possibile. Non solo da noi, in tutto il mondo. Perché?
Un eco-economista (utilissimo al proposito Bioeconomia di N. Georgescu-Roegen, a cura di M. Bonaiuti, Bollati Boringhieri) risponderebbe indicando la mancanza, o la disponibilità sempre più esigua, di territori liberi o sottoutilizzati in cui esercitare con successo le tendenze espansive e competitive tipiche del capitalismo. E denuncerebbe l'incapacità del nostro sistema economico di mutare strategie in presenza di un mutato contesto ambientale. Incapacità peculiare della nostra specie, la quale, unica tra tutte, sembra aver disimparato le «tecniche» di riequilibrio mediante autocontrollo e autolimitazione, dettate dalla biologia.
Una risposta pressoché identica, benché da basi culturali tutt'affatto diverse, ci viene da Wallerstein (Il declino dell'America, Feltrinelli). I capitalisti, argomenta, quando la competizione si fa più dura, sempre cercano di «fuggire» verso luoghi di più sicuri profitti, dalle città alle campagne, dai paesi di forte sindacalizzazione a quelli meno organizzati, dal Nord al Sud del mondo. Ma «il problema oggi è che, dopo cinquecento anni, sono ormai pochi i posti in cui fuggire». «Con la costante espansione delle aree incluse nei confini dell'economia-mondo capitalistica e con il costante aumento del loro utilizzo, il mondo sta esaurendo le zone di ricambio». Insomma gli strumenti finora usati non funzionano più: occorre sostituirli. Questa è la «crisi sistemica» che il capitalismo oggi si trova ad affrontare.
Purtroppo le domande di questo tipo se le pongono in pochi. Forse perché troppo difficili, o perché estranee agli itinerari del politichese quotidiano. Al massimo (è il caso anche di esperti altamente qualificati, da Stiglitz a Fitoussi) ci si limita a constatare l'esistenza dei problemi, e a farne discendere come necessarie previsioni tutt'altro che rosee in fatto di occupazione, pensioni, protezione sociale. Ma ciò in nessun modo abbassa il coro che invoca più produttività, più produzione, più Pil. Le strategie non cambiano, in primis lo scarico di prezzi sempre più esosi su lavoro e ambiente.
La questione antiliberismo/anticapitalismo viene posta da Rossanda come parte integrante della domanda centrale del suo intervento, «in che consiste l'alternativa». Un assunto imprescindibile. Oggi non si può pensare un modo diverso di governare, anche un solo paese, senza tener conto (lo dice con forza anche Gianni Vattimo) della sua collocazione all'interno del sistema-mondo, dell'interdipendenza tra problemi che sempre più sono gli stessi dovunque. Basti scorrere La vittoria della povertà di Walden Bello (Baldini & Castoldi). «Oggi è di moda indicare come alternativa un'organizzazione economica e sociale fondata su principi di equità, democratica ed ecologicamente sostenibile - vi si legge. - Ma appena si iniziano ad articolare le implicazioni concrete di questo ideale, non si può fare a meno di descrivere un sistema di rapporti sociali che imbrigli e tenga a freno la logica devastante del capitalismo, impedendole di sacrificare sull'altare del profitto il benessere individuale, la comunità, l'ambiente, e perfino, a lungo termine, la vitalità stessa dell'economia». Bello parla di terre lontane, Africa, Filippine, India, Corea. Ma sono cose che potrebbero dirsi pari pari anche a proposito dell'Italia. Solo che nessuno le dice. Troppi, anche in buona fede, sperano ancora di riformare un sistema non più riformabile.
Rossanda indica il problema neoliberismo/capitalismo come secondo da affrontare, dopo la necessità di «ridiscutere la rappresentanza». Questione cruciale. Il «chi decide», il modo della sua selezione, ll suo rapporto con la sempre più ampia partecipazione non istituzionale, sono antefatti obbligati per la costituzione di una «sinistra radicale». Ma sono davvero prioritari? Dopotutto che significa «rappresentare», se non cogliere, interpretare, e portare a sintesi politicamente attuabile, i bisogni, gli orientamenti, le sensibilità, le grandi intuizioni, espresse dall'elettorato? Elaborare questa materia (ivi compreso l'altro grande quesito posto da Rossanda) per trarne una base programmatica, da portare avanti nell'esercizio della «rappresentanza», non può comportare anche la ridiscussione della rappresentanza stessa, dei suoi criteri e modi? Così che il contenuto plasmi il contenitore? Non so. Domando.








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mercoledì, luglio 28, 2004

Mentre a Boston la Convention democratica incorona la coppia Kerry-Edwards come la diade che cambierà l’America, anzi per essere precisi il motto è: For a stronger America (come se non lo fosse abbastanza), in casa repubblicana la crisi si acuisce e sono in molti ormai a contestare la leadership politico-culturale dei Neocons, tanto da mettere in discussione la ricandidatura di Dick Cheney alla vicepresidenza. Inutile dirlo, la dottrina Bush (che poi di Bush non era, troppo stupido per averne una) che si fondava sui tre pilastri: 1) guerra preventiva; 2) unilaterlaismo 3) lotta a oltranza contro l’Islam, è stata destrutturata dal corso degli eventi e andrebbe levigata o, ancora meglio, accantonata. Rita di Leo, fresca del suo libro: Lo strappo atlantico, pubblicato recentemente da Laterza, affronta la questione su un interessante articolo uscito ieri sul Manifesto, che si conferma essere un giornale che ha fatto dell’approfondimento critico un punto di forza.

Come di consueto, lo pubblichiamo di seguito integralmente.

 

Il precoce tramonto della dottrina Bush
di Rita di Leo

Dick Cheney non sarà candidato a vice presidente degli Stati Uniti per le elezioni di novembre? La voce, insistente e insistentemente smentita, interessa non soltanto gli americani ma l'Europa e il resto del mondo. Cheney è il vecchio politico che oggi fa da guida al giovane presidente; è il businessman di riferimento di gran parte delle aziende attive nei dopoguerra dei Balcani, dell'Afghanistan e dell'Iraq; e infine è lo sponsor dei neoconservatori, gli ideologhi di corte. Sua moglie Lynne è un gran boss dell'American Enterprise Initiative, il «think tank» più esposto nella promozione della «dottrina Bush» e nell'offensiva contro l'Ue. Se Cheney esce di scena, la strategia dei neoconservatori è a forte rischio. E i segni sono già visibili. Gli attacchi di queste settimane non vengono soltanto dagli avversari democratici, ma ancor più dall'interno del partito repubblicano. In prima linea vi sono i conservatori isolazionisti del Cato Institute, che per antica e solida convinzione sono contro l'intervento dell'America negli affari internazionali. Sotto accusa è appunto la «dottrina Bush» - il famoso discorso del 2002 sullo «Stato dell'Unione» - per le sue politiche, promesse e non realizzate.
La sua prima politica riguardava la «guerra preventiva», la libertà di colpire il nemico prima di essere colpiti, senza curarsi delle leggi internazionali. Gli eventi iracheni hanno danneggiato il castello di parole su cui poggiava il diritto alla prevenzione come legittima difesa. E' venuto fuori che le armi di distruzione di massa erano un'invenzione dei servizi segreti anglo-americani, che il demonio Saddam Hussein era occupato a scrivere romanzi d'avventura e, dunque, che prima della guerra preventiva l'Iraq non costituiva una minaccia per gli Usa. Come e dove trovare credito e sostegno per attaccare gli altri paesi dell'«asse del male», la Corea del Nord, la Siria, l'Iran?
La seconda politica era l'unilateralismo. Gli Stati Uniti da soli erano in grado di difendersi e di gestire il cambio di regime nei paesi in cui fossero intervenuti. La lezione del dopoguerra a Baghdad è durissima. Il ricorso al governo fantoccio ha fatto crescere attentati e rappresaglie, con modalità israelo-palestinesi. E la sproporzione tra la fantascientifica dotazione del soldato americano e quella della resistenza irachena fa risaltare ancor più l'incapacità di farvi fronte. Pochissimo successo hanno avuto i tentativi di coinvolgimento dell'Onu e della Nato, data l'avversione di Kofi Annan e dell'Ue. Di conseguenza, il mondo intero sta a guardare gli scarponi dei marines impantanati tra moschee e pozzi di petrolio.
La terza politica Usa prometteva una lotta campale al terrorismo fino alla sconfitta definitiva del fondamentalismo islamico. Il suo presupposto era il legame tra Saddam e Osama: colpire l'uno e distruggere il suo stato-nazione avrebbe facilitato la cattura dell'altro. I media compiacenti hanno diffuso questa favola al di là del più elementare buon senso. Per i musulmani credenti, Saddam è sempre stato un diavolo laico, uno che crede nel progresso socio-economico di tipo occidentale, un infedele, per cui gli americani hanno fatto bene a toglierlo di mezzo. Così i fondamentalisti hanno avuto la loro grande occasione: disporre del territorio iracheno per espandersi e moltiplicarsi. La vendetta della Casa Bianca di Bush per l'umiliazione subita nel settembre del 2001 ha portato a uno stato d'insicurezza generale, alla crescita del terrorismo islamico, alla messa in discussione della propria egemonia.
La quarta politica legittimava proprio l'uso della forza ai fini dell'egemonia bianca. Le parole ufficiali sono ovviamente meno crude: la «dottrina Bush» prometteva nientemeno di trasformare Baghdad nel giardino della democrazia araba. L'esportazione della democrazia in Iraq con l'aiuto dei carri armati avrebbe avuto un tale successo che in breve quel modello si sarebbe diffuso da Damasco a Teheran.
Questo è più o meno quello che promise il presidente americano in un discorso del novembre 2003, appena sette mesi fa. A mettergli in bocca quelle parole erano stati i neoconservatori, con il beneplacito del vice presidente Cheney. E' lecito chiedersi se costoro credono ancora in quel che pensano, scrivono e fanno dire al presidente degli Stati Uniti, cioè se la «dottrina Bush» è un mezzo o un fine, se serve soltanto a dare consistenza ideologica alle iniziative della grande potenza, oppure se l'esportazione della democrazia dall'alto dei carri armati è una scelta strategica. E' facile rispondere che, fino a quando ha funzionato, la «dottrina Bush» è stata per Dick Cheney un mezzo, mentre per i neoconservatori rimane un fine. E' meno facile calcolarne i costi. Quelli costi materiali, in uomini e capitali, sono così elevati che il vice presidente rischia di perdere il posto. In questione non è soltanto il business della ricostruzione in cui è direttamente implicato, ma lo sfruttamento del petrolio iracheno per il quale aveva avuto il sostegno alla guerra da parte della comunità economica. Per come è andata la gestione del dopoguerra, non si riescono neppure a far fruttare i fondi generosamente stanziati dal Congresso. Dal punto di vista del grande business, la guerra preventiva all'Iraq è un affare ancora molto incerto. Cheney, il socio anziano che l'ha voluta, è sotto pressione. Ma ancor più lo sono coloro che lo hanno convinto, che gliel'hanno fatta facile. L'accusa è di aver sacrificato il business a un disegno politico, i soldi all'ideologia. Sul suolo americano, non potrebbe esservi accusa più pesante. Sul suolo europeo la strategia dei neoconservatori - sconfiggere con la forza il terrorismo, costruire con la forza la democrazia - somiglia al nostro passato ed è controcorrente rispetto al nostro presente. Nel passato gli europei sono andati in giro per il mondo a imporre il messaggio del dio cristiano, del progresso bianco e, per ultimo, del socialismo. Usando la forza.
Per gli europei, dunque, nulla di nuovo: anzi, molto di antico. Ed è per esperienza che non ci stupiamo di come sta andando a finire in Iraq, dove clan, tribù, fondamentalismo islamico e uomini della Cia hanno sostituito il partito-stato di Saddam. L'installazione della democrazia «chiavi in mano» dei neoconservatori è rimandata a quando la guerriglia e la controguerriglia lo permetteranno. Bombe, kamikaze e missili sofisticati non si conciliano con le cabine elettorali. Anche per questo la parabola dei neoconservatori sembra ancor più calante di quella del vice presidente. Dopo tutto, lui può tornare al suo business, mentre i consiglieri del principe perdono tutto se perdono il suo favore.









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martedì, luglio 27, 2004

Michele Prospero interviene oggi sul Manifesto per dire la sua sull’ipotesi ventilata dai centristi del centro-destra di ritornare a un sistema elettorale proporzionale. Nulla di scandaloso, secondo l’autore, che rileva giustamente che a difendere la proporzionale oggi è proprio Follini che con essa e lo sbarramento al 4% probabilmente non esisterebbe. Infatti, è entrato in Parlamento grazie ai trabocchetti del maggioritario che dimostra di essere tra i veri responsabili di quella frantumazione parlamentare contro cui era stato elaborato e promosso. A questo va aggiunta l’esaltazione del voto alla persona che esso ha comportato e che a contribuito ad alimentare quel processo di americanizzante esasperazione del personalismo politico di cui Berlusconi stesso è il prodotto. Detto ciò, il sistema elettorale non può né potrà mai essere la panacea della infinita transizione italiana. Esso è semplicemente una tecnica di trasformazione di voti in seggi che influenza il processo politico ma non lo determina. Ben più importante sarebbe un recupero di attenzione per la cultura politica da cui veramente sono espressi i comportamenti materiali in un sistema politico dato. Staremo a vedere.

Di seguito l’articolo integrale.

