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martedì, luglio 26, 2005
Comincia la campagna per le primarie
Oggi Bertinotti inaugura ufficialmente la sua campagna per le primarie dell’Unione che si terranno a Ottobre. Lo farà a Roma alla libreria “Amore e Psiche” dove il 4 Novembre 2004 era stato invitato a discutere di non violenza con Pietro Ingrao. Fu un incontro suggestivo in cui il leader di Rifondazione Comunista, visibilmente emozionato, si trovò a dover dialogare con donne e uomini con alle spalle anni di ricerca sulla psiche umana. Una moltitudine di militanti dell’analisi collettiva che posero domande cruciali del tipo: «Voi parlate di non violenza, ma lo sapete da dove viene la violenza? Conoscete le dinamiche inconsce degli esseri umani? Vi rendete conto che vivete in un contesto culturale in cui l’uomo è falsamente descritto come naturalmente “corrotto” fin dalla nascita, un contesto culturale che ancora non si è liberato dall’influenza di Freud, e della religione?». Domande delicate che segnano la possibilità di un incontro tra psichiatria (o antipsichiatria) e sinistra, frutto di un lavoro trentennale realizzato nella pratica “comunista” delle sedute pubbliche e gratuite, contro l’idea che il lavoro sull’inconscio debba essere un privilegio borghese. Non è un caso che Fausto Bertinotti scelga quella sede per lanciare la sua campagna personale, ma anche di tutti coloro che credono che l’asse dell’Unione debba e possa essere spostato su equilibri più avanzati, che il cambiamento possa andare oltre la banalità dell’alternanza, come scrive
la Rina Gagliardi , soffermandosi su una vera alternativa di società. Diversi comitati sono già nati spontaneamente e i primi a dare il loro sostegno alla candidatura Bertinotti sono le associazioni Gay, lesbiche, bisex, e trans che oggi diffondono un comunicato pubblico. Un buon piazzamento di Bertinotti non può non condizionare a sinistra la politica e il programma dell’Unione contro le derive neocentriste che la connotano. Un no netto alla guerra (e al terrorismo), un’educazione pubblica e libera, una società eguale, uno Stato laico, un mondo diverso insomma. Per tutte queste ragioni forse varrebbe la pena azzardare un voto a Fausto Bertinotti.
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sabato, luglio 23, 2005
Oggi sulla mia email trovo questa lettera della mia cara amica e compagna Pamela. Uno sfogo che descrive e elabora la follia del mondo contemporaneo più di qualsiasi mio commento. Con il suo consenso ve la sottopongo …
… Forse ci abitueremo, forse no
Il mondo globale è diventato una globale prima linea. La differenza tra eserciti e civili si è dissolta in una guerra che usa le bombe “intelligenti” e ragazzi kamikaze. Che ti fa esplodere quando punta, per motivi cosiddetti strategici, su una fabbrica poi adibita a ospedale e chissà com’è che agli agenti dei servizi segreti questo non risulta, o al mercato a Baghdad mentre compri frutta aggrinzita per i bambini che ti aspettano a casa, o mentre, sulla spiaggia dorata di una latitudine vicina ai tropici cerchi di riprenderti la vita dopo un anno di lavoro, nevrosi cittadine, giorni alienati. L’altro giorno pensavo, con una sottile ansia, a mia sorella, partita con la sua nuova giacca a fiori, sul metro di new york; a Daniela che tutti i giorni va al lavoro con i mezzi pubblici, spostandosi dalla sua casetta di mattoncini rossi al centro di Londra; a Leo e Fabio che stanno partendo per
la Palestina ; alla Gerusalemme che così tanto ho cercato e desiderato, al mio anno in Israele. E poi a Giorgio e al suo Lucas, quattordici anni e il pallone incollato al piede, che ieri ha visto brillare, nel cielo di Sharm, le bombe suicide. Buone notizie, per fortuna. E pensavo alle storie di Gino Strada in Pappagalli verdi, ai bambini soldati in Africa, ai pastori dei villaggi afgani. Quanta ansia quando leggi il giornale, ascolti la radio, aspetti la telefonata di un amico. Ci abitueremo e impareremo la convivenza con la paura. Ce lo impongono la scienza e la tecnica che hanno trasformato il profilo e gli strumenti della guerra, la cultura politica che fatica a smarcarsi, nel cosiddetto Occidente come in Medio Oriente, dall’uso della violenza come mezzo di esercizio del potere: della sua acquisizione, del suo mantenimento. Che sia per controllare risorse strategiche o per impedire processi di emancipazione. Ci abitueremo. Per fortuna, perché