Fabio de Nardis - blog personale
Fabio de Nardis - weblog

Per contattarmi:

fabio.denardis@rifondazione.it

              
 

giovedì, marzo 31, 2005

Mamma terra è agonizzante

Secondo il rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sul Millennium Ecosystem Assessment (Ma), il nostro pianeta corre un serio rischio di sopravvivenza. Il corposo rapporto redatto da 1360 scienziati di 95 Nazioni e presentato ieri a Roma così come in altre nove città del mondo conclude con un’affermazione dal sapore apocalittico: “L’attività dell’uomo sta sottoponendo le funzioni della terra a uno sforzo così grande che le capacità del pianeta di provvedere al sostentamento delle future generazioni non possono essere date per scontate”. Terrificante. Eppure queste riflessioni sono destinate probabilmente ha trasformarsi in carta straccia, gettata sotto il peso degli egoismi politici nazionali che sempre più spesso mostrano la loro scarsa lungimiranza. Gli Stati Uniti, intanto, tra i principali inquinatori e consumatori di risorse scarse, si rifiutano di ratificare il pur moderato Trattato di Kyoto per la riduzione dell’emissione di gas nocivi nell’atmosfera. Quale soluzione a una simile impasse? Intanto lo stesso concetto di sviluppo andrebbe ripensato, abbandonando il mito moderno della crescita quantitativa e rivalutando il concetto di qualità della vita da tempo obiettivo di contenzioso tra movimenti sociali e istituzioni politiche. Aria, acqua, idrocarburi, queste sono le risorse naturali da tutelare e da trasformare in beni pubblici, svincolati dalla logica proprietaria che ne fa oggetto di mercificazione. Parole, solo parole. E i fatti?         

postato da fabiodenardis, 14:53 | link | commenti    - lo trovi nella categoria: vita, mondo

 

martedì, marzo 29, 2005

E la Coca-Cola trema …

I movimenti, malgrado lo sguardo disattento di chi ne decreta la morte, continuano a incidere globalmente in campagne di persuasione e solidarietà internazionale. Questa volta l’oggetto delle azioni è la “amatissima” coca-cola. Dopo la campagna di boicottaggio che in Italia ha visto mobilitarsi anche le istituzioni locali, come nel caso del Municipio Roma XI, la protesta arriva addirittura nei Campus statunitensi, cioè dove nessuno avrebbe potuto immaginare. Gli studenti di sei Università, tra cui la prestigiosa University of Michigan (già protagonista di una dura campagna di boicottaggio contro la Nike) e la University of New York, fanno pressione sui rispettivi senati accademici affinché venga bandita la vendita del prodotto. La campagna mondiale è stata lanciata dalla United Students Against Sweatshop e la Killer Coke Campaign (www.killercoke.org) in solidarietà ai sindacalisti colombiani, che subiscono quotidianamente vessazioni da squadracce paramilitari che sovente li raggiungono fin dentro gli impianti, e ai bambini dell’Honduras, sfruttati nelle fabbriche della grande corporation, e si estende fino al subcontinente indiano. Come denuncia Amit Srivatava, dell’India Resource Center, in partenza per gli Stati Uniti dove terrà una serie di conferenze, dopo un bando durato sedici anni, la coca cola è stata riammessa nel 1993 e da allora ha causato il prosciugamento di 260 pozzi, lasciando decine di villaggi senz’acqua. A Kerala una mobilitazione popolare ha costretto il governo locale a far chiudere uno stabilimento, mentre a Rajastan, dove le autorità sanitarie hanno scoperto tracce di pesticidi nelle bevande confezionate, la vendita di coca cola è stata sospesa a causa della reticenza dei vertici della corporation a fornire spiegazione sul fatto. Anche in Italia, come si accennava, la lotta è serrata contro una nuova condotta di distribuzione che, a detta della Federazione Italiana dei Grossiti, metterebbe a rischio la sopravvivenza di 76 aziende solo nel Lazio. Il 19 Aprile, in occasione della riunione degli azionisti della coca cola che si svolgerà a Wilmington, in Delaware, contadini indiani, sindacalisti colombiani e studenti americani manifesteranno fianco a fianco. La società civile è viva, grida con forza la sua indignazione e impone la sua pratica di opposizione non violenta allo strapotere del capitalismo globale.        