 

I pigri santoni del maggioritario
di Michele Prospero


Marco FolliniAnche il governo dimezzato di Berlusconi apre alla proporzionale e rompe così un tabù costruito dieci anni fa nel corso della cosiddetta rivoluzione italiana. Lo fa per tirare avanti ancora un po' e schivare gli ostacoli della verifica. Ma intanto c'è un mutamento di clima: la proporzionale non è più un termine impronunciabile. A chiedere di saldare il conto con il maggioritario è l'Udc, cioè proprio uno dei partiti che ne ha più beneficiato. Follini non ha infatti ottenuto seggi nella quota proporzionale. E' entrato a Montecitorio solo grazie alle alchimie del maggioritario. Prova, anche questa, che la frantumazione politica in Italia non è incentivata dalla residua proporzionale (che con lo sbarramento al 4 per cento si rivela molto selettiva) ma proprio dall'osannato maggioritario. Dieci anni fa gli ideologi del maggioritario stabilivano un rapporto causale molto stretto tra la nuova formula elettorale e una superiore qualità della democrazia. Pronosticavano una salutare sostituzione dei vecchi partiti «introversi» (cioè chiusi, d'apparato) con i partiti «estroversi» (cioè aperti e a portata del cittadino). Si sono ritrovati tra le mani partiti azienda impenetrabili e partiti personali impercettibili. Avevano poi assicurato l'automatico transito dal parlamento arena, dove si incrociavano microinteressi particolari che annebbiavano ogni legge di lunga durata, al parlamento di trasformazione, entro cui vengono costruite solo leggi generali senza alcun riferimento alla caotica geografia corporativa. E sotto gli occhi proliferano leggi ad personam che annullano pene e distribuiscono denaro. Avevano promesso il paradiso del modello Westminster e si sono ritrovati nell'inferno del conflitto di interessi.
Senza il richiamo mitico del maggioritario come nuovo inizio della politica italiana sarebbe stata impensabile la comparsa e la rapida fortuna del cavaliere. La sua marcia trionfale verso palazzo Chigi non ci sarebbe stata senza il clima di evento epocale rigeneratore appiccicato addosso al maggioritario. Certo, non può essere solo un diverso modo di conteggiare i voti per tradurli in seggi a rivelare la sconcertante realtà di un paese profondo che ha smarrito ogni senso della città. Ma la tecnica elettorale fu caricata di un enorme plusvalore politico e il clima miracoloso del nuovismo assestò un colpo micidiale ai vecchi partiti favorendo il redivivo uomo del destino.
Le tecniche elettorali esercitano sempre un influsso sui processi politici. Però i risultati della loro confezione sfuggono in gran parte ai desideri dei protagonisti. Con il «soccorso rosso» offerto al movimento referendario di Segni, che non era riuscito a raccogliere neanche un briciolo delle firme necessarie per la consultazione contro la proporzionale, il Pds certo non pensava di consegnare le chiavi della transizione italiana al partito azienda di Berlusconi. Eppure così andarono le cose. Un giurista, peraltro equilibrato come Andrea Manzella, in quei mesi salutava «il miracoloso 1992» per la comparsa di «un movimento elettorale di liberazione nazionale» destinato a rivoluzionare l'assetto del potere pubblico. Dieci anni dopo, non c'è giurista che non imputi all'adozione del maggioritario la comparsa di una costituzione smodata, di una carta sguarnita dinanzi al continuo abuso di potere.
Allora avanti dritta verso la proporzionale? Se ne può parlare, purché non si preannunci un altro appuntamento provvidenziale. Non sarà cioè la proporzionale di per sé a restituire una carica etico-politica alla democrazia ormai privatizzata e asfittica. Il sistema italiano è diventato a presidenzialismo diffuso. Si elegge il sindaco, il presidente della provincia e il governatore. E in tutti questi appuntamenti la tecnica elettorale (che è proporzionale) è inghiottita e strapazzata dalla deriva cesaristica dei poteri. Sono nate liste del sindaco, del governatore ecc, cioè fenomeni di personalizzazione estrema che sfuggono alla possibilità di incidere da parte di ciò che resta dei partiti, dei movimenti. Tornerà identità, radicamento, partecipazione solo grazie alla revisione della formula elettorale? Il fatto è che in questo decennio si è consolidata una costituzione materiale che attribuisce piena sovranità a media e denaro. Su questa estrema corruzione del politico occorrerebbe incidere modificando rapporti di forza reali nella società. Prima di una nuova legge elettorale servirebbero una diversa cultura politica, altri modelli di partito.
Il ritorno al proporzionale, secondo alcuni, è allarmante perché nasconderebbe l'insidia della ricostruzione di un grande centro. Questo però non è un argomento molto rilevante. Le intenzioni degli attori spesso infatti vengono clamorosamente disattese. Il Mattarellum non era stato forse escogitato per conferire una rendita di posizione ai popolari che potevano così evitare la scelta di stare di qua o di là e sperare di tornare in gioco nel caso di un probabile pareggio tra i due poli? Il motivo di preoccupazione piuttosto è un altro, non l'ossessione di un ritorno della Dc. La versione della proporzionale che oggi viene evocata è quella impiegata nelle regionali: vincono non le liste che ottengono più voti ma il candidato presidente più votato. Ai simboli a lui collegati viene attribuito il premio di maggioranza. Si tratta di una versione appena un po' addolcita della fallimentare sperimentazione israeliana. Non è però possibile, a costituzione invariata, collegare il premio di maggioranza al candidato premier. Se proporzionale deve essere, allora sia quella tecnica cristallina che con sfumature varie è presente in gran parte d'Europa senza mai essere associata all'elezione o all'indicazione del premier. Si obietta che solo con l'elezione del premier si può salvare il bipolarismo. Uno dei risvolti nuovi della stagione del maggioritario è sicuramente la scomparsa della soluzione trasformista ossia l'antica divaricazione tra chi è legittimato a governare e chi può solo stare in parlamento senza mai entrare in un esecutivo. Oggi tutti si avvalgono della regola della coalizione massima vincente: nessuno va tenuto fuori, altrimenti si perde. Sono così cadute le preoccupazioni che avevano eretto la conventio ad excludendum verso le ali estreme. Il bipolarismo non può essere però pagato con il prezzo troppo elevato della elezione diretta del premier. Con alcuni semplici accorgimenti (dimensione ridotta dei collegi, clausola di sbarramento), la proporzionale perviene a esiti bipolari e riesce a rendere governabile il sistema (in Europa tra i paesi più stabili ci sono proprio Spagna e Germania). Ostacoli? La pigrizia di partiti che con appena il 16-20 per cento credono di averne il 40 e quindi rinunciano volentieri a radicamento e identità. Questo maggioritario sgangherato per loro è una pacchia: il poco che hanno basta a esercitare un'attrazione coalizionale. La proporzionale li obbligherebbe d'un tratto a coltivare pensieri più lunghi per crescere.
Per questo non se ne farà nulla.







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lunedì, luglio 26, 2004

Anche Gigi Sullo, Direttore della rivista di movimento Carta, interviene sul Manifesto per replicare alla Rossanda che lo aveva direttamente chiamato in causa come voce di spicco dei nuovi movimenti sociali. Egli si mostra interessato alla prospettiva necessaria di un nuovo soggetto della sinistra radicale ma contesta l’idea che spetti ad esso coinvolgere i movimenti. Sono infatti questi ultimi che recentemente hanno coinvolto la politica istituzionale producendo una forma di neo-politica che si realizzerebbe nelle “reti di prossimità” di cui aveva parlato anche Revelli (vedi post). In questo senso, la politica nuova è in primo luogo municipale, come mostrano tante forme di sperimentazione istituzionale (forum sociali, bilancio partecipativo, ecc.) che si sono avviate nei comuni più aperti alla trasformazione delle pratiche sociali e politiche. Come dire, la politica e la globalizzazione si cambiano dal basso.

Di seguito l’articolo integrale.

 

L'interpretazione dei movimenti
di Gigi Sullo


Rossana Rossanda pone, sui nuovi movimenti, le domande dal suo punto di vista cruciali: sono antiliberisti o anticapitalisti? Sono «antipolitici» o intendono «ridiscutere la rappresentanza»? E siccome evoca «i miei amici e compagni di Carta», ecco che sentiamo il dovere, oltre che il piacere, di interloquire. Lo facciamo, però, da un diverso punto di vista. La nostra domanda non è se tutti i pezzi di «sinistra radicale» riusciranno a sommare le loro percentuali di elettori, fino a raggiungere quel 15 per cento che consentirebbe loro di condizionare «da sinistra» il 30 o poco più per cento della «sinistra moderata». E' questa una aritmetica non solo legittima, ma necessaria, considerata la rapidità con la quale il berlusconismo si frantuma. Se, però, a questa urgenza si fa seguire la domanda «come si fa a coinvolgere i movimenti?», allora si commette, secondo noi, un errore di prospettiva. Sono piuttosto i movimenti a coinvolgere la politica, fenomeno che noi abbiamo chiamato «terzo movimento»: dopo l'insorgenza (tra Seattle, Porto Alegre e Genova), dopo il consolidamento (dall'11 settembre alle manifestazioni globali per la pace), oggi il movimento ha tanto allargato le sue reti, ci pare, da voler influire anche nelle elezioni. Questo è avvenuto nei voti spagnolo, francese, indiano, ecc. E lo si può vedere facilmente nella proliferazione di programmi, liste e candidati «partecipati», ispirati all'iniziativa della Rete del nuovo municipio, nelle recenti amministrative, nonché nel successo di certi candidati in certe aree del paese alle europee.
Il punto non sta nel fatto che «finalmente» il movimento è diventato «politico» e quindi affronta il problema della rappresentanza. Quel che succede è appunto l'opposto. Se il «movimento dei movimenti» è apparso assai tiepido sulla rappresentanza è perché la considerava secondaria, in confronto a come fronteggiare la guerra e le politiche di organismi come Wto e Fmi, e a come promuovere, in quelle che Marco Revelli chiama le reti «di prossimità», la resistenza agli effetti locali del liberismo e la sperimentazione delle alternative pratiche (la cessione dell'acqua alle multinazionali è stata più ostacolata dalle centinaia di iniziative territoriali, o dalla sinistra in parlamento?). Oggi, nel momento in cui una massa critica di nuove relazioni sociali è stata raggiunta, il movimento diventa «costituente»: tende a creare un nuovo rapporto tra società e istituzioni date, specialmente i municipi. Non è «antipolitico», ma «neopolitico». Constatata la debolezza dei governi nazionali nella globalizzazione, cerca altre vie, quella globale dell'opposizione alla guerra e quella locale della ricostruzione di una legittimità democratica di ciò che è pubblico. Senza per questo rinunciare a utilizzare quel che resta della sovranità nazionale.
Ora siamo tutti impegnati, mi pare, a cercare la maniera per sconfiggere Berlusconi e, insieme, per impedire a un centrosinistra di nuovo al governo di esibirsi nei suoi tristi numeri da circo, come la guerra in Kosovo, l'istituzione dei Cpt, la proto-riforma Moratti, e così via. Per questo scopo, bisognerebbe domandarsi che cosa sia, come si esprime, che cosa fa tutto quel che c'è tra il 15 per cento della «sinistra radicale» e il 60 per cento che secondo i sondaggi (per stare a questo metro un po' demenziale) è contro la guerra in Iraq. Ecco un metodo che è anche sostanza. Un conto è procedere tracciando linee per terra: di qua gli elettori della «sinistra radicale», di là tutti gli altri; un altro conto è vedere che, dal punto di vista della coesione della società, del suo ben-essere (e non alludo al Prodotto lordo, anzi), la pace è meglio della guerra, l'acquedotto municipale è meglio di quello in mano alla Lyonnaise des Eaux, lo Stretto è meglio senza il Ponte, la scuola è meglio se non è una variabile dipendente dalla competitività, l'immigrazione è meglio accoglierla che respingerla, e così via. Ed è, questa, una sostanza perché, oltre a una critica dello «sviluppo» (altro tema su cui le sinistre sono ferme all'Ottocento, salvo lo spreco dell'aggettivo «sostenibile»), implica una ri-creazione democratica, un nuovo «spazio pubblico».
Il nostro amico e collaboratore Raúl Zibechi, che vive a Montevideo ed è un gran narratore dei movimenti sociali latinoamericani, consiglia di guardare «le lotte sociali da una prospettiva di `immanenza' (cioè senza attribuirgli intenzioni, ma deducendole dalla loro attività)». Se si accetta questo consiglio, si constaterà che la «neopolitica» è prima di tutto e sostanzialmente municipale; che le Province, istituzioni per decenni ritenute inutili, stanno ritrovando un loro ruolo come strutture di servizio dei municipi; che le Regioni sono piccoli stati neocentralisti; che, come nelle elezioni spagnole, si vota per esercitare pressione su un punto, in quel caso la guerra, punendo le destre più che premiando le sinistre.
Se questa è la situazione, si può fare un passo ulteriore? Come si può cioè suscitare quella «costituente dei movimenti» che, come Rossana ricorda a Bertinotti, non si è stati in grado di avviare, dato che «nessuno delega nessuno»? Forse, lo si può fare nelle città, dove la «non delega» assume la forma positiva del dialogo. Un esempio utile è quello del «Forum per Firenze», cui parteciparono per mesi, in gruppi di lavoro tematici, centinaia di persone: singoli, reti e associazioni, militanti del sindacato e di tutti i partiti del centrosinistra. La visione di città che ne uscì aveva concretezza e allo stesso tempo radicalità di proposte: infatti il candidato del centrosinistra, Domenici, rifiutò di prenderne atto (con il risultato di essere costretto al ballottaggio).
E' possibile immaginare, città per città, tanti «Forum per Firenze», auto-promossi, cui partecipi la maggior quantità possibile delle persone e dei soggetti di molti tipi, culture ed età che sono parte dei tanti movimenti? Forum in cui ci si pongano domande su come l'esperienza locale possa fare da laboratorio per le politiche nazionali? In questo modo, la «sinistra radicale» potrebbe interpretare - non rappresentare - non solo l'elettorato «di sinistra», ma ambiti sociali assai più ampi e plurali, che a loro volta terrebbero a che quella certa politica, elaborata sulla base delle esperienze diffuse, diventi qualcosa con cui anche il centrosinistra, oggi drogato dalla certezza di vittoria e in marcia verso il mitico «centro», dovrebbe per lo meno fare i conti. In fondo, Cofferati ha esplicitamente contrapposto il modello bolognese di apertura alla società civile, alla chiusura di Domenici: dunque, un varco c'è anche nel centrosinistra. Non è certamente facile, saper parlare a tanta gente, e saper ascoltare. Ma la somma di gruppi dirigenti, e delle percentuali, non servirebbe che a ritagliarsi una fettina del «mercato» politico, da giocare nel flipper in cui le palline rimbalzano da D'Alema a Rutelli, o da Follini a Berlusconi. Ma a chi interessa? Se la sinistra fosse di sinistra, ricomincerebbe dal punto di partenza, come quando nel gioco dell'oca si finisce nella casella sbagliata. Il punto di partenza è la società. Come essa è.