l’abitudine ci consentirà di andare avanti nella nostra vita di tutti i giorni, senza che la paura ci costringa alla prigione individuale. Purtroppo, perché l’abitudine porta con sé l’idea della «normalità» (forse non è questo il termine esatto, ma al momento faccio fatica a trovarne un altro). L’ho sperimentato a Florianopolis. Nei primi giorni di favela i colpi d’arma da fuoco e gli elicotteri che per intere giornate rompevano l’aria del cielo su Mont Serrat mi gettavano in una cupa angoscia. E guardavo, attonita, gli abitanti della favela che continuavano a riempire le strade, mentre i bambini facevano volare gli aquiloni…poi, con il passare dei giorni, quei rumori suonavano meno stonati alle mie orecchie, si stava succedendo qualcosa: un’incursione della polizia, un regolamento di conti, forse ci sarebbe rimasto in mezzo un bambino mentre faceva volare l’aquilone, ma quella è la quotidianità nella favela –anche se la favela non si riduce all’orrore quotidiano. Lo diceva e lo ha scritto bene Amos Oz nei suoi giorni in Italia. C’è un villaggio ai piedi di un vulcano che sta per esplodere. E quando cala la sera, lì in una casa ai piedi del villaggio, c’è una donna che si rigira nel letto e non dorme. Non perché abbia paura del vulcano, no, ma perché pensa a suo figlio che si rigira nel letto e non riesce a dormire. E anche lui non perché pensi al vulcano, ma a quella ragazza che è appena stata lasciata….e così va avanti la storia. E anche noi ci abitueremo e forse, me lo auguro, mentre cercheremo il modo di sopravvivere alla paura cercheremo anche il modo di reagire, per non rimanere vittime o muti spettatori di questa macabra stagione, per darci e restituire all’umanità un’altra possibilità. Che non sia la guerra con le bombe intelligenti e i ragazzini che si fanno esplodere in nome del paradiso dei giusti. Perché non c’è paradiso al quale si possa accedere quando ci si fa strumento dei potenti, che vestano il gessato blu o una tunica con il turbante.
postato da fabiodenardis, 17:28 | link | commenti (4) - lo trovi nella categoria: vita, mondo
mercoledì, luglio 20, 2005
Libertà per Jihad
Jihad Mohammad Issa è un palestinese che il 15 giugno ha finito di scontare una lunga pena detentiva nel nostro Paese (vent'anni). Convocato telefonicamente presso la questura di S. Lorenzo a Roma perché gli fosse notificato il fine pena, vi si è immediatamente recato come era solito fare in altre occasioni per ricevere comunicazioni. Ha avuto, però, la sgradita sorpresa di ritrovarsi, sì libero, ma, paradossalmente, immigrato clandestino privo di documenti. Per questo, grazie alla legge Bossi-Fini, è stato automaticamente deportato al Centro di Permanenza Temporanea di Ponte Galeria. Per Jihad non è affatto finita: la libertà pagata con 21 anni di vita alla Stato italiano e dallo stesso Stato legalmente riconosciuta, nella realtà dei fatti, gli viene nuovamente negata. Espulso: ma dove? Jihad è privo di qualsiasi documento. Il governo giordano gli ha negato la cittadinanza dopo che il passaporto giordano con cui è entrato in Italia è scaduto ormai da anni. La sua presunta appartenenza a "Fatah-Consiglio Rivoluzionario", un'organizzazione dichiarata fuori legge da Israele e da numerosi Paesi arabi, gli comporterebbe il rischio di eventuali ritorsioni e ulteriori pene in qualsiasi Stato della regione mediorientale. Ieri ci è arrivata una sua telefonata dal Centro di Permanenza Temporanea in cui è stato relegato. Il giudice, lo stesso che lo ritenne meritevole della semilibertà, forse sull’onda emotiva degli attentati londinesi, oggi decide di rifiutare la sua richiesta di rimanere in Italia, giudicandolo potenzialmente pericoloso per la nostra società. Ma come si fa non capire che i terroristi di oggi è proprio questo che vogliono, che la giustizia italiana sia regolata dalle pulsioni più remote e dalla paura e che la nostra democrazia si involva irrimediabilmente. Non stiamo al gioco di chi cerca lo scontro tra civiltà. Sarebbe uno sgarro maledetto alla nostra civiltà. Jihad ha ampiamente pagato qualsiasi presunto debito con lo Stato italiano, da alcuni anni lavora seppur in regime di semilibertà e si è iscritto all’Università (Facoltà di Studi Orientali), ora DEVE poter riprendere la sua vita di persona libera, lavorare e vivere nella sua abitazione insieme alla propria compagna. Chiediamo la restituzione della piena libertà per Jihad Mohammad Issa, subito.