postato da fabiodenardis, 20:06 | link | commenti (1)   - lo trovi nella categoria: mondo, movimenti

 

mercoledì, marzo 23, 2005

La strage di Red Lake 

La strage al liceo Colombine nel ’99, che ispirò il bel documentario di Michael Moore, sembrava ormai un triste ricordo, ma proprio mentre un giudice della Florida nullificava la sparata legislativa del Congresso americano per “salvare” la vita di Terri Schiavo, gli Stati Uniti sono ripiombati nel terrore per mano di un adolescente. Questa volta la triste sorte è toccata al Red Lake, un piccolo liceo tribale del Minnesota all’interno dell’antica riserva indiana della gloriosa stirpe dei Chippewa, dove Jeff Weise, 17 anni, nativo americano e frequentatore assiduo di blog e siti neonazisti, ha fatto strage di compagni sparando all’impazzata “con il sorriso in volto”, prima di puntarsi una pistola in bocca mettendo fine a una vita che pare fosse fatta di frustrazioni sociali e familiari. L’azione è cominciata nella casa del nonno, ex ufficiale della polizia tribale, ucciso a sangue freddo insieme alla compagna. Inutile scendere nel merito della dinamica, i giornali italiani e internazionali, notoriamente contraddistinti da una passione smisurata per lo splatter hanno già sguazzato nei particolari della notizia. Ciò che vale la pena considerare è che ancora una volta l’America, da tempo impegnata a costruire l’immagine del nemico esterno, lo ritrova invece nei confini della propria comunità, in cittadini comuni, appena adolescenti, apparentemente innocui, che una mattina qualunque, senza una ragione precisa, decidono di odiare se stessi e il mondo che li circonda. Sicuramente si riaprirà l’atavico contenzioso sulla facilità estrema con cui negli Stati Uniti è possibile recuperare armi, ma mentre questa discussione non porterà da nessuna parte, come è avvenuto in passato, solo in pochi si fermeranno a riflettere sul perché queste tragedie succedano sempre in quel paese, la culla della libertà e della democrazia. Un paese che promette una felicità onirica regalando una realtà controversa fatta di esclusione sociale e ingiustizie; dove più di un giovane vive una vita che decide non essere degna di essere vissuta. Forse, prima di assumere su di sé  il compito di esportare il proprio modello nel resto del mondo, gli americani dovrebbero cercare di risolvere le contraddizioni drammatiche che esso stesso genera.

postato da fabiodenardis, 17:07 | link | commenti (2)   - lo trovi nella categoria: diario americano

 

martedì, marzo 22, 2005

La vita che vale la pena di vivere

L’America politica si mobilita per approvare una legge ad personam che dovrebbe salvare la vita di Terri Schiavo, ormai da quindici anni dichiarata cerebralmente morta in seguito a un arresto cardiaco che la colpì quando aveva solo venticinque anni. Anche George W. ha interrotto le sue vacanze prepasquali nel suo ranch texano di Crawford per poter firmare una legge che impedirà, ora che è stata approvata, di staccare i tubi che la mantengono in vita, se così può essere definita quella che ai nostri occhi appare solo come una condanna a una condizione inumanamente decerebrale. La legge è stata approvata nella mezzanotte di domenica tra gli applausi e le lacrime dei deputati repubblicani e di quei democratici che con il loro voto favorevole hanno impedito a Terri di morire con dignità, come afferma il marito. “Una battaglia di civiltà”, l’ha definita Bush, per la promozione e il sostegno di una “cultura della vita”. Strana affermazione per un uomo politico che da Governatore del Texas, lo Stato più reazionario della Federazione, ha superato ogni record storico di condanne a morte e da Presidente si è fatto promotore di una guerra che ha prodotto più di 100.000 morti innocenti, lacerati dalle bombe “intelligenti” della coalizione. Nel frattempo L’Organizzazione Mondiale della Sanità in una nota diffusa a Ginefra fa sapere che ad almeno 1,1 miliardi di persone nel mondo è negato l’accesso all’acqua potabile e questo produce circa 30.000 morti ogni sette giorni. Eppure nessuno oggi si pone il problema di salvare la loro vita. Pare che per impedire questa strage sarebbero necessari 11,3 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti ne hanno appena stanziati 161 miliardi per finanziare il “future Combat System” (Sistemi di Combattimento per il Futuro). Ma come dire, 1.560.000 morti di sete ogni anno non rappresentano un’urgenza. Centinaia di migliaia di persone che non si pongono neanche il problema di una morte dolce (eu-tanathos) dal momento che è a loro negata anche una vita che sia quantomeno dignitosa. Terri Schiavo è stata condannata a una tortura a morte in nome di una cultura della vita che si configura da subito come il trionfo dell’ipocrisia.