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domenica, luglio 25, 2004

Anche Alberto Burgio mostra di apprezzare il dibattito nel Manifesto sul futuro della sinistra radicale in Italia. Rileva ieri che dai diversi interventi (perlopiù postati anche in questo blog) emergono vari punti di sintonia tra le diverse personalità politiche e intellettuali che hanno finora dato un contributo al dibattito. A questo punto bisogna agire in fretta, accantonando inutili formalismi ingegneristici e lavorare su un progetto comune di alternativa che si basi in primo luogo sull’abolizione della legge 30 che regola, precarizzandolo, il mercato del lavoro, ma anche sull’assurda riforma Moratti, sulla ricerca scientifica e la questione controversa della fecondazione assistita, in genere, i difesa del welfare, dell’ambiente e di una Costituzione umiliata.

 

Una corsa contro il tempo
di Alberto Burgio

 

C'è da augurarsi che la discussione avviata sul manifesto dall'articolo di Asor Rosa contribuisca a mettere in moto una macchina che stenta a partire, e il cui prolungato stallo potrebbe provocare guai irreparabili. È passato oltre un mese dalle elezioni europee e amministrative di giugno che hanno segnato l'avvio di un terremoto politico nella Casa delle Libertà, ma le forze di opposizione si direbbero irretite da un misterioso sortilegio. Nulla pare scuoterle da un torpore antico.
Sembra quasi che la crisi politica in atto non le riguardi, nemmeno come beneficiari destinati a raccoglierne i frutti. In questa situazione tutto quel che può servire a fluidificare uno scenario che appare cristallizzato è utile e importante.
Partiamo da un dato di fatto che nessuno contesta. Il voto di giugno ha dimostrato che la speranza di cacciare Berlusconi non è più utopistica. Ci sono nel paese i numeri per una diversa maggioranza politica che potrebbe affermarsi alle prossime elezioni, la cui data sembra di settimana in settimana approssimarsi. Questo quadro comporta un corollario evidente. Proprio perché la crisi politica di Berlusconi subisce improvvise accelerazioni, occorre procedere rapidamente verso la definizione di una piattaforma programmatica che consenta alle opposizioni di presentarsi al paese come un'alternativa credibile. Nulla sarebbe imperdonabile quanto il mancare questo decisivo appuntamento; nulla potrebbe rivelarsi più pericoloso di un nuovo successo politico delle destre.
C'è qualcuno che nega tali evidenze? Non sembrerebbe. E tuttavia - a dispetto dell'unanimità dei giudizi - non si può dire che ci si sia ancora mossi nella direzione indicata. La cosa è curiosa, tanto più che non è difficile individuare un percorso adeguato. L'esistenza di due sinistre in Italia (in Europa) è ormai da anni sotto gli occhi di tutti. Perché allora le forze della sinistra di alternativa non intraprendono un lavoro comune - analogo a quello avviato dall'Ulivo - per mettere nero su bianco alcuni elementi di programma che valgano come condizioni per il confronto con le forze della sinistra moderata e del centro democratico in vista di una nuova coalizione di governo? Pochi punti, ma salienti. Sul conto dei quali davvero non si comprende la persistente timidezza (o reticenza) che spinge tanti - anche nell'ambito della sinistra «critica» - verso una allusività fuori tempo massimo.
Lavoro (cioè: abolizione della legge 30 e di una flessibilità precarizzante che ne nega in radice i diritti fondamentali); salari (cioè: nuova scala mobile e restituzione del potere d'acquisto espropriato negli ultimi quindici anni); fisco (cioè: progressivo recupero di quella enorme massa di evasione-elusione fiscale e contributiva che di anno in anno opera una gigantesca redistribuzione del reddito a favore del profitto e della rendita). E ancora: stop alle privatizzazioni; ritorno al proporzionale; intervento pubblico per il rilancio del sistema produttivo e del Mezzogiorno; difesa del welfare e della Costituzione del `47 (cioè: definitiva fuo-riuscita dalla sciagurata stagione della Bicamerale, che ha fornito alla destra occasioni e materia per la propria opera di eversione dall'alto). Infine, pace (cioè: intransigente rispetto dell'art. 11 della Costituzione e progressivo smantellamento delle basi Nato e Usa presenti sul territorio italiano).
Lavorare su queste premesse (che - è inutile sottolinearlo - implicano una profonda revisione del Patto di stabilità) si può, quindi si deve. Quel 15 per cento di cui parla Asor Rosa afferma di condividere molto su tutte queste materie, dunque non si vede perché non ci si impegni da subito alla elaborazione di un «programma comune minimo» della sinistra di alternativa: un programma che le assuma - individuando quelle davvero irrinunciabili ai fini di un accordo di governo con l'Ulivo - quale base per un confronto con le altre forze politiche e sociali oggi all'opposizione.
Non c'è margine per fantasie organizzativistiche, che non farebbero che gettare sulla strada di un lavoro politico efficace ostacoli insormontabili. Ma per un impegno programmatico avanzato sembra esservi tutto lo spazio politico che serve. Quel che scarseggia e incomincia a mancare è, ripeto, il tempo.
Perché dunque non ci si muove? Questo sembra, oggi, il nodo della questione, e non giova che la discussione si diplomatizzi. Viene in mente una prima risposta, indubbiamente plausibile. Forse - a dispetto di quanto si proclama - sussistono in realtà divergenze di cultura politica che impediscono la definizione di un programma condiviso per un'alternativa degna di questo nome. È probabile, in altri termini, che sulle implicazioni della molteplicità di culture politiche nella sinistra antiliberista e (o) anticapitalista non vi sia sufficiente chiarezza.
Valga l'esempio evocato da Rossanda: quali forze (partiti, movimenti, associazioni) ritengono che la contraddizione capitale-lavoro e, più in generale, la questione del modo di produzione permangano l'aspetto determinante per una pratica politica che si ponga l'obiettivo strategico della trasformazione? E valga un altro esempio, forse non meno significativo: quanti soggetti hanno a tal punto introiettato l'opzione «antistatalista» (di matrice liberale, prima ancora che anarchica), da escludere dal novero dei propri obiettivi la conquista del potere politico e il suo esercizio?
Ma forse, accanto a tali questioni, ne pesano anche altre, meno nobili. Un fatto è certo. Qualcosa non funziona se, nonostante vi siano tutte le premesse per mettersi rapidamente al lavoro, le settimane si consumano in astratte disquisizioni, senza che si accenni ad entrare in medias res. Non spetta a me, qui, azzardare ipotesi. Mi limito a osservare che un accordo di governo non ancorato a un saldo terreno programmatico sarebbe una sciagura per la sinistra, per i soggetti che essa ha l'ambizione di rappresentare, e per tutto il paese. E non basterebbe certo a colmare tale lacuna l'appello a realtà pur molto significative come quelle dei movimenti che si sono espressi, in questi anni, nel conflitto di classe, contro la guerra e contro la «globalizzazione neoliberista».











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venerdì, luglio 23, 2004

Giuseppe Chiarante, leader storico della sinistra italiana, interviene nel dibattito avviato da Asor Rosa sul futuro e i compiti della sinistra radicale in Italia, invitando, sul Manifesto, le forze politiche potenzialmente coinvolte in un processo costituente, di per sé opinabile, ad avviare anche e soprattutto un discorso politico-culturale, analogo a quello sollecitato sullo stesso giornale da Rossana Rossanda (vedi post), che punti a ridefinire gli interessi da perseguire e cioè una cultura politica della sinistra italiana anche dando spazio e rappresentanza, come aveva affermato Bertinotti (vedi post), ai nuovi movimenti sociali che già di per sé sarebbero un momento di massima vitalità democratica.   

Di seguito l'articolo integrale.

 

Il merito dell'alternativa
di Giuseppe Chiarante

 

E'mia impressione che nel dibattito che il manifesto ha opportunamente aperto, a partire dalle sollecitazioni di Alberto Asor Rosa, attorno alla prospettiva della cosiddetta «sinistra radicale» (uso anch'io, per comodità, questo termine, che in realtà propone un tema che è esso stesso per tanti aspetti da discutere) in gran parte degli interventi siano considerati come impliciti, cioè praticamente fuori discussione, due presupposti che invece sono tutt'altro che assodati. Il primo è che la crisi dello schieramento di centro-destra, e in particolare l'evidente calo dell'egemonia del berlusconismo, siano tali da indurre a giudicare scontato che tale schieramento sia destinato a uscire perdente dalle prossime elezioni politiche. Il secondo, che al primo è strettamente collegato, è che sia ormai per tutti acquisito (e non vi sia da temere che qualcuno voglia rimetterlo in forse) che sarà una larga intesa elettorale di tutte le forze del centro-sinistra e della sinistra, per intenderci da Mastella a Bertinotti, a proporre nelle future elezioni la propria candidatura al governo del paese. Pare a me che questi presupposti corrispondano più alla situazione politica esistente prima delle ultime elezioni che a quella che si è determinata dopo tale evento. Infatti l'esito delle elezioni più propriamente politiche, ossia le europee (andrei molto cauto, per le ragioni che ho esaminato sulla Rivista del manifesto di luglio, nel sopravvalutare, ai fini del nostro ragionamento, l'indubbio successo del centro-sinistra nelle amministrative), ha confermato, in contrasto con le previsioni, una situazione di sostanziale parità fra i due schieramenti: con un netto cedimento di Forza Italia a favore dei suoi alleati, ma senza un travaso di voti di un qualche rilievo da destra verso sinistra. La controprova è l'insuccesso della lista «Uniti per l'Ulivo», che non è per nulla riuscita a consolidarsi al centro, come si proponeva; mentre il lieve avanzamento complessivo dell'opposizione è stata possibile solo grazie alle liste a sinistra del cosiddetto «triciclo» che hanno raggiunto il 13 per cento dei voti. Un risultato che non è però gran cosa e che non rappresenta affatto - come diversi indizi stanno a segnalare - il pieno recupero di tutto o quasi tutto l'astensionismo di sinistra.
La contesa fra centro-destra e centro-sinistra, che elettoralmente rimangono in parità, resta dunque più che mai aperta. Ma a ciò si aggiunge il fatto che proprio perché il mutamento dei rapporti di forza è avvenuto soprattutto all'interno della maggioranza di governo ed essenzialmente a favore delle liste di orientamento più moderato, nella crisi politica che è seguita alle elezioni si è manifestato quel desiderio di «ritorno al centro» di cui tanto si è parlato. Ciò in primo luogo ad opera dell'Udc di Follini; ma anche ad opera di settori di centro dell'Ulivo, da alcuni gruppi di ex-democristiani allo stesso Rutelli. Tanto da indurre più di un osservatore a ipotizzare che qualcuno pensi, per il dopoelezioni, a una situazione in cui sia praticabile l'andreottiana «politica dei due forni»: ossia con la possibilità, per una federazione moderata neocentrista, corrispondente alla «lista Prodi», di governare preferibilmente con un'alleanza di sinistra - dai Verdi a Rifondazione- ma disponendo anche di un ricambio al centro verso destra (Follini, Casini, ecc.).
Ho voluto sottolineare questi dati di fatto non per togliere importanza alla discussione sui compiti e sulle responsabilità di quel «15 per cento» di cui ha parlato Asor Rosa (al contrario, da queste considerazioni tali compiti e responsabilità risultano, se mai, molto accresciuti), ma perché mi pare che un dibattito sulle prospettive della sinistra abbia tutto da guadagnare se è ben chiara l'analisi della situazione in cui occorre operare. Quest'analisi ci dice che il centro-destra non si sconfigge con una doppia operazione di carattere essenzialmente tattico. Ossia, da un lato, coltivando - alla maniera del «triciclo» - un neocentrismo moderato che si differenzierebbe da quello dell'attuale maggioranza solo perché darebbe maggiori garanzie di buon governo, di rigore finanziario, di rispetto dei diritti dei cittadini (l'esperienza dimostra che questo non basta a toglier voti alla destra); e d'altro lato sperando di consolidare ed estendere il consenso a sinistra attraverso una semplice somma o aggregazione o federazione di sigle, che potrebbe forse servire a dare alla cosiddetta «sinistra radicale» un maggior peso all'interno dello schieramento di centro-sinistra, ma poco inciderebbe sugli umori più generali dell'elettorato. Non credo, in sostanza, che il fatto risolutivo sia la politica delle «due gambe», una moderata e una di sinistra. Il vero problema, invece, è contrastare le tendenze di fondo che hanno favorito in questi anni lo scivolamento verso destra del senso comune e degli orientamenti di massa della società italiana. Per questo è essenziale - torno ai compiti della «sinistra radicale» - un impegno non solo programmatico ma di elaborazione politico-culturale che su temi come quelli indicati da Rossanda (le forme della rappresentanza, l'affermazione di una sfera pubblica contro la moda del privatismo, il nesso tra liberismo e capitalismo, il lavoro e i diritti, il no radicale alla guerra) riaffermi nell'opinione diffusa una visione dei rapporti sociali più consona a una politica che possa definirsi di sinistra. Ed essenziale è dare avvio a un processo costituente (in cui si ritrovino, come scrive Bertinotti, «forze politiche, loro componenti, sindacati, forze sociali, del volontariato, intellettualità diffusa, associazioni, comitati, singoli) che dia rappresentanza a chi oggi rappresentanza non ha - innanzitutto tanta parte del lavoro dipendente - e insieme offra una sponda a movimenti che non chiedono una rappresentanza politica, può non solo ridare consistenza a una «sinistra radicale», ma può incidere sugli orientamenti più generali, favorendo uno spostamento anche elettorale da destra verso sinistra. E può consentire di stabilire, tra le forze più avanzate e la sinistra moderata, un'alleanza che sia davvero qualcosa di più di un'intesa tattica, oggi ancora troppo simile a una semplice «desistenza»: una vera alleanza che è necessaria - ritorno all'analisi di partenza - sia per recuperare tutti i voti necessari a vincere sia per evitare che, vincendo, manchi quel minimo di terreno comune che è indispensabile, come l'esperienza del '98 insegna, perché un governo possa essere incisivo e duraturo.
Non credo invece che sia utile, per costringere a stare insieme democratici moderati e sinistra radicale, insistere sul maggioritario. A parte il fatto che un unione in virtù dei meccanismi elettorali è più facile a destra che a sinistra, c'è una questione di sostanza: l'esperienza dimostra che il maggioritario riduce la democrazia e la partecipazione democratica, e questi sono invece «valori» che sono coessenziali a una vera politica di sinistra