postato da fabiodenardis, 15:21 | link | commenti (5) - lo trovi nella categoria: italia
sabato, luglio 16, 2005
Sempre peggio, anzi … sempre uguale
Il Corriere della Sera sceglie come sempre dopo un attentato di delegare il giudizio sociopolitico sull’accaduto alla penna avvelenata di Oriana Fallaci, testa di punta del pensiero reazionario italo-americano, che, come di consueto, vomita la sua rabbia e la sua frustrazione in un lunghissimo articolo che sconsiglio di leggere, tranne a chi, come il sottoscritto, ha avuto una mezzora di tempo per farsi salire su un po’ di bile. La sua veemenza xenofoba e antiaraba è ormai arcinota, dall’11 Settembre in poi, la giornalista scrittrice ha sostenuto la guerra a oltranza tra civiltà contrapposte in più circostanze, si ricorda “La rabbia e l’Orgoglio”, “La forza della Ragione”, “Oriana Fallaci intervista se stessa” e, infine, “L’Apocalisse”. Tutti saggi che oltre a denotare il macabro egocentrismo di una donna invecchiata male le sono costati anche un bel po’ di problemi, dal momento che l’autrice è già stata processata in Francia con l’accusa di razzismo religioso e xenofobia, mentre in Svizzera si chiese addirittura al Governo italiano la sua estradizione in manette. Idiozie naturalmente, come idiota è ogni processo su “reati” d’opinione, ma denotano senz’altro il veleno e l’odio espresso da questa nuova musa del pensiero neocons o neoleghista se si vuole. A quanto pare non esiste alcun Islam moderato, «la commedia della tolleranza, la bugia dell’integrazione, la farsa del pluriculturalismo». L’Europa viene ironicamente rinominata Eurabia, per via dell’alto tasso di immigrazione islamica che rappresenta oggi il vero pericolo per la nostra civiltà. Loro sono i veri nemici, che noi, a detta della Fallaci, trattiamo da amici, ce li coltiviamo nel grembo, permettiamo loro di lavorare e vivere nei nostri paesi e, pensate un po’, anche di mettere su famiglia. Un vero orrore constatare il tasso di natalità della popolazione islamica occidentale. «Un nemico che per partorire non ha bisogno della procreazione assistita, delle cellule staminali». Un nemico che trasforma le moschee in caserme e in centri di addestramento per apprendisti terroristi. Infine,
la Fallaci si scopre anche oracolo e stabilisce che il prossimo obiettivo sarà l’Italia, forse a Natale, ma preferibilmente nel 2006, magari a Marzo, durante la campagna elettorale per le politiche. Probabilmente Roma, ma forse anche Milano, Torino o le città d’arte. Sì, d’arte, quella «che il loro presunto Faro-di-Civiltà non ha mai saputo produrre». Sapete amici, forse mi sbagliavo. Uno scontro di civiltà è veramente in corso e si verifica tutto in Occidente; tra chi crede che il terrore e la violenza si combattano rivendicando i nostri valori di pace, riconoscimento, e democrazia e chi, come
la Fallaci , stimola, ignoranza, irrigidimento delle coscienze e un nuovo olocausto antiarabo. Chissà chi l’avrà vinta.
postato da fabiodenardis, 18:17 | link | commenti (6) - lo trovi nella categoria: glocalizzazione, conflitti
giovedì, luglio 14, 2005
Il terrorismo incassa la prima vittoria
In Francia prevale la linea neopopulista del Ministro degli Interni Nicolas Sarkozy che annuncia pubblicamente la sospensione del Trattato di Shengen sulla libera circolazione delle persone e delle merci sul territorio comunitario. Il paese che è stato la culla delle libertà moderne blinda le frontiere piegandosi alla macabra equazione immigrazione=terrorismo e lo fa proprio nel giorno in cui si festeggia la presa della Bastiglia e l’avvio di quel glorioso processo rivoluzionario che portò al trionfo dei valori universali di Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Per il momento gli Stati dell’Unione non seguono l’esempio dei francesi ma è questione di tempo. Il Ministro Pisano afferma che per il momento Schengen rimane in piedi ma i controlli alla frontiera sono stati già raddoppiati. Anche il segretario britannico agli interni dichiara che di fronte all’allarme attentati bisognerà pure rinunciare a qualche diritto personale: «Non propongo una società sullo stile del Grande Fratello, ma il diritto di viaggiare senza paura di esplodere tra le bombe è una libertà civile che va tutelata a costo di veder limitata la propria privacy», e allora giù alla grande con controlli telefonici, perquisizioni sommarie e telecamere. E pensare che
la Gran Bretagna è il paese più video-sorvegliato al mondo, sintomo che tale misura precauzionale risulta del tutto inutile. La verità è che questo tipo di attentati non sono prevedibili ne evitabili e la prevenzione dovrebbe passare per canali diversi di cui abbiamo parlato in più circostanze anche su questo blog. L’Europa non può negare se stessa in nome della sicurezza; non può credere di sconfiggere il suo nemico diventando più simile ad esso. È proprio ciò che i terroristi (o chi per loro) desiderano, e cioè che l’Europa non sia più un luogo bello e libero dove vivere. L’irrigidimento dell’organizzazione statale non può non produrre anche un deterioramento delle relazioni sociali. E pensare che Tony Blair dopo gli attentati aveva affermato che «non cambieremo il nostro modo di vita» perché l’European Way of Life va tutelato più di qualsiasi altra cosa … peccato che sta accadendo l’esatto contrario.