postato da fabiodenardis, 13:45 | link | commenti (4)   - lo trovi nella categoria: vita

 

giovedì, marzo 17, 2005

Raccogliere informazioni...“A ogni costo”

Da un dossier pubblicato ieri sul New York Times emerge una realtà scioccante sulla realtà degli interrogatori ai prigionieri sospetti di terrorismo in Afghanistan e in Iraq. Secondo una consuetudine consolidata nell’esercito e nell’intelligence americana, l’omicidio di un detenuto nel corso dell’interrogatorio è una pratica che viene presa in considerazione “per i casi più difficili”. Il quotidiano più importante del mondo cita il rapporto stilato dall’ammiraglio Albert Church che è stato assegnato alle indagini su ventisei decessi “sospetti” di cui solo uno si è verificato nel famigerato carcere di Abu Ghraib e questo rende l’idea della diffusione di questa prassi “democratica” di reperimento delle informazioni. Questa volta sembra che si voglia andare fino in fondo, almeno su questi pochi casi presi in considerazione, e già in diciotto si è arrivato all’incriminazione dei responsabili o dei capri espiatori, come spesso succede in queste occasioni così delicate per l’immagine internazionale di una grande potenza. Fa parte della nuova strategia della Casa Bianca che ha addirittura nominato, nella figura della sottosegretaria Karen Huges, il curatore di una nuova immagine Usa di fronte al mondo arabo, certo non una facile impresa visto i precordi. Il Pentagono assicura anche che si sta predisponendo un nuovo manualino per i responsabili degli interrogatori che sostituirebbe quello in vigore da almeno tredici anni, in cui la tortura fisica e psichica era espressamente prevista come tecnica potenzialmente lecita. Anche qualora fossero assenti i riferimenti alla tortura, il problema di questi “prontuari” è che lasciano uno spazio molto ampio di vuoto normativo che può essere liberamente riempito dall’agente Cia o dai “contractor” privati di turno, tra le categorie più coinvolte in questi scandali. Ѐ inutile raccontarsi storie. I germi della tortura sono naturalmente contenuti nella guerra. Non basta proibire gli abusi fisici e psicologici, va abolita la guerra come metodo di risoluzione di controversie politiche. Questo ci si aspetta dalla “culla della democrazia”.          

postato da fabiodenardis, 12:17 | link | commenti (4)   - lo trovi nella categoria: diario americano, mondo

 

mercoledì, marzo 16, 2005

La curia scende in campo: “Dio ce ne scampi e liberi !”