 





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giovedì, luglio 22, 2004

Giovanni Cesareo interviene oggi sul Manifesto con un intervento duro contro l’articolo di Gianni Vattimo che aveva affermato alcuni giorni fa (vedi post) che la sinistra o è anti-americana o non è. Oggi Cesareo critica una prospettiva che identificherebbe la sinistra italiana ex-adverso, ossia per l’opposizione a qualcosa, rivendicandone la natura che a suo avviso dovrebbe essere piuttosto “altermondialista” (o new global), un termine diverso che indica una dimensione progettuale positiva e il tentativo di determinare una trasformazione graduale delle società contemporanee in senso socialista, pur con tutte le ridefinizioni terminologiche e sostanziali del caso.

Di seguito, l’articolo integrale.

 

L'antiamericanismo è una via di fuga
di Giovanni Cesareo


Giovanni CesareoL'affermazione di Gianni Vattimo, secondo la quale «la sinistra o è antiamericana (meglio sarebbe dire altermondialista) o non è» mi appare quanto meno stupefacente. Intanto, l'«altermondialismo» non è soltanto «meglio» dell'antiamericanismo, è proprio altro. L'«altermondialismo», infatti, indica una prospettiva positiva e programmatica («un altro mondo è possibile» invocano i movimenti), mentre l'antiamericanismo è soltanto un'avversativo, si risolve in un «contro». Ora, è vero che, purtroppo, attualmente buona parte della sinistra in Italia sembra soprattutto intenta a contestare l'avversario e non riesce a elaborare una propria prospettiva programmatica a tutto campo. Ma, tanto più, è giusto incoraggiarla su questa strada? Vattimo auspica «un impegno comune della sinistra» per «la revoca della legge 30 sul lavoro»; «lo smantellamento della "riforma" Moratti"»; «la revoca della legge sulla procreazione assistita». E poi? Revocare e smantellare serve a poco, se non si elaborano alternative positive e «altre» (...). Che senso ha, parlare di «antiamericanismo», anzi esaltarlo? Gli Stati Uniti d'America non sono affatto un modello politico e sociale e culturale organico e compatto. Basta guardare alla loro storia, oltre che al loro stesso presente: sono invece un paese fortemente attraversato da profonde contraddizioni. A molti livelli. Nel quale sono stati presidenti uomini come Teodoro Roosevelt e Franklin Delano Roosevelt, come Kennedy e Nixon, come Reagan e Clinton e Bush, uomini che avevano concezioni decisamente divergenti del governo e della società, esse stesse non prive di contraddizioni.
Gli Stati Uniti sono il paese nel quale il parlamento può criticare e condannare il presidente e nel contempo i risultati elettorali possono essere truccati; nel quale si esaltano la democrazia e i diritti e, nel contempo, vegeta il razzismo e la polizia può massacrare un cittadino o può essere praticata la tortura contro il «nemico». Sono il paese nel quale può aver allignato il maccartismo e può essere bandito il film di Michael Moore e nel quale si producono film che denunciano gli interessi di casta e di... borsa e attaccano le distorsioni del sistema dell'informazione come ben raramente avviene in altri paesi del mondo (...).
E allora che senso può avere l'«antiamericanismo», e che cosa può comportare indicarlo addirittura come tratto fondante della fisionomia della sinistra? Sappiamo che il fondamentalismo islamico si presenta oggi come il campione dell'antiamericanismo. Dobbiamo dedurne, allora, che il fondamentalismo islamico si situa, quanto meno, dalla parte della sinistra (o viceversa)? Attaccare la politica di Bush e dei gruppi conservatori americani, analizzare e criticare le incoerenze e le contraddizioni dei democratici e, più in generale, del sistema politico-sociale americano e della cultura e del costume di quel paese - come fanno del resto i liberal e la stessa sinistra politica e intellettuale americani - è, più che legittimo, doveroso. Lavorare per una collocazione internazionale autonoma dell'Italia è assolutamente indispensabile e urgente. Elaborare un programma ispirato all'obiettivo di una trasformazione progressiva della società in senso socialista - cercando di approfondire l'originalità di questa «utopia», adeguandola ai tempi in cui viviamo, quindi analizzando ed evitando i gravi errori del passato - sarebbe un compito davvero fondante della sinistra radicale, che potrebbe ben coinvolgere i movimenti. Ma per questo non è affatto necessario essere «antiamericani». L'antiamericanismo, piuttosto, rischia di essere soltanto una illusoria via di fuga, e anche per questo un virus molto pericoloso...

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mercoledì, luglio 21, 2004

Marco Revelli, uno dei più raffinati e ascoltati intellettuali dentro Rifondazione Comunista, interviene oggi nel dibattito sulla sinistra radicale organizzato dal Manifesto. Si concentra sulla crisi del berlusconismo intesa non tanto come crisi del capitalismo, comunque in atto, quanto piuttosto come crisi dell’ideologia capitalistica intesa come antropologia all’americana dell’individualismo possessivo. Una sorta di capitalismo di massa fondato sulla speranza di un arricchimento personale. Tutto ciò è entrato in crisi definitivamente con i crolli storici di Cragnotti e Tanzi, quando il ceto medio italiano è stato colpito al cuore nelle sue speranze e illusioni. Cade il blocco sociale su cui Berlusconi e il berlusconismo si sono retti e occorre inserirsi in questa nuova area di dissolvenza attraverso una nuova politica che si baserebbe, come ci insegnano i nuovi movimenti, su una democrazia dal basso e su una inedita antropologia alternativa dell’agire pubblico basata sulla prossimità relazionale realizzata localmente nella dimensione municipale.

Di seguito, l’articolo integrale

 

Le relazioni territoriali
di Marco Revelli

Marco RevelliSarà il mio connaturato pessimismo, sarà la mia insofferenza per la politica politicante, ma ho trovato la cronaca di questa crisi strisciante del governo Berlusconi davvero deprimente. Lo so che il termine può apparire inopportuno in un momento in cui invece sarebbe naturale brindare all'esaurimento di una delle peggiori esperienze politiche dell'Italia repubblicana. Ma mi pare il più realistico. Abuso troppo del paradosso se dico che in queste settimane l'unica opposizione reale nel nostro sistema politico mi è sembrata incarnarsi nell'improbabile Follini? E che, se tutto va bene, passerà nelle mani di Umberto Bossi, dal suo Aventino svizzero? Gli altri, quelli che l'opposizione dovrebbero farla per «dovere istituzionale», diciamo così, danno l'impressione di giocare la stessa partita su un altro campo, offrendo una sconcertante sensazione fantasmatica. Né mi sembra che le pur sensate ricette di chi, come Asor Rosa e altri, sollecita una rapida ricomposizione della «sinistra del centro-sinistra», bastino a restituire un corpo al fantasma. Utili. Indispensabili. Ma non risolutive se lasciate alla sola logica relazionale dei gruppi. Ricordano un po' - scusate l'impertinenza - il tentativo del barone di Munchausen di sollevarsi in aria tirandosi per il codino. D'altra parte la questione che abbiamo di fronte è davvero di quelle cruciali, che chiamano in causa non solo il piano istituzionale, ma anche livelli più profondi (sociale, culturale, persino antropologico). Potremmo chiamarla «la fine del berlusconismo». L'espressione è stata usata da Fausto Bertinotti nel commento a caldo delle elezioni europee. Ed è seducente ed efficace. Ma richiede di essere precisata. Che cosa intendiamo con essa? Solo la fine della centralità di Silvio Berlusconi all'interno del centro destra? O qualcosa di più? In occasione del decennale di Forza Italia, Panebianco aveva scritto sul Corriere che il merito di Berlusconi era stato quello di «legittimare il capitalismo in Italia», in contrapposizione alle due culture politiche della prima repubblica, quella cattolica e quella comunista, entrambe diffidenti nei confronti dell'economia di mercato. Come se l'essenza del berlusconismo fosse appunto un'adesione allo spirito del capitalismo inedita fino ad allora nel panorama politico italiano.

La cosa sulle prime mi era parsa bizzarra perché, dati alla mano, mi sembrava evidente che il «vero» capitalismo italiano - a partire dalla grande industria fino all'ingresso nel mercato europeo - si era strutturato proprio nei decenni della deprecata Prima repubblica. Tutt'al più nel «decennio berlusconiano» si è assistito alla decostruzione di quel patrimonio. Alle grandi dismissioni. Alla fine dei grandi gruppi e delle grandi imprese. Alla molecolarizzazione di quel modello. Poi credo di aver capito: quello che intendeva Panebianco non era il capitalismo ma l'ideologia capitalistica. Non l'economia industriale di mercato ma l'antropologia dell'individualismo possessivo. Insomma, il mito del «capitalismo di massa», inteso come speranza (illusione) dell'arricchimento personale. Nell'immaginario berlusconiano non c'erano ciminiere ed altiforni, né dentati profili di fabbriche. C'era la promessa giuliva di un bel pacco di soldi fatta a padroncini di capannoni, a microimprenditori di se stessi, soprattutto alla moltitudine di utenti dei «borsini» lanciati ad acquistare bond Parmalat e Cirio, a invadere i canali del Nasdaq, a contendersi questo o quel titolo di volta in volta «sospeso per eccesso di rialzo»... indifferenti alla sorte dello Stato sociale (anzi, visceralmente ostili ad esso) perché convinti che l'assicurazione sul futuro se la potessero fare in banca, lasciando crescere su se stesso il proprio conto. Su quell'hard core di consenso, si sarebbero ridefiniti i rapporti anche con i poteri forti, in un nuovo «blocco sociale» contrapposto a quello «industriale-operaio» della prima repubblica. Quella cosa lì è durata fin che è durata: ha raggiunto il proprio apice intorno al Duemila, in corrispondenza col tetto del Mibtel (trainando la vittoria del 2001). E' ancora rimasta un po'in bilico nel periodo successivo, animata dalle speranze di improbabili «rimbalzi». E si è infranta definitivamente del 2003 (questo Panebianco non lo diceva), con i grandi crolli di Cragnotti e di Tanzi.
E' andato in malora lì il berlusconismo: con i pensionati rovinati, i Tfr bruciati in una settimana, le casalinghe di Voghera in lacrime con le loro obbligazioni argentine ridotte a carta straccia. Il ceto medio italiano colpito al cuore (simbolicamente e materialmente): in qualche misura - se mi si passa il paragone - quanto avvenne alla classe operaia con l'autunno `80. O quanto avvenne alla prima repubblica con la fine del «regime dei Bot» all'inizio degli anni `90. Allora, potremmo dire, è saltato il «blocco sociale» su cui si reggeva. Né è un caso che il berlusconismo si sia decomposto lì dove si era aggregato: nel profondo nord in fibrillazione per eccesso di innovazione e di modernità. Lì dove i deliri post-industriali si creano e si consumano in fretta.
Il problema ora è capire che cosa riempirà quel vuoto. Potrebbe svilupparsi nel centro sinistra (e i presupposti, ahimé, ci sono tutti) la tentazione di candidarsi a gestire una sorta di «berlusconismo senza Berlusconi». Di promettere un modello non molto differente dal punto di vista sociale (ancora l'enrichissez vous, forse un po' più pudico; ancora l'idea di un consenso alimentato dalla promessa d'un incremento costante di reddito e consumi...), da realizzare magari con maggiore prudenza. Con un rapporto meno aggressivo con i poteri tradizionali, le vecchie famiglie del capitalismo, i sindacati (a condizione che si facciano ragionevoli e scarichino quegli «estremisti» della Fiom). Soprattutto con maggiore «stile»: meno barzellette, più serietà tecnica. Così come potrebbe maturare l'idea di tenere in sella un «Berlusconi senza berlusconismo». Di garantire con qualunque mezzo la continuità al potere dell'uomo che avrebbe tutto da perdere lasciando il governo, anche senza più il «blocco sociale» di sostegno. Semplicemente forzando ancora i limiti della Costituzione. Affidandosi ai colpi di mano istituzionali.
Potrebbe infine profilarsi una terza alternativa (l'unica virtuosa, tra quelle che riesco a ipotizzare): ed è quella che punta a uno riempimento «dal basso» di quel vuoto. All'azione «di territorio». Al lavoro relazionale che si gioca nelle reti di prossimità, al livello del municipio, dell'area urbana, dei quartieri. Là dove la crisi materiale lavora. Dove rischiano di aggregarsi i grumi di rancore che possono alimentare i peggiori progetti di potere. Ma anche là dove si sperimentano gli antidoti alla disgregazione sociale. Le forme pratiche della comunicazione interpersonale e della solidarietà. Insomma, là dove si lavora sull'ipotesi di una «nuova antropologia», fuori dai giochi mediatici ma poveri della dimensione nazionale. Gli ottimi risultati delle elezioni amministrative dovrebbero dirci qualcosa. Di lì, si potrebbe andare avanti. Faccio un solo esempio, tra i tanti possibili: esattamente in questi giorni cade l'anniversario dei fatti di Genova, e dell'assassinio di Carlo Giuliani. Sarebbe una buona verifica «dei valori» giudicare lì, sul territorio in cui tutto si consumò - più che sulle dichiarazioni dei Fassino e dei Rutelli -, chi ci sta e chi no a fare dell'esperienza vissuta, delle pratiche collettive e della loro memoria, un terreno di ricostruzione di alleanze, di identità e di una «politica altra».