postato da fabiodenardis, 17:55 | link | commenti (3) - lo trovi nella categoria: mondo, conflitti
mercoledì, luglio 13, 2005
Il centrosinistra e la guerra
Con un interessante editoriale pubblicato oggi sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco con la sua consueta puntigliosità pone un problema a mio avviso serio. Secondo l’autore, che è autorevole docente di Relazioni Internazionali all’Università di Bologna,
la Guerra come strumento di definizione dei rapporti di potere tra Stati nazione è un fatto, spesso una necessità; dunque, il Centrosinistra, nella prospettiva di assumere le redini del Governo nazionale del paese non può non assumere una posizione netta a favore del rifinanziamento della missione in Iraq. Una cosa è essere contro una guerra, un’altra e è essere contro una missione postbellica che, secondo Panebianco, avrebbe il fine di costruire la pace e un nuovo ordine sociale nel paese martoriato da una terribile dittatura, prima, e dalle bombe, poi. Allora. Se così stessero le cose, nulla da eccepire. Giusto sarebbe votare a favore di una nobile missione di Peace keeping. Il problema è che la guerra all’Irak nulla centra con la lotta al terrorismo, che è un’entità fluida che si spalma in maniera transnazionale sull’intero globo, quanto piuttosto un atto grave e illegale, in quanto portato avanti contro il parere del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, contro uno Stato nazionale sovrano che nessuno è riuscito a provare avesse legami con Al Qaeda e le forze del terrore. In virtù di ciò una classe di governo nazionale deve fare una scelta di campo: o stare con le Nazioni Unite e la legalità internazionale o essere complice delle velleità imperialistiche e unilateraliste di un Occidente arrogante e bellicoso. Come ho detto in altre occasioni, e qui parlo da politologo e non da politico, il terrorismo si combatte con la diplomazia e la cooperazione, riducendo la miseria e lo sfruttamento che offrono brodo di coltura a chiunque abbia interesse ad animare un odio antioccidentale.
La Guerra al contrario produce morte e miseria, e un circolo vizioso di violenza che getta l’Occidente tutto nel vortice del terrore. Io credo che un futuro governo di Centrosinistra in questo senso non dovrebbe avere dubbi. La cultura della morte si combatte opponendo ad essa una cultura della vita e della solidarietà globale.
postato da fabiodenardis, 10:41 | link | commenti (2) - lo trovi nella categoria: mondo, conflitti
martedì, luglio 12, 2005
Ma quali civiltà
Il terrorismo, la guerra, il fatidico scontro tra civiltà. Che sciocchezze. Ecco ciò che "l’altra civiltà" produceva tanti secoli fa. Come faccio a considerarmi superiore ad essa. Oggi niente critica politica. Vi propongo solo una poesia scritta nel XIII secolo da Jalal-ud Din Rumi, fondatore della confraternita sufi dei 'dervisci danzanti', è uno dei più grandi poeti mistici d'ogni tempo. Un profeta gioioso, un cantore di fede e di speranza ancora poco noto al pubblico italiano, una pillola tratta da una raccolta di sorprendenti racconti tratti dal suo capolavoro 'Mathnawi-i ma'nawi', un monumento letterario che conta più di 26000 versi.
Il rubino
Un’amata chiese all’amante:
“Chi ami di più, te stesso o me?”.
“Dalla testa ai piedi sono diventato te.
Di me non rimane che il nome.
La volontà l’hai tu. Tu sola esisti.
Io sono scomparso come una goccia d’aceto
in un oceano di miele”.
Una pietra diventata rubino
è colma della qualità del sole.
Niente della pietra vi resta.
Se ama se stessa, ama il sole;
se ama il sole, è se stessa che ama.
Non c’è differenza tra questi due amori.
Prima di divenire rubino la pietra è nemica a se stessa.
Non uno esiste, ma due.
La pietra è oscura e cieca alla luce.
Se ama se stessa è infedele, si oppone
intensamente al sole.
Se dice “io” è solamente tenebra.
Un faraone si proclama divino e viene abbattuto,
Hallaj dice lo stesso ed è salvato.
Un io è maledetto, l’altro io benedetto.
Un io è una pietra, l’altro un cristallo.
Uno è un nemico della luce, l’altro la riflette.
Nell’intimo della propria coscienza, e non
mediante una dottrina,
è uno con la luce.
Lavora alle tue qualità di pietra
e diventa splendente come il rubino.
Pratica la rinuncia e accetta le difficoltà.
Vedi sempre la vita infinita nella morte dell’io.
La tua pietra scemerà, si accrescerà la tua natura di rubino.
I segni dell’esistenza individuale lasceranno il tuo corpo
e l’estasi ti prenderà.
Diventa tutto udito come un orecchio
e otterrai un orecchino di rubino.
Scava un pozzo nel centro di questo corpo,
o prima ancora che il pozzo sia scavato
lascia che lo spirito attinga l’acqua.
Impegnati sempre a raschiare la sporcizia dal pozzo.
A tutti quelli che soffrono
la perseveranza reca buona sorte.