Le recenti dichiarazioni di Romano Prodi relative al referendum sulla fecondazione assistita proprio non sono piaciute ai vertici vaticani. Il leader dell’Unione, così come Scalfaro e Rosi Bindi, ha infatti affermato di recente che, da cattolico “adulto”, è rispettoso dell’episcopato in termini di magistero ma si considera autonomo politicamente. In questo senso ha affermato che andrà a votare i quesiti referendari. La reazione di Ruini non si è fatta attendere. La Cei si è ufficialmente schierata per l’astensione, convinta evidentemente che in caso di raggiungimento del quorum la vittoria del Sì sarebbe scontata. Era dal 1974 che non si schierava così nettamente contro un quesito referendario, anche se allora l’orientamento fu per il No. Monsignor Giuseppe Betori, segretario della Conferenza Episcopale Italiana, afferma che il “non voto” (espressione preferita a quella più incisiva di “boicottaggio”) è il modo migliore per garantire “la difesa razionale della vita, del soggetto umano, del futuro dell’umanità e dell’integrità della famiglia”. Per l’ennesima volta la Chiesa Cattolica si spoglia dei suoi abiti spirituali e si getta di forza nella mischia politica. Proprio non va giù ai cosiddetti cattolici di base, quelli che giorno dopo giorno si confrontano con la vita reale, con il disagio e le contraddizioni sociali. Don Gallo afferma che rispettare il primato della coscienza personale è dottrina certa, e chi sostiene il contrario commette un’eresia. Don Vitaliano, il prete disobbediente recentemente sospeso “a divinis”, afferma che l’astensione ai referendum è senza dubbio una scelta legittima ma solo se è il prodotto di una scelta consapevole e individuale. Ben altra cosa è quando Camillo Ruini, che non è un leader politico, inviti espressamente a farlo. A questo punto c’è da chiedersi: cosa faranno i cattolici italiani? Decideranno di essere “adulti”, come fu nel 74 e nell’81, o preferiranno essere subalterni all’atteggiamento inquisitorio del potere clericale?             

postato da fabiodenardis, 12:36 | link | commenti (2)   - lo trovi nella categoria: italia, vita

 

martedì, marzo 15, 2005

La guerra in formato play-station

L’esercito americano si predispone a una vera rivoluzione tecnologica. Si sa, Bush ama ripetere che “la priorità numero uno è il militare”, e per questo ha stretto un’alleanza di ferro con la grande industria bellica privata. Sono annunciati tagli radicali alla spesa sociale con conseguenze potenzialmente devastanti soprattutto per i centinaia di migliaia di senzatetto che saranno di qui a breve privati di ogni forma di sussidio, ma nel frattempo il Pentagono investe 161 miliardi di dollari nel programma “future Combat System” (Sistemi di Combattimento per il Futuro) con l’obiettivo di sostituire le attuali forze armate con un esercito di piccoli robot killer. Non è fantascienza. I primi 18 piccoli terminator saranno sperimentati in Iraq nelle prossime settimane. Si tratta di macchine telecomandate, del costo di 200 mila dollari a esemplare, capaci di colpire una moneta di cinque centesimi a una distanza di cinquecento metri. Si chiamano Swords (Special Weapon Observation Reconnaissance Detection System) e come ha affermato nel corso della 24° Army Science Conference, tenuta di recente a Orlando, uno degli scienziati che hanno partecipato al progetto: “Questi soldati hanno il pregio di non dover essere addestrati, alimentati o vestiti. Possono essere smontati e inscatolati se non servono. Non protestano mai. E non ci sono lettere da scrivere a casa se vengono distrutti in battaglia”. Possono sparare fino a mille colpi al minuto e si manovrano facilmente attraverso un joystick. Una specie di gameboy predisposto all’eliminazione fisica di migliaia di donne e uomini. Quasi un giochino elettronico pensato per accelerare il processo di mistificazione della guerra, per la sua trasformazione in giochino virtuale. C’è da aspettarsi che per manovrare questi mostri della nuova tecnologia bellica saranno scelti giovani tredicenni con il cervello già fuso da ore e ore passate ogni giorno a giocare alla guerra in play station. Chi meglio di loro sarebbe capace di eliminare il maggior numero di avversari per passare al “quadro” successivo?

postato da fabiodenardis, 19:08 | link | commenti (4)   - lo trovi nella categoria: diario americano, mondo