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martedì, luglio 20, 2004

Anche il filosofo Giani Vattimo, fresco di rottura con i Democratici di sinistra che hanno deciso di non ricandidarlo alle ultime europee, partecipa con un contributo intelligente al dibattito sulla sinistra radicale (lui la chiama sinistra-sinistra) in Italia, avviato dal Manifesto. Secondo Vattimo, più che parlare di sigle e costituenti, sarebbe il caso di riflettere sui contenuti e le confluenze programmatiche che porterebbero alla consapevolezza dell’assurdità di una sinistra divisa. Punti di incontro ci sarebbero già sulle tematiche lavoristiche, sulla scuola, sulla laicità della scienza, ma soprattutto, una presa di posizione forte e unitaria si deve prendere sulla politica estera segnando un confine netto tra sinistra europea e Stati Uniti, un po’ come ha fatto la Spagna di Zapatero. In pratica il filosofo esistenzialista propone di recuperare l’antiamericanismo come valore strutturale (scusate la contraddizione in termini) della sinistra critica (scusate l’ossimoro).

Di seguito, come di consueto, vi proponiamo l’articolo integralmente

 

Americanismo addio
di Gianni Vattimo


Gianni VattimoNonostante la relatività della vittoria dell'Ulivo, con la sconfitta di Forza Italia si aprono per l'opposizione prospettive più ottimistiche. Perciò ha senso non solo imitare il listone nel progettare unificazioni, coalizioni, confederazioni; ma soprattutto, diversamente da quanto sta ancora facendo il listone, indicare un programma politico preciso, capace di misurarsi con i problemi del paese. Se si parla di programmi concreti, e non di organigrammi (anche il tormentone di chi rappresenta i movimenti è in fondo un affare di questo tipo), è più facile che le forze della sinistra-sinistra scoprano di non avere niente che giustifichi la loro persistente separazione. Pensiamo per esempio ad alcuni punti che sono emersi già nella campagna elettorale europea, e che hanno tutti i titoli per diventare i primi di un impegno comune della sinistra: la revoca della legge 30 sul lavoro; lo smantellamento della «riforma» Moratti che sta facendo danni incalcolabili alla scuola pubblica. La revoca della legge sulla procreazione assistita. Si tratta di sgombrare anzitutto il campo da provvedimenti che spingono la scuola, la ricerca, la condizione dei lavoratori verso un disastro ormai evidente a tutti, che tutti provano sulla propria pelle (o sulla plastica dei propri portafogli). Dunque, non è così inverosimile costruire un programma di sinistra concreto e comprensibile a tutti. Una simile impresa non dovrebbe però distoglierci dal problema che si impone come il più grave, e per il quale non si possono inventare soluzioni valide solo per l'Italia. Lo chiameremmo, per usare una espressione storica (e per alcuni famigerata) il problema del «socialismo in un solo paese». Gran parte delle politiche sociali a cui potremmo mettere mano una volta liberata la scena italiana da Berlusconi e dalla sua banda minacciano infatti di creare alla nostra economia rischi di incompatibilità, o di minore concorrenzialità, con la struttura fondamentalmente liberista del mercato internazionale dentro cui stiamo. E' una sorta di nuovo fattore K, una sorta di rassegnazione al «riformismo» nel senso peggiore della parola; per cui ci si sente chiamati ad aiutare il sistema del capitalismo concorrenziale a superare qualcuna delle sue crisi; certo non si immagina nemmeno lontanamente di dover progettare un'economia diversa, quella che una volta si chiamava socialismo. Con questo spirito di rassegnazione non si va da nessuna parte, soprattutto non si convincono certo gli elettori ad andare alle urne, meno che mai a votare per una opposizione così poco propositiva. Disperare, allora? Certo no, ma cominciare a mettere sul tavolo del ripensamento di questi giorni anche tutta la grande questione della nostra collocazione internazionale. Alla recente conferenza sull'Aids Brasile, Messico, Sud Africa e altri paesi hanno dato una lezione a Big Pharma e ai suoi paladini anglo-americani. E presto ricominceranno le eterne trattative del Wto, dove noi - non solo il governo Berlusconi, purtroppo - non abbiamo saputo mai uscire dalla ortodossia predatoria dell'Occidente. Ben al di là dell'insofferenza per Bush e i suoi accoliti, non sarebbe ora di scoprire, anche sul piano culturale, che la sinistra o è anti-americana (meglio sarebbe dire altermondialista) o non è?



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domenica, luglio 18, 2004

Con una lettera aperta al Manifesto, Aldo Carra, portavoce romano dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, presieduta a livello nazionale da Aldo Tortorella, si inserisce di forza nel dibattito sul futuro della sinistra radicale in Italia promuovendo una raccolta di firme per il lancio di una Costituente della sinistra critica che supererebbe il discorso di metodo avviato dai precedenti interventi sull’opportunità di ragionare su forme federate o confederate. Carra, in linea con le posizioni espresse da anni dall’ARS, rifugge la prospettiva di un’ennesima sommatoria formalizzata di partiti e partitini e rilancia la costruzione di un nuovo soggetto unitario nell’organizzazione e nel progetto politico. Dal nostro canto ci sentiamo di appoggiare una simile e ambiziosa iniziativa nella speranza che all’appello faccia seguito una mobilitazione di massa e consapevole.

Pubblichiamo di seguito la lettera aperta

Meglio una costituente
di Aldo Carra

Insieme ad altre 300 persone, a Roma, ho votato «a sinistra del listone» dando «un voto in prestito» per avviare con esso un processo di aggregazione alternativa. Non siamo stati i soli. Gli elettori di sinistra sono tornati in massa a votare e hanno votato «tutti» a sinistra: 1.500.000 di votanti in più, 1.700.000 di voti in più alla sinistra radicale. Quindi, esiste il problema di quale sbocco dare (Asor Rosa), quello di non limitare la risposta a fatto puramente organizzativo (Bertinotti), quello di ridiscutere la rappresentanza (Rossanda). Ad essi ne aggiungo un altro. Si andrà comunque verso una alleanza tra sinistra radicale ed area moderata. Come far pesare i contenuti di sinistra - espressi dai partiti e dai movimenti - nel programma di governo? Due sono le strade ad oggi aperte. Una è quella della indispensabilità. Ciascuna forza, anche se col 2 per cento, sa di essere indispensabile e può pensare di utilizzare questo elemento per condizionare. E' una strada che lascia alla sinistra un ruolo residuale-minoritario: la maggioranza propone-detta il suo programma, la sinistra, magari facendo leva sui movimenti, frena o rialza. L'altra strada è simmetrica a quella tracciata dall'ala «riformista-moderata»: realizzare a sinistra una forma di alleanza tra forze politiche organizzate e movimenti e aperta anche alle forze di sinistra interne ai Ds, alle quali in questo modo si porrebbe il problema di scegliere, con l'obiettivo di imprimere contenuti di sinistra al programma della coalizione in uno spirito di pari dignità, una sinistra critica e radicale che si confronta con una componente riformista moderata all'interno di una strategia di governo, con una proposta, però, di governo alternativo dei processi economici e sociali e della globalizzazione. La forma? Concordo con Bertinotti: una federazione rischierebbe di essere la sommatoria dell'esistente e di sancire il dominio delle forze politiche su associazioni e movimenti, una costituente farebbe ugualmente unità, ma avvierebbe un processo, un percorso comune. Un percorso che ricerchi forme nuove sia di elaborazione programmatica che di pratica politica. Lo so è una scelta difficilissima che richiede a tutti di mettersi in discussione nelle forme oggi date, ma il voto a sinistra chiede questo. Mancare l'appuntamento potrebbe significare alle prossime elezioni rivedere lo spettro dell'astensione aleggiare anche a sinistra. Per questo propongo ai lettori e al manifesto: raccogliamo da subito tante firme per promuovere a fine settembre un'assemblea nazionale per la costituente della sinistra alternativa?

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sabato, luglio 17, 2004

Anche Oliviero Diliberto si inserisce autorevolmente nel dibattito del Manifesto avviato alcuni giorni fa da Alberto Asor Rosa sul futuro della sinistra radicale in Italia e a cui noi, attraverso questo blog, abbiamo dato un certo risalto. Il segretario dei Comunisti Italiani, coerentemente a quanto va predicando da tre anni, accoglie positivamente l’invito di Asor Rosa a costituire un nuovo soggetto politico, federato o confederato poco importa, alla sinistra del listone (e potenziale partito) riformista. Fa presente però, che una qualsiasi ipotesi di convergenza politica a sinistra dovrebbe partire da una rinnovata attenzione verso la società reale, le sue contraddizioni e i suoi interessi.

Anche in questo caso pubblichiamo integralmente l’articolo

 

In marcia d'avvicinamento
di Oliviero Diliberto

 

Oliviero DilibertoPer raccogliere le importanti sollecitazioni di Asor Rosa, voglio partire da un esempio. L'Inail, pochi giorni fa, ha pubblicato il rendiconto degli infortuni sul lavoro in Italia. Nel nostro paese sono morti sul lavoro, nell'ultimo anno, più di quattro lavoratori al giorno. Una guerra. Silenziosa. Atroce. Della quale si occupano in pochi, nel disinteresse pressoché totale della politica. Ecco allora il tema, appunto tutto politico. Chi rappresenta oggi, nella politica e nelle istituzioni, il mondo del lavoro, quello - per intenderci - del lavoro salariato nelle sue forme tradizionali, come in quelle nuove e terribili della precarizzazione giovanile? Chi fa da sponda politica alla Cgil per i temi che essa porta avanti a livello sindacale? Oggi, tutto ciò è affidato a singoli, a piccoli partiti, alla buona volontà di qualcuno: ma manca una soggettività politica forte che svolga questo ruolo. Per stare all'esempio dal quale sono partito: come fare a contare di più per intervenire efficacemente con risorse e politiche adeguate (sicurezza, controlli, ispettori del lavoro) sui temi concreti, concretissimi, della materialità delle condizioni lavorative in Italia?
E' questo il tema. Aggregare a sinistra affinché questa domanda di rappresentanza - antica, antichissima, ma oggi più impellente di ieri - abbia una risposta adeguata all'asprezza dello scontro di classe in atto in Italia e in Europa. Aggregare a sinistra affinché i rapporti di forza - all'interno di una larga alleanza democratica di centro-sinistra, indispensabile per sconfiggere le destre - non siano del tutto a favore della parte moderata di detta alleanza. Aggregare a sinistra per impedire che la politica di un (futuro, auspicabile) governo di centro-sinistra sia dettata da una Confindustria «democratica» e da Bankitalia. La realtà è oggi quella di una frantumazione essenzialmente statica della sinistra, mentre l'esigenza è viceversa opposta: quella di un'associazione - federazione o confederazione o altro, è questione puramente nominalistica - che comprenda le forze che rappresentano quantomeno il 15% degli elettori e che potrebbero estendersi in ragione delle scelte future dei Ds. E' la proposta di Asor Rosa. La sottoscrivo in pieno (non foss'altro perché ne parlo, per lo più inascoltato, da almeno tre anni).
La proposta è dunque in campo. Si è già manifestata in forme esplicite o implicite, ovvero fa capolino in diversi luoghi, dal Forum per l'alternativa programmatica di governo proposto da un gruppo di sindacalisti fra cui Giampaolo Patta, alle associazioni dei parlamentari. Dunque, c'è qualcosa che va coltivato e promosso, operando oggi una realistica accelerazione: un'accelerazione che corrisponde alla domanda diffusa di tanta parte del popolo di sinistra che, pur riconoscendo le diverse identità, non si spiega perché forze che votano nello stesso modo sugli stessi essenziali problemi (penso alla pace, in primo luogo) si presentino in concorrenza invece che in sinergia. Ma corrisponde anche alle novità e alle qualità contenute nell'insorgenza dei movimenti degli ultimi anni, da Melfi, a Scanzano, alla lotta per la pace. Per questa aggregazione, vi sono dunque oggi le condizioni (avremmo detto una volta) oggettive. Vedremo se vi saranno quelle soggettive: cioè chi ci sta sul serio.
Tale processo di aggregazione, che non riguarda affatto i soli quartier generali dei partiti, ma investe forze sociali e movimenti, parte dai contenuti, e cioè dalla definizione di una proposta di governo della trasformazione. Il rapporto fra forma e contenuto, cioè fra schieramento e programma, è a mio avviso l'unico modo possibile perché questo processo non sia effimero. Asor Rosa auspica «una confederazione di sinistra organicamente collocata nel centro sinistra». Sottoscrivo pienamente. Ma aggiunge correttamente che una delle condizioni per tale prospettiva è la definizione di una cultura di sinistra in Italia e in Europa. Mi pare che parli di un punto di vista critico condiviso che restituisca alla sinistra la capacità di costruire egemonia, a partire da quella che egli definisce «una riflessione comune sui fondamenti». Ecco un'altra opportunità: possiamo riprendere il filo del discorso, riflettendo sul ruolo dei lavoratori e sulle loro condizioni materiali? Possiamo pensare, assieme, al ruolo degli intellettuali, con tutto ciò che di complesso e di nuovo è compreso oggi in questa difficilissima parola? Possiamo avviare, dopo tre anni di devastazione operata dal governo da ogni punto di vista - una devastazione che affonda però nella storia degli ultimi vent'anni - una proposta di «riforma intellettuale e morale» sapendo che «il programma di riforma economica - scriveva Gramsci - è il modo concreto con cui si presenta ogni riforma intellettuale e morale»? Possiamo perciò incrementare i lavori del cantiere del programma a partire da una riflessione sulla cultura di sinistra?
Asor Rosa si chiede se a qualcuno ciò interessa ed afferma che si può tentare di farlo. Io penso che interessi molti, interessa sicuramente noi, i Comunisti italiani: siamo pronti a contribuire a questa proposta. Confido che allo stesso modo altre forze di sinistra manifesteranno un'analoga disponibilità. Può darsi che ci si stia avvicinando alla fine della transizione, che si cominci a vedere la meta dopo la lunga traversata nel deserto. Ma si sappia, com'è ovvio ma spesso ignorato, che la velocità di marcia e l'avvicinamento all'obiettivo dipendono principalmente da noi, dalle donne e dagli uomini della sinistra italiana.