Il Profeta ha detto che ogni prostrazione in preghiera
è un colpo alla porta del cielo.
Se si continua a bussare,
la felicità rivela il suo volto ridente.
postato da fabiodenardis, 16:40 | link | commenti (3) - lo trovi nella categoria: vita, glocalizzazione, differenze
lunedì, luglio 11, 2005
La “democrazia” del sospetto
Con un bell’editoriale pubblicato oggi su Repubblica Stefano Rodotà, ex garante della nostra privacy, sfodera alcuni rigorismi sulla questione tanto discussa del terrorismo globale e di come l’Europa dovrebbe affrontarla. Spaventa il giudizio più o meno trasversale delle classi politiche europee che invocano il pugno duro, ponendo da un lato il discorso della sicurezza al centro delle agende politiche, accentuando dall’altro le forme del controllo sociale e della repressione. Noi non siamo questo, non possiamo esserlo. Il Re di Spagna Juan Carlos all’indomani del terribile attentato di Madrid si rivolse ai suoi “sudditi-cittadini” affermando che «i mali della democrazia si curano con più democrazia». Analogamente si è comportata
la Regina Elisabetta affermando dopo gli attentati di Londra che «atrocità come queste non avranno altro risultato se non quello di rafforzare il nostro senso di comunità, la nostra umanità, la fiducia nello Stato di diritto». Parole che fanno riflettere ancora di più se si pensa che vengono pronunciate da due monarchi la cui legittimità per definizione non passa per canali democratici. Eppure è proprio ciò che l’Europa, «terra di diritti», come l’ha definita Ciampi nel suo discorso al Parlamento Europeo, dovrebbe fare in questo momento difficile per il mondo. Il terrore si sconfigge rafforzando la democrazia, offrendo al mondo un modello di libertà. Non si sconfigge con le bombe o gli arresti sommari ma affrontando la sfida dell’integrazione interculturale e della cooperazione internazionale. All’indomani dell’11 Settembre gli Stati che sono al vertice dell’impero politico-economico-militare dell’Occidente hanno adottato misure di radicale restrizione delle libertà individuali, dal Patriot Act bushista alle misure “eccezionali” blairiane, con l’unico risultato di rendere tutti i cittadini oltre che potenziali bersagli del terrorismo anche potenziali sospetti di fronte al “Grande Fratello” politico-istituzionale. La logica non è stata quella di infondere fiducia ma di alimentare la paura e la rabbia per giustificare operazioni politiche e militari che nulla hanno a che vedere con la sicurezza dell’umanità. La logica della paura e l’irrigidimento comunitario è proprio ciò che persegue chi mette le bombe e guarda caso è anche ciò che predicano e attuano i leader “democratici” nostrani. Stiamo gradualmente assistendo a una involuzione autoritaria degli Stati occidentali, come se per salvare la democrazia occorra destrutturarne le fondamenta, negarla. Ripeto. Occorre una grande mobilitazione, un grande movimento di popolo che si ribelli contro la drammatica spirale guerra-terrorismo-repressione. Non c’è altra via. Allo scontro di civiltà dobbiamo opporre una politica dell’incontro e della contaminazione. Sarà l’Europa all’altezza della sfida? Chi lo sa …
postato da fabiodenardis, 15:38 | link | commenti (2) - lo trovi nella categoria: glocalizzazione, mondo, conflitti
venerdì, luglio 08, 2005
Guerra chiama terrorismo, terrorismo chiama guerra
Se ne stanno sentendo tante dopo l’attentato di Londra. Una cosa terrificante per tutti, ma tanto più per noi occidentali che proveniamo da una cultura illuminista e cristiana (a prescindere da chi ci creda) che valorizzano la sacralità della vita umana. È la stessa ragione per cui non comprendiamo il “sacrificio” dei kamikaze, è la stessa ragione per cui questa escalation di violenza ci impietrisce. Ma bisogna mantenere la freddezza dell’analisi e cercare di capire il perché di tutto ciò. Un attento lettore di questo blog in un suo commento al post di ieri, esprime la sua amarezza e indignazione per l’accaduto, entrambi sentimenti in cui tutti noi ci riconosciamo. Elenca a memoria tutti gli atti di terrorismo dal 2001 ad oggi. New York, Spagna, adesso Londra, io aggiungerei anche l’Etiopia,