 

sabato, marzo 12, 2005

Il cuscino dei miei sogni

Durante il fine settimana abbiamo tutti meno tempo di scrivere e leggere sui blog. Quindi mi limiterò a una chicca che serve a dimostrare per l’ennesima volta la grande capacità imprenditoriale credo ormai innata nel popolo americano. Per scampare la bancarotta, le tre principali compagnie aeree di bandiera, American, Northest e Delta Air Lines hanno deciso di eliminare coperte e cuscini generalmente in dotazione anche per i voli nazionali. Esigenze di tagli alle spese superflue hanno dichiarato i dirigenti. Dunque, se un passeggero dovesse aver voglia di schiacciare un pisolino comodamente dovrà avere l’accortezza di portarsi tutto il necessario da casa, un po’ come Linus. E se questo non dovesse avvenire dovrà pagare un surplus che va dai cinque ai nove dollari. C’è già qualche commentatore malizioso che ha avanzato l’ipotesi di una presunta funzione sociale di questa iniziativa, che probabilmente sarà accettata senza problemi dall’utenza americana. Sotto sotto potrebbe essere un modo per risolvere la ormai radicata diffidenza che il cittadino americano ha per gli estranei. Hai sonno? Sei stanco? Non c’è problema: “put your head on my shoulder”... “posa pure la tua testa sulla mia spalla”.    

postato da fabiodenardis, 17:47 | link | commenti (3)   - lo trovi nella categoria: diario americano

 

giovedì, marzo 10, 2005

Il gene di Dio

Gli americani non finiranno mai di stupirci. La gente continua a morire di cancro e altre svariate malattie; milioni di persone sono affette da virus Hiv ma i biologi Usa sembrano interessati ad altro. Alcuni scienziati sono infatti impegnati a dimostrare con gli strumenti della genetica per quale strana ragione la destra religiosa guadagna costantemente terreno rispetto alla sinistra secolare. A quanto pare il nostro DNA sarebbe in grado di determinare una particolare predisposizione alla fede religiosa. Certo una notizia che, se confermata, segnalerebbe una vera e propria “epidemia” che avrebbe colpito la società americana nel nuovo corso politico-spiritualista inaugurato da George W.

In realtà, la nozione di una inclinazione genetica alla religione non è nuova. Già Edward Wilson, tra i fondatori della “sociobiologia”, negli anni Settanta affermava che la predisposizione religiosa poteva essere considerata come un possibile vantaggio (vantaggio?) evolutivo. Sulla stessa linea sembra essere Dean Hamer, un importante genetista americano, che in un suo recente libro dal titolo suggestivo, “The God Gene”, identifica in una variante del gene VMAT2 la causa di un possibile atteggiamento per così dire “spiritualista”. In realtà c’è più di una ragione per essere scettici a riguardo, dal momento che le considerazioni di Hamer non passano per una effettiva sperimentazione in laboratorio ma sono piuttosto il prodotto di un’analisi tutta speculativa, quindi scientificamente poco attendibile. Ma si sa, negli Stati Uniti basta poco per fare notizia.  L’autore mette subito le mani avanti affermando che questo spiritualismo non presuppone l’adesione a uno specifico culto religioso ma si riconnette a variabili socioculturali, per cui in Alabama potrà concretizzarsi nel Pentecostalismo, mentre in California, nell’astrologia o nel culto delle Piramidi.

La scienza statistica si è attivata in perfetta sincronia, e in uno studio effettuato su un campione di 4.000 individui nel North Caroline rileva che i praticanti religiosi avrebbero il 46% di probabilità in meno di morire nell’arco di sei anni, rispetto ai non credenti. Un altro studio che ha invece coinvolto un campione di quasi 126.000 individui rivela che un giovane praticante di vent’anni ha un’aspettativa di vita anche di sette anni superiore rispetto ai non credenti. Verrebbe da dire, meglio un anno da leoni che sette da c… ma non perdiamoci in inutili e volgari battute e andiamo avanti. Il gene di Dio, stimolando la Dopamina nel cervello, avrebbe anche l’importante effetto di produrre socialità e una maggiore disponibilità ad avere figli. “Socialità” e “promiscuità”, ecco forse spiegato il perché dei tanti scandali sessuali che hanno coinvolto la Chiesa cattolica americana.