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venerdì, luglio 16, 2004

Rossana Rossanda si inserisce oggi nel dibattito avviato dal Manifesto con un editoriale di Alberto Asor Rosa sul futuro di una potenziale forza di sinistra radicale legata da un rapporto organico con tutta l’opposizione al centro-destra. Replicò quasi subito Fausto Bertinotti con un articolo in cui poneva l’accento sull’importanza dei movimenti che già da tempo avrebbero offerto un notevole materiale culturale e pratico su cui costruire una sinistra di alternativa. A entrambi replica oggi una delle fondatrici del Manifesto e osservatrice critica della sinistra italiana che, sfoderando alcuni rigorismi, contesta entrambi, facendo capire che, se da un lato, le coordinate politico-istituzionali tracciate da Asor Rosa sono insufficienti; dall’altro, rischia di essere altrettanto farraginoso il percorso tracciato dal leader di Rifondazione comunista che attribuisce un’importanza vitale ai movimenti sociali che per definizione rifuggono la rappresentanza e difficilmente possono diventare il cuore di una sinistra politica con pretese di governo. Di seguito pubblichiamo l’articolo integralmente dando a voi lettori uno stimolo di riflessione importante. Subito dopo troverete sempre integralmente l'articolo di ieri firmato da Fausto Bertinotti che avevamo dimenticato di postare.

 

Quale alternativa e con chi
di Rossana Rossanda

Rossana RossandaAlberto Asor Rosa si chiede come superare la frammentazione di quel 15% che ha votato alla sinistra del listone. Il quale persegue una formazione, federativa o unitaria, di tutte le sinistre moderate. Operazione che Asor definisce anche intrinsecamente logica: se Prodi e D'Alema la pensano allo stesso modo, se mirano a un'alternanza democratica e rispettosa delle regole, senza Berlusconi Bossi e Fini, nell'orizzonte del liberalismo compassionevole della Carta europea competitivo e privatizzatore, tanto vale che si mettano assieme. Ma perché quel 15% che non la pensa così non fa lo stesso? Non ha condiviso con i moderati la scelta delle guerre, non considera che basti una copertura dell'Onu per ricorrervi, è contrario alla flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro che il governo di centrosinistra aveva covato con Treu, insiste per la priorità di alcuni beni pubblici (scuola, sanità e previdenza) sul privato. Non sono convergenze da poco. Perché non si danno un'iniziativa comune che farebbe pesare quel 15% più di quel che pesi ora sul quadro politico? Non sarebbe «organico» all'opposizione o a un governo di centrosinistra avere due gambe? Bertinotti, che pur persegue un accordo elettorale con la sinistra moderata per far uscire di scena la Casa delle libertà, obietta che anzitutto una fisionomia della sinistra radicale non è organica al quadro di centrosinistra, e fin qui ha ragione: non è la stessa cosa formare una maggioranza elettorale o anche di governo - tipici oggetti di mediazione - e ricostruire una forza di sinistra coerente. Ma questa obiezione sembra rivolta, più che ad Asor Rosa, alla proposta di costituente di tutte le sigle che hanno concorso al famoso 15%, avanzata da Diliberto. Obietta Bertinotti che queste sigle non rappresentano la ricchezza dei movimenti e che è impensabile costruire un'alternativa senza di essi; e in secondo luogo che questa comporta un rivolgimento delle categorie politiche classiche della sinistra, rivoluzione culturale che già sta nei movimenti ed esclude un progetto compatto sul che fare. Questo, aggiunge, è il lavoro che Rifondazione ha avviato con il gruppo della sinistra europea.
Discuterei questa ultima affermazione, conoscendo i partiti che vi sono confluiti. Ma più importanti sono i ragionamenti che la precedono. E' certo che sarebbe folle definire un'alternativa anche a breve termine senza tenere conto della grande sollevazione dell'opinione fra i popoli che da alcuni anni costituisce la vera novità del quadro politico e non è stata prodotta dai partiti. Ma è altrettanto certo che ne è costitutivo il rifiuto a darsi una rappresentanza. Come il femminismo, i movimenti sono antipolitici e non è difficile scorgerne le ragioni, quindi nessuno delega nessuno, ed è il motivo per cui una costituente dei movimenti, cui Bertinotti lavora da tempo, non è avvenuta. Neanche a prescindere dalle sigle che hanno coaugulato il famoso 15%. Non so se questo atteggiamento sarà una costante. So che esso comporta oggi la rinuncia ad affrontare il blocco dei poteri proprietari, economici, militari sul terreno istituzionale, che è poi quello sul quale si decidono i grandi rapporti di forza, guerre incluse. Puntano i movimenti su un'azione molecolare che disgregherà dall'interno questo blocco? Sta di fatto che Bertinotti non può pensare di metterli attorno a un tavolo per definire un'alternativa alla Casa delle libertà o a un eventuale centro. Essi sono una presenza essenziale alla quale i partiti della sinistra dovrebbero fungere da sponda, senza pretendere né di assorbirli né di esserne assorbiti. In verità mi pareva che Rifondazione fosse già giunta a questa conclusione. Ma essa lascia totalmente aperta la necessità di una iniziativa politica loro, dei sindacati, dei gruppi che si vogliono rappresentativi.
Bertinotti aggiunge che un'alternativa implica affrontare un rivolgimento culturale che i movimenti avrebbero già costruito, che sarebbe autosufficiente, che non abbisognerebbe di programmi, tantomeno se venuti da altri e si esprimerebbe in un molteplice work in progress rifuggendo da compattezze e compiutezze. Non sono convinta che sia così. I movimenti rompono con il metodo della politica attuale ma riprendono molti elementi della politica moderna, quelli che Tronti chiama il grande `900. Quando rifiutano la guerra come soluzione dei conflitti, fanno propria e diffusa la dichiarazione delle Nazioni unite del secondo dopoguerra - la domanda cui né essi né noi rispondiamo è perché questa acquisizione comune sia andata perduta. Analogamente, Melfi o Terni non sono una nuova invenzione della lotta di classe, né Scanzano è una rivolta popolare «neoidentitaria» (fortunatamente): sono grandi riscoperte e riattraversamenti dopo la caduta conflittuale degli anni `90. Insomma una elaborazione fra politica, cultura e soggetto sociale diretto è da fare.
E rispetto a questa urgenza la diatriba sul vecchio e il nuovo non ha grande interesse. Proporrei di passare dal metodo: chi ha diritto e possibilità di darsi da fare per l'alternativa? al merito: in che consiste l'alternativa? E vedo due problemi. Il primo è che la costituzione di una sinistra deve ridiscutere la rappresentanza - pena la riproduzione dei propri vizi o la dissoluzione in una forma di populismo o la mera ripetitività dello slogan «la politica è in crisi». E questo rimanda anche a grandi e irrisolte questioni di teoria (e di storia). Ma non impedisce alle forze politiche in campo, anzi, di esporsi subito. Infatti, come si può affermare sul serio, per esempio, una priorità del pubblico sul privato senza riproporre il problema di chi decide? Dei diversi livelli delle istituzioni e del loro rapporto con una partecipazione non istituzionalizzata? Si possono difendere i diritti del lavoro o avanzare un programma di pieno impiego senza definire le istanze decisionali pubbliche e non solo legate al conflitto sui luoghi di lavoro ma ormai perfino continentali? Su questo punto si sfugge sempre per paura di essere accusati di statalismo. Il secondo problema è che un'alternativa esige una presa di posizione, con relative tappe e alleanze, sul tema se essere antiliberisti (cosa che tutti affermano) non significhi anche essere anticapitalisti, almeno nel medio termine, almeno nell'orizzonte che ci si dà. Anche su questo le sinistre sfuggono. Per molti di essi il potere sul modo di produzione è indifferente, il lavoro non è più «al centro» (espressione sempre un po' ridicola); il conflitto non sarebbe più che un esercizio ginnico. Con i codicilli che ne conseguono, la libertà viene prima dell'uguaglianza, la persona prima della società, e avanti di questo passo. Qui sta il nodo gordiano che divide la sinistra radicale da quella moderata, ma investe anche la maggioranza dei movimenti. Penso non solo a Galtung e a Latouche ma ai miei amici e compagni di Carta, a certe tesi negriane, a tutto l'ecologismo.
Un'alternativa agibile che non sia soltanto un'affermazione di dover essere ha questo orizzonte e insieme deve mediarlo subito. Il 15% di cui parla Asor e le sigle che lo hanno raccolto e i movimenti che lo hanno da lontano o da vicino sorretto sono costretti a porsi ambedue questi problemi. Che Berlusconi se la cavi o no, per il governo delle destre è suonata la campana. L'ha suonata il centro. Tutte le sinistre sono rimaste assenti. Restarlo nel passaggio che si va delineando sarebbe una responsabilità grave.

 

Le coordinate dell'alternativa
di Fausto Bertinotti

 