la Thailandia , l’Indonesia, l’Egitto, i cui attentati sono riconducibili alla stessa matrice. Poi il nostro amico cita la guerra in Iraq mostrando rammarico per la morte dei militari (dei militari?) e per i tanti ostaggi che non hanno avuto la fortuna di essere liberati, ma dimentica di addolorarsi per le decine di migliaia di cittadini afgani morti senza colpa sotto le bombe angloamericane e per gli oltre 100.000 iracheni a cui è toccata la stessa sorte. Io non riesco a condividere questa sofferenza a senso unico. Non posso non rendermi conto che l’escalation terroristica è anche e soprattutto un effetto della guerra di Bush a cui l’Italia supinamente partecipa e degli errori storici che l’Occidente ha commesso in Medioriente, terra storicamente di conquista imperiale. Guerra e terrorismo si richiamano a vicenda, l’una alimentando l’altro e viceversa. Ci troviamo di fronte all’assurda complicità di due sistemi di potere che hanno tutto l’interesse a mantenere vivo lo scontro di civiltà. Non dimentichiamo che l’11 settembre ha dato adito a Bush di fare ciò che la sua famiglia tentava dal 1990 e cioè mettere mano sul medioriente per interessi economici e per ridefinire la geopolitica del Medioriente secondo una logica tutta imperiale e tutt’altro che umanitaria. Allo stesso tempo Al-Qayda, qualsiasi cosa essa sia, ha tutto l’interesse ha produrre un irrigidimento delle relazioni internazionali in senso integralistico, sia per un puro esercizio di potere sia, anche in questo caso, per definire nuove relazioni di dominio. In mezzo rimangono i popoli. Se mi si chiedesse da che parte sto, io direi dalla parte delle vittime, senza distinzione. Io piango per gli oltre 3.000 americani morti sotto le macerie delle Twin Towers, piango per i 190 cittadini spagnoli schiantati dalle bombe assassine nel marzo di un anno fa, piango per i cittadini britannici morti ieri, ma piango, e piango tanto, per le decine di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti morti a causa della follia omicida di un occidente politico in cui non posso né voglio riconoscermi. Ecco perché ieri facevo appello a una mobilitazione della società civile mondiale, non solo quella della parte ricca del mondo, ma anche di quella meno fortunata, anche di quella palestinese, israeliana, irachena, afgana, africana che oggi è vittima, più di noi, della fusione di due imperialismi, le due facce di merda della stessa medaglia arrugginita.
postato da fabiodenardis, 16:16 | link | commenti (5) - lo trovi nella categoria: conflitti
giovedì, luglio 07, 2005
È una guerra di logoramento
Mentre scrivo questo articoletto ricevo la notizia della raffica di attentati a Londra. Un’atrocità, ancora non è disponibile una stima ufficiale dei morti, ma c’è da aspettarsi una cifra non inferiore a quella che sconvolse
la Spagna nel marzo di un anno fa, in cui persero la vita centonovanta persone. Almeno sei o sette le esplosioni che hanno colpito centri nevralgici della capitale britannica, due autobus, fermate della underground, luoghi frequentati da persone normali, non da militari, non da politici, ma da donne e uomini che si spostano per andare a lavoro o fare la spesa. Sembra assurdo eppure non lo è. È l’effetto logico della guerra infinita voluta da qualcuno. Una guerra senza fronti, che può essere combattuta ovunque e in qualunque momento. Una guerra di logoramento, se volessimo adottare questa espressione tradizionale. Una guerra potenzialmente infinita che non terminerà bombardando l’Afghanistan o l’Irak, ma solo attraverso una mobilitazione della società civile globale, quello stesso popolo della pace che fece tremare i potenti della terra nel febbraio 2003 e che oggi appare silente. Quella stessa società che ha il potere di determinare un ricambio radicale delle élites politiche, quelle stesse che in questi giorni discutono le sorti economiche del mondo senza essere d’accordo pressoché su nulla, se non sulla repressione ai manifestanti perlopiù pacifici giunti in Scozia per dire No alla logica elitaria e antidemocratica che anima questa nostra globalizzazione. La giornata di ieri è cominciata presto, più o meno alle 4 del mattino, quando alcuni attivisti riuniti all’Eco-Camp hanno organizzato alcuni blocchi delle autostrade che portano dalla capitale scozzese al remoto paesino di Gleaneagle, dove si riuniscono gli “otto grandi”. Altri manifestanti vestiti di nero si sono invece diretti nel centro di Edimburgo armati di mazze e pietre dove hanno distrutto un Burger King. Una sciocchezza che ha dato adito alla polizia britannica di attivare una escalation repressiva che ha portato all’arresto di almeno 500 attivisti, alcuni dei quali italiani, perlopiù scelti a caso nella folla pacifica dei manifestanti sparsi per le campagne scozzesi. Nel frattempo nel Mali, a Fana, ha inizio il Forum dei Popoli, la risposta africana al G8. Ma naturalmente nessuno ne parlerà. Si attendono almeno 1000 delegati della società civile africana che discuteranno di agricoltura, di diritto all’accesso all’acqua, di nuovo sviluppo, e di quali alternative predisporre a questa lurida globalizzazione dall’alto. Il mondo va in sfacelo eppure qualcosa si muove. Basta guardare in basso…molto in basso.