Ciò che manca è la distinzione tutta culturologica e sociologica tra “religiosità” e “religione”, la prima, intesa come una condizione della vita umana prodotta dall’insicurezza e dalla consapevolezza della propria finitudine; la seconda, come quel sistema di credenze, a volte confessionali, a volte laiche (si pensi ai dogmi ideologici), che gli uomini hanno creato per placare quell’insicurezza potenzialmente destabilizzante per l’ordine sociale.

Chiudo con un aneddoto. Ancora nei primi anni Novanta, in Cina, dopo decenni di propaganda antireligiosa, i tassisti avevano sostituito i tradizionali santini da auto con piccole foto di Mao, affinché il campione dell’ateismo, trasformato in dio, potesse proteggerli dal rischio di incidenti. Come dire … le vie del Signore sono infinite.

postato da fabiodenardis, 22:00 | link | commenti (3)   - lo trovi nella categoria: vita, differenze

 

mercoledì, marzo 09, 2005

Il corpo incatenato delle donne

Dopo il dibattito acceso che la mia provocazione sull’8 marzo ha suscitato, mi sembra utile continuare a proporre delle riflessioni sul tema della differenza di genere. Mi perdoneranno dunque le mie amiche e critiche del blog se, da uomo, continuerò forse illegittimamente a invadere un terreno accidentato ma sul quale credo sia importante confrontarsi. Lunedì 28 febbraio è stata inaugurata a New York l’assemblea Onu sulle donne per verificare gli impegni presi nell’analogo evento che si svolse a Pechino nel 1995 quando 189 Stati del mondo dopo giorni di discussioni intense (fu un momento storico nel suo genere) si assunsero il compito di lavorare per combattere ogni tipo di discriminazione di genere nell’ambito della propria sovranità territoriale. Malgrado le valutazioni ottimistiche di Kofi Annan, le Ong femminili che hanno partecipato alla Conferenza concordano che questo sia in realtà un momento eccezionalmente negativo per la libertà e l’autodeterminazione delle donne, sia in termini di diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla rappresentanza politica, sia in tema di violenza fisica e sessuale. Le cause sono individuate essenzialmente nel conservatorismo religioso (cristiano o islamico) che in più paesi rallenta un processo non scontato di sviluppo civico e sociale. Così negli Stati Uniti viene messo in discussione il sacrosanto diritto delle donne all’autodeterminazione sulla propria gravidanza; in Italia viene approvata una legge scandalosa sulla fecondazione medica assistita; in Algeria viene approvato un nuovo codice di famiglia che introduce la figura del tutore di famiglia, e così via.

Anche là dove il sistema giuridico e normativo sembra orientato su parametri più laici e progressivi, la situazione delle donne continua ad essere tendenzialmente negativa se paragonata alle condizioni di vita e opportunità accordate all’altro sesso.

Il problema è a mio avviso sostanzialmente culturale e non giuridico. Come scrive Lidia Menapace oggi, su Liberazione, il problema della violenza sulle donne riguarda in primo luogo l’annosa tematica del “corpo”. Corpo che genera, corpo che seduce, corpo che serve in primo luogo a produrre piacere asservito e subordinato al desiderio maschile. Anche il problema dell’istruzione e del lavoro sono strettamente correlati all’idea che la donna per quanto emancipata non possa ne debba distaccarsi troppo dai ruoli tradizionalmente femminili. Il diritto, da solo, non può far sì che l’intelligenza della donna si sviluppi in senso autonomo e creativo e che prescinda dalla “naturalità” della dedizione al proprio uomo, al proprio figlio, e alla famiglia in genere.