Fausto BertinottiL'articolo di Alberto Asor Rosa, pubblicato ieri dal manifesto, pone un problema assai serio e impegnativo. La costruzione di una sinistra di alternativa non può essere affrontata con scorciatoie organizzativistiche, come emulazione della federazione tra Ds, Margherita, Sdi, ecc., come una specie di «listino» da affiancare al«listone». Su questo siamo d'accordo: questa operazione escluderebbe quanti per cultura politica, posizioni espresse su nodi cruciali possono essere coinvolti in questo processo ma non appartengono ai partiti a sinistra del «listone», si pensi alla sinistra Ds. Di più, questa operazione escluderebbe, o marginalizzerebbe, ciò che non è partito, ossia la ricchezza straordinaria dei movimenti che hanno innervato il conflitto sociale e il nuovo movimento per la pace. Il nodo, questo sì colto efficacemente da Asor Rosa, è una riflessione comune sui fondamenti, ovvero su come si definisce la sinistra nelle condizioni date dalla globalizzazione. In altri termini, come dall'alternanza tra forze che assumono l'orizzonte della globalizzazione neoliberista come un dato invalicabile, si possa costruire una forza della sinistra radicale che ponga, non come semplice testimonianza, ma come obiettivo da realizzare qui e ora, il tema dell'alternativa. Il punto fondamentale, però, è il fuoco dell'attenzione. Stupisce che molta intellettualità della sinistra che con grande acutezza nel passato - pensiamo solo alla grande riscossa operaia e studentesca della fine anni `60 - ha colto nell'impetuoso affacciarsi di nuovi movimenti di contestazione, punti fondanti di nuove impostazioni politico culturali e la necessità didotarsi di nuove categorie interpretative della realtà e dell'approccio al tema della trasformazione, oggi non colga come il movimento dei movimenti, e l'innestarsi su di esso di un nuovo protagonismo del conflitto sociale e di classe e del più radicale movimento per la pace mai esistito, abbiano già avviato questa discussione sui fondamenti e già abbiano cominciato a fornire i materiali necessari per le risposte. In qualche modo, possiamo dire che i centri di elaborazione si siano modificati e allargati. Si può benissimo affermare il carattere provvisorio, imperfetto, in certi casi slabbrato di queste elaborazioni, ma è singolare che non se ne colga, non dico l'originalità o la forza, ma neanche l'esistenza.
Questo movimento per la pace ha elaborato una critica così radicale alla guerra e alla cultura della guerra che veramente interroga un diverso approccio. Non c'è semplicemente la critica a questa guerra ma la costruzione di un tabù che bandisce la guerra come forma di relazione politica e di risoluzione delle controversie. Qui nasce anche la discussione sulla non violenza come scelta politica, come messa indiscussione del rapporto tra mezzi e fini e del rapporto tra potere e società. Questo movimento parla di costruzione di beni comuni, ovvero di un nuovo spazio pubblico per il quale esistono diritti che vanno garantiti nella loro universalità e fruizione individuale a tutte e a tutti, trascendendo il mercato. Il carattere comunitario e neoidentitario delle più significative lotte sociali e del conflitto di classe (si pensi a Melfi e prima a Terni) e delle vertenze territoriali (da Scanzano ad Acerra, alle mille vertenze locali) esprimono bisogni e interrogano nuove modalità di relazioni (anche tra le forze politiche, quelle sociali e i movimenti) in cui si riflette un'onda che dal movimento di critica al neoliberismo ha innervato, dando un cuore, un'anima, una cultura condivisa, i conflitti nel mondo.
Il punto decisivo per la costruzione di una sinistra di alternativa che abbia l'aspirazione di essere all'altezza di tali compiti è precisamente questo: può iscrivere questa aspirazione dentro questo nuovo vento, questo processo di costruzione di una nuova elaborazione politica e culturale, critica e plurale. Un processo in costruzione, niente da spartire con un corpo di dottrine compatto, un processo imperfetto, senza un centro di elaborazione, anzi con tanti centri di elaborazione connessi in una rete, un processo che si costruisce con il fare e sul fare. Qui è il salto.
Per questo più profondo motivo, la sommatoria dei partiti non basta, perché decisivo è come tu stai dentro questo processo globale e come tu ridisegni le tue culture, le tue scelte, la tua identità politica dentro questo percorso. Per questo non mi convince l'idea che questa sinistra di alternativa da costruire, che si definisce strategicamente rispetto alla globalizzazione capitalistica e alle risposte che dà alle istanze poste dai movimenti, debba collocarsi «organicamente» nel centro sinistra. Si produrrebbe così un punto di comando della politica esterno a un progetto autonomo che verrebbe annullato dentro la logica degli schieramenti. Questo sarebbe la morte dell'alternativa. La sinistra di alternativa si definisce «organicamente» nel suo rapporto con i movimenti e definisce la sua identità politico programmatica rispetto a questo. Ciò non vuol dire che non si debba porre il problema delle alleanze e non si debba porre il problema arduo del governo, anche in fasi difficili. Il punto è dove si pone il fuoco del nuovo progetto, ovvero dove e con chi sta il rapporto «organico».
Oggi in Italia ti puoi porre il tema delle alleanze e del governo proprio perché fondi la tua strategia nel rapporto con i movimenti. In altre parole, il tema delle alleanze per il governo una sinistra se lo può porre in ragione della costruzione dell'alternativa. Non il contrario, altrimenti sei tu che divieni la ruota di scorta all'alternanza tra un centro sinistra e un centro destra tra loro simili (non uguali) nelle scelte fondamentali di politica economica, in quella sociale e nelle relazioni internazionali. Perciò non capisco perché dovremmo cucirci addosso la camicia di forza del sistema maggioritario come quello che favorisce (meglio impone) l'alleanza. La costruzione della sinistra di alternativa, così come non ha bisogno di scorciatoie organizzativistiche, non ha bisogno di camicie di forza al fine di garantirne la maturità, le une e le altre sono mortifere perché determinano una curvatura politicista che ne deprime il tema che deve essere fondante: il rapporto con i movimenti e la costruzione del progetto dell'alternativa. Se questa è la dimensione della sfida, certamente le singole appartenenze non sono sufficienti, non bastano. Per questo abbiamo, assieme ad altri, dato vita al partito della Sinistra Europea in cui comunisti e non si ritrovano in una soggettività politica nuova, anche nelle modalità di relazione in quanto possono aderirvi sia forze politiche che singoli, sulla base non della identità (o fissità) ideologica ma sulla base del comune riconoscersi e delle discriminanti che il movimento ha postodel no alla guerra e alle politiche neoliberiste. E' solo un inizio.
Possiamo fare un percorso, non identico né simile a questo, ma ugualmente originale anche in Italia ? Possono forze politiche, loro componenti, sindacati, forze sociali, del volontariato, intellettualità diffuse, associazioni, comitati, singoli, compiere un percorso che parta dalla definizione di una fisionomia, di alcune scelte discriminanti condivise, di una nuova cultura della partecipazione? Per giungere dove? Anche qui, lo decideremo assieme sul fare e con il fare. La creazione condivisa della costituente per una sinistra di alternativa potrebbe essere il luogo di questo incontro, dell'intrapresa di un lavoro politico comune.













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mercoledì, luglio 14, 2004

La sinistra italiana

 

Quale futuro per la sinistra italiana? Alberto Asor Rosa con un editoriale sul Manifesto di oggi propone una riorganizzazione della sfera politica alla sinistra dell’Ulivo che alle ultime europee ha mostrato di poter contare su un potenziale elettorale di circa il 15% dei consensi. L’idea di una confederazione della sinistra legata da un’alleanza programmatica ed elettorale con l’ala moderata dell’opposizione al governo di centro-destra può effettivamente rappresentare una semplificazione sistemica anche all’interno di un bipolarismo malato e forzato come quello italiano. Unica nota critica? Nell’articolo si inserisce questa possibilità all’interno della sola democrazia maggioritaria senza prendere in considerazione l'eventualità, a nostro avviso auspicabile, di ritornare a un sistema elettorale proporzionale che freni la deriva neocentrista della tanto annacquata sinistra nostrana.

Di seguito lo pubblichiamo integralmente

Sinistra radicale, che far di quel 15%?

di Alberto Asor Rosa

Alberto Asor RosaAvrei voluto scrivere questo articolo prima delle ultime consultazioni elettorali (europee e amministrative). Anzi, avrei dovuto: perché qualcuno potrebbe ora pensare che il mio discorso ne risulti influenzato. Invece no: quel che è successo con le elezioni (andate abbastanza bene, comunque) e quel che dopo, cioè ora, sta succedendo come effetto di quelle, ha al massimo accelerato i processi e aumentato la confusione in atto: non ha modificato alcuna delle tendenze di fondo e soprattutto non ha risolto nessuno dei problemi che ci stanno sul collo da almeno quindici anni (che è, in politica, un tempo infinito). Anzi: come ho già detto, la confusione invece di attenuarsi è al massimo, e per giunta in ambedue i campi contrapposti. L'esito non del tutto irrealistico potrebbe essere il crollo della Seconda Repubblica prima ancora che sia nata e un ritorno, per giunta degradato e sotto tono, alla Prima (cui molti stanno già lavorando). Verrebbe voglia di dire: fermiamoci un momento e riflettiamo: dove stiamo andando? e soprattutto: dove vorremmo andare? Farò un ragionamento in punto di logica e non di fatto. E' vero: i padri fondatori del pensiero moderno ci ammoniscono che la politica non ha a che fare con la logica ma con il fatto. Tuttavia: possono sussistere e per giunta esser guardati con favore fatti deprivati di qualsiasi logica? Il mio contributo aspirerebbe a verificare la possibilità di riaccostare le due sfere invece di rassegnarsi a darle per costitutivamente separate, anzi contrastanti.
Parlo del centro-sinistra, ovviamente. Io continuo a pensare che, sul piano della logica, la soluzione migliore sarebbe una federazione di forze di sinistra, dai Ds a Rifondazione, che dialoghi, dentro un quadro organico e irrinunciabile, con la componente più moderata del centro-sinistra (la Margherita, e quant'altro). Devo ammettere, però, che in questo caso, la divaricazione tra logica e fatto sembra ormai irreversibile. La maggioranza dei Ds tende a federarsi, e secondo taluni a fondersi, con la Margherita. Il fatto è che ad una logica formale si contrappone qui una logica più sostanziale: Prodi, Fassino e D'Alema sono attratti l'uno verso l'altro da una visione moderata sempre più condivisa (quindi, il mio appello alla logica funzionerebbe in definitiva anche in questo caso). Gli si oppongono infatti, significativamente, le componenti più schiettamente Dc della Margherita, capeggiate, udite, udite!, da un singolare democristiano di recentissimo completamento, Francesco Rutelli, le quali pensano in questo modo, per l'appunto, di favorire un ritorno alla Prima Repubblica.
In questo quadro, scartata la prima ipotesi come troppo irrealistica per esser logica, io trovo che il tentativo confederativo (e forse fusionale) degli «Uniti per l'Ulivo» (ossia il partito prodiano) sia da guardare con favore. Se la pensano davvero allo stesso modo, se nutrono più o meno gli stessi valori, perché non dovrebbero stare insieme? Si tratta di quella federazione o concentrazione o partito del 30 per cento, che costituirebbe la consistente (ma non schiacciante) ala moderata del centro-sinistra italiano. Condizione ne sarebbe che la manovra distorsiva rutelliano-democristiana sia battuta (e questo, come dirò più avanti, sarebbe già un bel guadagno).
Ma, naturalmente, io contemplo le vicende dell'ala moderata del centro-sinistra in maniera ormai distaccata, da osservatore imparziale, che si sforza di apprezzare le prospettive logiche dovunque esse si manifestino (e questa mi sembra tale). Sarei più interessato a introdurre elementi di logica nella sinistra del centro-sinistra, che in questo momento m'interessa di più.
Qui, se possibile, la situazione è molto più confusa e caotica che nell'ala moderata del centro-sinistra, il che è tutto dire. Nonostante gli innegabili passi avanti compiuti da Rifondazione comunista con l'operazione Sinistra europea, a me pare che le divisioni organizzative, i risentimenti personali, i crediti elettorali acquisiti (che a chi s'accontenta possono sembrare anche un cospicuo patrimonio), la forza inerziale di sopravvivenza dei vari personali politici, disegnino una situazione di frammentizzazione e di debolezza, che rappresenta il ricalco automatico e del tutto sterile di frammenti minoritari storici del mondo politico della Prima Repubblica. Dobbiamo ammettere che nel campo moderato del centro-sinistra un'ipotesi strategica è emersa; qui nulla.
Il rischio è che, in caso di auspicabile vittoria elettorale, ognuno dei cespugli della sinistra faccia da partner, contrattabile, alla federazione moderata, in tal caso necessariamente egemone. Al contrario, la forza elettorale di questo ambito (che va dal Correntone Ds a Rifondazione ai movimenti) è stimabile realisticamente, come s'è visto, intorno al 15%: una forza enorme se presa nel suo complesso, in grado di determinare diversi rapporti di forza all'interno del centro-sinistra e d'influire in maniera decisiva sulla formulazione dei programmi di governo.
Sarebbe logico, dunque, che nascesse una confederazione di sinistra organicamente collocata nel centro-sinistra, come ne sta nascendo una moderata. Però... Però io penso che su questo versante la domanda non possa non essere maggiore e più impegnativa: rappresenta uno dei punti d'onore (e dei rischi peggiori) della sinistra di tutti i tempi non accontentarsi delle mere convenienze. La domanda dunque diviene la seguente: esistono le condizioni minimali comuni perché questa confederazione vs fusione si possa realizzare come nel caso dei moderati del centro-sinistra?
Per dare una risposta a questa domanda, com'è sempre stato nelle tradizioni migliori della sinistra italiana (ed europea), bisognerebbe spostare il campo d'osservazione dalla politica alla cultura, e la domanda dovrebbe essere ulteriormente riformulata in questo modo: cos'è una cultura di sinistra oggi in Italia (e in Europa)? a quali interessi intende rispondere? quali convinzioni ideali la tengono insieme? Più radicalmente ancora: può esistere una cultura politica di sinistra nelle condizioni date della globalizzazione?
Su questo non una parola seria (solo slogan) nel corso dei famosi ultimi quindici anni. Per forza che ci ritroviamo solo piccoli scheletri organizzativi e militanze molto solide ma molto chiuse, legate alla forza residuale delle rispettive tradizioni. Qui non basterebbe la confederazione delle piccole forze esistenti, così come sono, ci vorrebbe una riflessione comune sui fondamenti. Se a qualcuno interessa, si può tentare di farla.
Infine. Tutto il ragionamento sta in piedi solo se non si torna indietro dal sistema bipolare al sistema proporzionale. Questa è la cartina di tornasole che evidenzia la distanza enorme tra chi intende ancora approfittare delle opportunità offerte tutto sommato dall'impianto istituzionale della Seconda Repubblica e chi vuole tornare al metodo della contrattazione permanente e multilaterale di ognuna delle forze nei confronti di tutte le altre. La logica anzi vorrebbe che, proprio per portare avanti il disegno rinnovatore del centro-sinistra, di tutto il centro-sinistra, il sistema bipolare fosse rafforzato in senso maggioritario. C'è qualcuno disposto ad ascoltarlo nella sinistra del centro-sinistra? Se non c'è, inutile parlare di nuova cultura mentre in politica stiamo tornando vertiginosamente alla vecchia.











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lunedì, luglio 12, 2004

La lotta all’Aids

 

Si inaugura a Bangkok la XV Conferenza Mondiale sull’Aids, la più grave epidemia del XX secolo che continua ad assediare il mondo anche nel nuovo millennio. Non è un caso che si sia scelta la Thaylandia come sede congressuale, luogo prediletto per i turisti del sesso che da tutto il mondo, specie dal nostro mondo, contraggono e diffondono la malattia avendo rapporti sessuali non protetti con le migliaia di bambine e bambini costretti alla prostituzione, spesso dalle famiglie e con la connivenza di uno Governo corrotto che, pur opponendosi a parole, nulla fa per impedire questo traffico umano che riempie annualmente le casse dello Stato.

I dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità parlano da soli. Dal 1981, anno dell’individuazione del virus, l’Aids ha prodotto oltre 20milioni di morti e tuttora si contano almeno 38milioni di malatti, il 90% dei quali si concentrano, manco a dirlo, nei paesi del Terzo Mondo. Appena sette mesi dopo l’avvio del programma “3 per 5” i risultati non sono incoraggianti e solo una piccolissima percentuale di malatti hanno potuto usufruire dei farmaci. Il direttore esecutivo dell’Unaids, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa della malattia, afferma che occorre più denaro, proprio quando il nostro Governo, per mettere in pari i conti sballati del caro Tremonti, decide di azzerare ogni finanziamento destinato alla cooperazione internazionale, facendo slittare l’Italia al penultimo posto nella classifica dei donatori Ocse.