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mercoledì, luglio 06, 2005
Come seguire le mobilitazioni contro il G8
vi segnalo qualche link per eventuali news sulle iniziative durante il g8. Oltre all'ovvio indymedia scozia: www.scotland.indymedia.org e uk; www.indymedia.org.uk, potete dare un'occhiata ai siti delle due principali piattaforme indigene: www.g8alternatives.org.uk (cristianopacifisti) e www.dissent.org.uk (un po' più cattivelli, ma neanche troppo). Per quanto riguarda i media tradizionali, oltre alla bbc e ai vari giornaloni, gli amanti delle descrizioni 'al servizio del cittadino' dell'estetica dello scontro possono sbirciare il sito dello scotsman (www.scotsman.com), il quotidiano scozzese, e in particolare la pagina “edinburgh evening news”. Buona informazione.
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martedì, luglio 05, 2005
Al via il G8
Il G8 ha ufficialmente inizio in Scozia e già da alcuni giorni Edimburgo è teatro di cortei e manifestazioni di protesta sotto il controllo serratissimo delle forze dell'ordine. Ieri è stata la volta dei gruppi della sinistra antagonista e anticapitalista. Una seconda Genova si è evitata ma non sono mancati i momenti di tensione con una polizia tesissima e pronta a reagire al minimo accenno di nervosismo da parte dei manifestanti. Molti gli arrestati, centianaia i perquisiti, compresi molti giornalisti che si sono addirittura visti smontare la telecamera. Tutto legale secondo la nuova legge sull'antiterrorismo voluta da Blair e oggi applicata anche agli attivisti del movimento per un'altra globalizzazione. Anche Bush in giornata dovrebbe raggiungere gli altri sette grandi ma già immaginiamo che non si tratti di un'esperienza che lo entusiasmi troppo. Riduzione del debito pubblico, problemi ambientali, fame del mondo, tutti problemi seri ma cosa volete che importi al popolo americano. Potevano almeno fargli il favore di mettere nell'ordine del giorno qualche riferimento all'Iraq, alla lotta al terrorismo, e cazzatine simili, allora sì che il war president si sarebbe sentito a suo agio. Intanto Bush fa sapere che la fame del mondo va risolta, ma che non intende eliminare il debito pubblico o finanziarie paesi in via di sviluppo, a meno che questi non accettino di firmare un patto di immunità (o impunità) per i militari americani che operano sul loro terrirtorio, di modo che nessuno possa fare ricorso al Tribunale Internazionale in caso di abusi. Ammette anche, non lo aveva ancora fatto, che nella questione del cambiamento climatico esista una responsabilità umana, ma continua a rifiutarsi di firmare il Trattato di Kyoto, tra l'altro del tutto insufficiente, per la riduzione dell'emissione di gas nocifi nell'atmosfera ... Allegria! Direbbe il forzista Mike Buongiorno...
postato da fabiodenardis, 19:00 | link | commenti - lo trovi nella categoria: glocalizzazione, mondo
sabato, luglio 02, 2005
Gli zapatisti scelgono la politica transnazionale
L’EZLN dopo aver consultato le proprie comunità indigene sceglie di non riprendere la via della lotta armata ma di proseguire un lavoro sociale e politico che negli ultimi 12 anni l’ha visto protagonista di un modo nuovo di concepire la politica e la lotta sociale. Comunicano questa decisione, come di consueto, con un messaggio intercontinentale a firma del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno. È scritto con linguaggio zapatista, cioè semplice, talvolta ironico, perché deve poter essere letto e capito da tutti, e soprattutto dagli ultimi della terra. Noi, dal nostro piccolo, saremo dalla loro parte come lo siamo stati negli ultimi anni di lotta transnazionale per la costruzione di un mondo nuovo. Qui di seguito ripropongo solo alcuni piccoli stralci della “Sesta dichiarazione della Selva Lacandona” che vi consigliamo vivamente di leggere integralmente sul sito della rivista Carta:
«ora vi diremo quello che vogliamo fare nel mondo e in Messico, perché non possiamo guardare tutto quello che succede sul nostro pianeta e restare in silenzio, come se ci fossimo solo noi. Al mondo, a tutti quelli che resistono e lottano con i loro metodi e nei loro paesi, vogliamo dire che non sono soli, che noi zapatisti, benché siamo molto piccoli, li appoggiamo e studieremo il modo di aiutarli nelle loro lotte e di parlare con loro per imparare, perché in effetti, quello che abbiamo imparato è stato ad imparare….E vogliamo dire ai popoli latinoamericani, che è per noi un orgoglio essere una parte di voi….E vogliamo dire al popolo di Cuba che da molti anni orami resiste sul suo cammino, che non è solo e che non siamo d'accordo con il blocco imposto loro, e che vedremo il sistema di mandare qualcosa, anche solo mais, per la sua resistenza. E vogliamo dire al popolo nordamericano che noi non ci confondiamo e sappiamo che una cosa sono i malgoverni che si ritrovano e che pregiudicano tutto il mondo, ed un'altra molto diversa sono i nordamericani che lottano nel loro paese e solidarizzano con le lotte di altri popoli. E vogliamo dire ai fratelli e sorelle Mapuche, in