Le associazioni che da tempo lottano per la/le libertà femminili sono lasciate sole e non riescono a influire sul pensiero unico conservatore ancora imperante nelle società contemporanee. Questa, correggetemi se sbaglio, è anche una responsabilità della sinistra sociale e politica che da troppo tempo ha abbandonato la tematica di genere che a mio avviso dovrebbe acquisire nuova centralità anche e soprattutto nel processo di ridefinizione di una cultura politica progressista e, permettetemi, comunista.    

postato da fabiodenardis, 18:52 | link | commenti (1)   - lo trovi nella categoria: differenze

 

martedì, marzo 08, 2005

8 marzo…una commemorazione rivoluzionaria

Esattamente dodici mesi fa dagli Stati Uniti scrivevo su questo blog inaugurato da pochi mesi un piccolo articolo sull’8 marzo. Il tono volutamente provocatorio scatenò un dibattito con toni anche duri. Oggi mi sento di riproporre le stesse riflessioni proprio per il profondo rispetto che ho verso il genere femminile che ha saputo portare nella politica italiana e mondiale una ventata di laicità e modernizzazione. Un genere che si è fatto promotore di una rivoluzione culturale rendendosi soggetto protagonista di un processo radicale di rinnovamento dei costumi e delle istituzioni. Una rivoluzione permanente che, a momenti alterni, continua a spingere per uno sviluppo in senso progressivo delle società contemporanee. Mi sento di dedicare queste riflessioni a Giuliana Sgrena e Florence Aubenaus, due donne, due compagne, due rivoluzionarie…      

 

….Oggi, care donne, è il vostro giorno di libera uscita. Già me lo immagino. Ristoranti di classe, pizze collettive tra amiche, locali trasgressivi con allegato spogliarellista che si struscia su ogni signora per evitare che qualcuna ci rimanga male. Insomma. Per oggi i ruoli si invertono. Giocate a fare gli uomini, amate il branco, la comitiva, il sesso fine a se stesso. Godetevi queste ventiquattro ore di uguaglianza, anzi di disuguaglianza al contrario, che poi domani si torna a casa a servire e riverire il vostro bel maritino che è stato tanto carino da concedervi questo strappo alla regola, ma che starà lì ad aspettarvi e a ricordare con un semplice sguardo che siete e resterete cittadine di serie B.

È veramente questo che intendete per parità? Allora sentite questa storiella e meditate. Marzo 1908, New York, le operaie dell’industria tessile Cotton organizzano uno sciopero per protestare contro le terribili condizioni di lavoro in cui sono costrette a lavorare. La protesta si protrae per alcuni giorni, finché il proprietario Mr. Johnson decide di bloccare tutte le uscite per evitare che possano uscire. Qualcuno appicca il fuoco e 129 operaie rimaste prigioniere muoiono asfissiate o arse dalle fiamme. Era l’ottavo giorno del mese. Successivamente, una socialista rivoluzionaria di nome Rosa Luxemburg, avrebbe proposto proprio quella data, in memoria della tragedia, come giornata di lotta internazionale per i diritti delle donne e dei lavoratori.

Inizialmente le celebrazioni per l’8 Marzo rimasero circoscritte agli Stati Uniti ma presto si diffusero in tutto il mondo come giorno di lotta e di rivendicazioni. Non so cosa questo giorno significhi oggi in America, ma da noi simboleggia la liberazione delle donne dalla condizione di subalternità a cui erano state relegate dalla religione, dalle tradizioni, dalla politica, di sinistra e di destra. Da noi questo giorno rappresenta il referendum sull’aborto, sul divorzio, la legge contro la violenza sessuale, l’obbligo del rispetto delle quote nelle candidature agli uffici pubblici. Questo rappresenta.

Ricordate che se serve un giorno per festeggiare qualcosa, vuol dire che questo qualcosa è talmente raro e importante nella sua soggettività da meritare l’attenzione e il rispetto di tutti. Care donne, dunque, non imitate gli uomini, non rinunciate a questa soggettività, non sperate in una uguaglianza elargita. Rivendicate la vostra diversità, indossate le vostre gonne e ricominciate a lottare.

postato da fabiodenardis, 12:16 | link | commenti (7)   - lo trovi nella categoria: differenze, conflitti