Per la prima volta alla Conferenza è presente anche la Cina con una foltissima delegazione di circa 500 unità, segno che il paese sta finalmente prendendo atto della gravità del problema in casa. Il premier cinese annuncia che il prossimo anno circa 1300 studenti di medicina saranno inviati nelle zone rurali del paese per dare lezioni di educazione sessuale e prevenzione ai contadini ignoranti. Anche Sonia Gandhi è presente con una delegazione indiana, per testimoniare la situazione drammatica di un paese tradizionalista che ha ancora molte difficoltà ad affrontare serenamente una malattia legata all’attività sessuale, per quanto le statistiche più ottimistiche collocano l’India al secondo posto per numero di infetti dopo il Sud Africa, con almeno 5,1milioni di malati. Dopo qualche anno di governo iperconservatore, ogni programma di prevenzione è stato azzerato e il consumo di preservativi si è ridotto del 10%. Oggi tocca la nuovo governo progressista riprendere in mano la situazione.

La situazione non è tutta nera. Grazie a un alleanza tra il movimento internazionale per la salute, composto da ricercatori medici che hanno deciso di distogliere per un momento lo sguardo dal microscopio per occuparsi veramente dei malati, e le piccole e nascenti imprese farmaceutiche capaci di produrre farmaci a basso costo, si è riuscito a scalfire il monopolio delle grandi aziende che si vedono costrette ad abbassare i prezzi e si tirano indietro nella lotta a oltranza alla difesa dei brevetti.

Insomma, l’alleanza tra opinione pubblica internazionale e ricercatori può far fare passi avanti in una situazione che è rimasta statica per anni. Inizialmente considerata una malattia da gay, per molto tempo, anche e soprattutto con la complicità del conservatorismo occidentale impersonato dal poco compianto Reagan, l’Aids è stato vissuto come una specie di punizione divina. Oggi il numero degli etero infetti supera di gran lunga quello degli omosessuali e a meno che non si voglia lanciare una specie di crociata vaticana contro la degenerazione valoriale del mondo, il problema andrà affrontato.

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sabato, luglio 10, 2004

Sul Manifesto di ieri Giorgio Lunghini si inserisce nel dibattito, purtroppo poco partecipato, sul futuro della sinistra italiana e sul programma di una rinnovata formazione progressista. Riproponendo alcuni passi tratti dalla Costituzione Repubblicana approvata nel 1948, mostra come la lotta per il rispetto e l’applicazione di quella carta fondamentale, la più moderna e sovversiva che sia mai stata votata in uno Stato democratico, sarebbe sufficiente per dare senso a un’azione politica di sinistra e radicale. Lo riproponiamo di seguito integralmente e senza usufruire del link, per evitare che il lettore, a volte legittimamente pigro, possa perderselo.

 

Il programma per la sinistra di Giorgio Lunghini


OperaiIl miglior programma per un futuro governo di sinistra è già stato scritto nella Costituzione del 1947 (come mi ha sempre ricordato l'amico Edgardo Bonalumi). Ne riporto i passi di maggior rilievo economico-politico. L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione. Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale.
L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale. La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità. A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.
La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.
La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.
Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.
Ecco, mi pare ci sia proprio tutto.










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venerdì, luglio 09, 2004

La destra che vorrei

A un italiano sembra strano sentir fare a un leader politico di destra discorsi sulla tolleranza e il rispetto della diversità. È successo ieri in Francia dove Jaques Chirac si è scagliato contro i recenti episodi di razzismo antisemita, antimusulmano e addirittura omofobo che hanno coinvolto il paese nell’ultimo anno. Per sferrare un discorso che è anche un manifesto di laicità e liberalismo, il Presidente della Repubblica francese sceglie Chambon-sur-Lignon, una città simbolo della lotta contro il nazismo e le deportazioni di massa della popolazione ebraica. "Gli atti di odio insopportabile e disprezzabile infangano il nostro paese […] La lotta per la tolleranza è una conquista fragile che deve essere continuamente ricominciata […] Farò di tutto perché questo cessi e perché la Francia sia fedele alla propria storia e alle proprie radici". Queste le parole testuali di un conservatore nel paese che ha dato i natali a Voltaire e dove la destra politica è stata in prima fila nella lotta contro l’altra destra rappresentata dal nazifascismo. Queste le parole che non sentiremo mai dai leader della destra nostrana imbrigliati in una cultura politica che va dall’affarismo caotico dei berlusconiani al neofascismo ripulito dei finiani, con sfumature di integralismo cattolico e commistioni con i vertici ecclesiastici. Questo è quello che purtroppo sentiamo dire sempre meno anche dalla sinistra politica in Italia, troppo occupata a rincorrere gli avversari sul loro terreno per concentrarsi su battaglie di valori che rivendichino una cultura politica progressista. Il Parlamento italiano a breve discuterà le proposte di legge presentate sulle unioni civili (approvate da tempo in Francia) e l’uguaglianza formale delle coppie a prescindere dall’orientamento sessuale. Staremo a vedere se prevarrà una cultura politica veramente liberale, a cui tra l’altro chi scrive si considera estraneo, o se, come immaginiamo, dovremo assistere all’ennesimo inciucio che vede unite destra e sinistra in Italia nella genuflessione incondizionata al "Partito Vaticano".

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mercoledì, luglio 07, 2004

E alla fine, Edwards for Vice

Alla fine Kerry ha optato per Edwards come suo running mate alle presidenziali. Lo ha annunciato ieri mattina a Pittsburgh, in Pennsylvania, dopo aver creato una intelligente tensione sull’argomento che gli ha consentito di dominare le televisioni americane per tutte le ore del giorno. Probabilmente non poteva fare una scelta migliore, e senza dubbio è stata molto meditata. Il concorrente che gli ha dato del filo da torcere durante le primarie è stato selezionato da una lista di venticinque papabili tra cui spiccavano nomi di rilievo come quello dell’ormai intramontabile Hilary Clinton e del leader democratico Dick Gephardt. Una scelta intelligente che gli consente di ricompattare i Democrats in vista di una campagna lunga e difficile e soprattutto di guadagnare i consensi in Stati fondamentali del Sud, dove la vittoria tra Kerry e Bush sarà decisa da una manciata di voti. Infatti Edwards è un uomo che parla un accento del Sud. Nato in South Carolina ed eletto per la prima volta Senatore nel North Carolina, John Edwards può compensare quel vizio genetico e culturale che non fa apprezzare John Kerry, ricco "lord" del New England, a un popolo che non elegge un presidente nordista dall’epoca di Kennedy. Troppo raffinato, troppo colto, troppo europeo, anzi francese in particolare, specie se lo si raffronta con la rozzezza da vaccaro alcolizzato che caratterizza il suo concorrente texano. Inutile dirlo, agli americani gli uomini troppo sofisticati non piacciono. Loro preferiscono il machismo dei cow-boy che parlano il linguaggio della gente comune e che ruttano dopo aver mangiato. Da questo punto di vista Kerry parte svantaggiato e ha bisogno di un uomo in grado di cambiare registro comunicativo. Non che Edwards non sia raffinato, ma, oggi ricco avvocato, viene dal popolo e sa come porsi in certe circostanze. È già un’icona americana. Il figlio di un operaio che grazie alla forza di volontà e ai sacrifici del padre riesce a laurearsi e a diventare un avvocato di successo che fa i migliardi difendendo i più deboli e gli sfruttati. È la dimostrazione che l’American dream può diventare realtà; un vero asso nella manica per Kerry che oggi, dopo averlo attaccato per mesi (ma rientra nel gioco dei ruoli), lo osanna affermando di non riuscire a esprimere a parole quanto sia fiero di averlo al suo fianco e quanto sia ansioso di vederlo in un faccia a faccia mass mediatico con il suo concorrente diretto Dick Cheney, che oggi educatamente lo ha chiamato per complimentarsi e per dargli il benvenuto nella campagna elettorale. Anche il mondo del lavoro sarà contento della scelta, non avendo mai nascosto le proprie simpatie per il giovanissimo Edwards (ha appena 51 anni), che tra i suoi primi atti, quando concorreva alle primarie, aveva annunciato la volontà di riformare il Nafta, il Trattato di libero commercio Nordamericano, che fa emigrare in Messico posti di lavoro sotto-pagati e sotto-garantiti. Insomma, con la scelta di Edwrads, Kerry si rafforza alla sua sinistra (si fa per dire), una cosa che fino all’ultimo avrebbe voluto evitare, tanto che arrivò anche a flirtare con il Senatore repubblicano John McCain al quale fu offerta la possibilità di cambiare sponda e di correre come vice contro Bush e Cheney. Ora i giochi cominciano a definirsi e i due dovranno faticare molto, malgrado l’idiozia dei loro avversari, per guadagnarsi la fiducia degli americani (perlopiù altrettanto idioti). Dovranno anche ricucire un rapporto con il popolo minoritario ma rilevante dei pacifisti, dal momento che entrambi hanno sostenuto la guerra in Iraq e votato le leggi "fascistissime" incluse nel Patriot Act. Così come dovranno interagire con il crescente movimento omosessuale con il quale hanno un rapporto discreto per quanto entrambi si sono detti contrari ai matrimoni gay ma favorevoli alle unioni civili. Come dire, la campagna elettorale sarà interessante ma il dopo-elezioni lo sarà senza dubbio di più.

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martedì, luglio 06, 2004

L’Indonesia vota

Per la prima volta gli indonesiani sono stati chiamati a votare il proprio Presidente e il suo Vice. Ieri è stato mobilitato un intero sistema politico-amministrativo e sociale per consentire il normale esercizio di voto a tutti i 153 milioni degli aventi diritto sparsi in circa 13 mila isole. Un’organizzazione eccellente, tenendo conto anche dell’inesperienza, che ha visto coinvolti circa 500 osservatori internazionali e oltre 125 mila osservatori interni, perlopiù attivisti di organizzazioni per la libertà di stampa e lo sviluppo democratico sorte a decine in un paese in cui si assiste da tempo a una rinnovata vitalità sociale, come il "movimento per la riforma elettorale" o quello "politico-sociale per la democrazia". La partecipazione è stata massiccia, sintomo di una volontà forte di cambiamento. Le prime proiezioni sono abbastanza prevedibili. In testa, per quanto con una percentuale non superiore al 30%, sarebbe l’ex-generale a quattro stelle Susilo Bambang Yudhoyono, che supera di poco la Presidente uscente Megawati Sukarnoputri, figlia dello storico presidente indonesiano Sukarno. Al terzo posto, si piazzerebbe l’altro ex-generale Wiranto, che nel caso ormai certo di un ballottaggio tra i primi due che si terrà il 20 Settembre, metterà sulla piazza il proprio bagaglio di voti che superano abbondantemente il 20%. Sia le dinamiche di voto che quelle di scrutinio sono pubbliche, organizzate in grandi tendoni aperti di modo che centinaia di astanti possano assistere e spesso fare il tifo per il proprio candidato. Questo, pur garantendo una certa trasparenza, rallenta le dinamiche di scrutinio che dovrà poi essere riconfermato da un conteggio elettronico. Ciò significa che per conoscere i risultati definitivi di questo primo turno bisognerà attendere almeno una decina di giorni. Chiunque sarà il nuovo Presidente dovrà fronteggiare una crisi economica pluriennale che ha portato a una svalutazione della rupiah, la moneta locale, del 150% sul dollaro. Si dovrà far riemergere i milioni di lavoratori sommersi e implementare politiche rigide di controlli sui flussi di denaro, in un paese attestato al decimo posto tra i più corrotti del mondo. Una corruzione che parte dalle sfere alte, della polizia e dei funzionari amministrativi, per poi propagarsi ovunque. Problemi seri, dunque, capaci di mettere in discussione la graduale e autonoma transizione democratica di un paese dove non esiste sinistra. I comunisti sono stati tutti ammazzati o marciscono nelle patrie galere, mentre un piccolo partitino socialdemocratico è nato da alcuni anni ma la sua forza è troppo irrisoria per poter incidere sulle dinamiche politico-istituzionali del paese. Oggi, l’unico partito che può contare su certo radicamento è quello democratico che è in realtà un’organizzazione della destra illuminata che ha avuto un ruolo fondamentale in questo percorso di liberalizzazione e che oggi sostiene il generale Yudhoyono. Crisi economica e implementazione democratica, dunque, questi i due grandi temi su cui la nuova gestione indonesiana dovrà lavorare duro. È l’unico paese di quell’area geopolitica che ancora non riesce a risollevarsi economicamente dopo la grande crisi nella seconda metà degli anni Novanta. Malaysia, Korea, Thaylandia, a cui si aggiungono Vietnam e Cina, si sono rafforzate. Sono le Tigri Asiatiche. È con loro che deve competere e, tutte insieme, con l’Occidente.

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domenica, luglio 04, 2004

Il potere si confessa

Eduardo Galeano, poeta e scrittore uruguayano, con un intervento sul Manifesto del 3 Luglio, ritorna sulla questione delle torture. Partendo dal caso di Guantanamo e di Abu Ghraib riflette sulla natura dei sistemi che infliggono sistematicamente tali atrocità come frutto di un ragionamento consapevole. Si sa, dice il poeta, che le confessioni sotto tortura, così come ai tempi della Santa Inquisizione, hanno poco valore. Al contrario, il potere attraverso l’umiliazione del nemico, vero o creato, confessa la sua identità.

Clicca di seguito per leggere l’articolo integralmente

La confessione del torturatore di Eduardo Galeano

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