Cile, che guardiamo ed impariamo dalle loro lotte. Ed ai venezuelani che osserviamo bene come difendono la loro sovranità ovvero il diritto della loro Nazione a decidere dove andare. Ai fratelli e sorelle indigeni di Ecuador e Bolivia diciamo che stanno dando una buona lezione di storia a tutta l'America Latina perché ora sì che stanno mettendo un freno alla globalizzazione neoliberista. Ed ai"piqueteros" ed ai giovani dell'Argentina vogliamo dire questo, che gli vogliamo bene. E a quelli che in Uruguay vogliono un paese migliore, che li ammiriamo. E a quelli che in Brasile sono senza terra, che li rispettiamo. E a tutti i giovani dell'America Latina che è bene quello che stanno facendo e che ci dà una grande speranza. E vogliamo dire ai fratelli e sorelle dell'Europa Sociale, quella degna e ribelle, che non sono soli. Che ci rallegrano molto i loro grandi movimenti contro le guerre neoliberiste. Che guardiamo con attenzione le loro forme di organizzazione ed i loro metodi di lotta perché forse qualcosa impariamo. Che stiamo studiando la maniera di appoggiarli nelle loro lotte e che non manderemo euro perché poi si svalutino per le baruffe nell'Unione Europea, ma forse potremo mandare artigianato e caffè perché lo commercializzino e serva d'aiuto per le loro attività di lotta. E forse manderemo anche pozol che dà molta forza nella resistenza, ma chissà se lo manderemo, perché il pozol è proprio del nostro modo e potrebbe far male alla pancia e se si indeboliscono le loro lotte i neoliberisti li sconfiggono. E vogliamo dire ai fratelli e sorelle di Africa, Asia ed Oceania, che sappiamo che anche lì si sta lottando e che vogliamo conoscere di più le loro idee e le loro pratiche. E vogliamo dire al mondo che lo vogliamo fare grande, tanto grande da far stare tutti i mondi che resistono perché li vogliono distruggere i neoliberisti e perché non si lascino andare ma lottino per l'umanità….questa è la nostra semplice parola rivolta alle persone umili e semplici del Messico e del mondo, e questa nostra attuale parola si chiama: Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona….Siamo qui per dire, con la nostra semplice parola, che... L'EZLN mantiene il suo impegno di cessate il fuoco offensivo e non realizzerà alcun attacco contro forze governative né movimenti militari offensivi. L'EZLN mantiene ancora il suo impegno di insistere nella via della lotta politica con questa iniziativa pacifica che stiamo presentando. Pertanto, l'EZLN proseguirà nel suo intendimento di non avere nessun tipo di relazione segreta con organizzazioni politico-militari nazionali o di altri paesi. L'EZLN riconferma il suo impegno di difendere, appoggiare ed obbedire alle comunità indigene zapatiste che lo compongono e che sono il suo comando supremo, e, senza interferire nei loro processi democratici interni e nella misura delle sue possibilità, contribuire al rafforzamento della loro autonomia, buon governo e migliorare le loro condizioni di vita. Ovvero, quello che faremo in Messico e nel mondo, lo faremo senza armi, attraverso un movimento civile e pacifico, e senza trascurare né smettere di appoggiare le nostre comunità….Lotteremo per democrazia, libertà e giustizia per coloro a cui sono negate. Lotteremo per un'altra politica, per un programma di sinistra e per una nuova costituzione. Invitiamo indigeni, operai, contadini, maestri, studenti, casalinghe, coloni, piccoli proprietari, piccoli commercianti, micro impresari, pensionati, handicappati, religiosi e religiose, scienziati, artisti, intellettuali, giovani, donne, anziani, omosessuali e lesbiche, bambini e bambine, a partecipare, in maniera individuale o collettiva, direttamente con gli zapatisti a questa CAMPAGNA NAZIONALE per la costruzione di un'altro modo di fare politica, di un programma di lotta nazionale e di sinistra, e per una nuova Costituzione. Questa è la nostra parola su quello che faremo e come lo faremo. E' qui se volete farne parte. Diciamo agli uomini e alle donne che hanno buoni pensieri nel loro cuore, di essere d'accordo con questa parola che abbiamo pronunciato e di non avere paura, o di avere paura ma di controllarla, e che dicano pubblicamente se sono d'accordo con quest'idea che stiamo presentando, così vedremo chi e come e dove e quando si farà questo nuovo passo nella lotta. E mentre ci pensate, vi diciamo che, oggi, nel sesto mese dell'anno 2005, gli uomini, donne, bambini ed anziani dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale hanno già deciso e sottoscritto questa Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, e firmato quelli che sanno scrivere e quelli che non lo sanno hanno messo la loro impronta, ma sono ormai pochi quelli che non sanno scrivere perché l'educazione è ormai sviluppata qui, in questo territorio in ribellione per l'umanità e contro il neoliberismo, cioè in cielo e terra zapatisti. E questa è la nostra semplice parola rivolta ai cuori nobili della gente semplice ed umile che resiste e si ribella contro le ingiustizie in tutto il mondo».
postato da fabiodenardis, 17:51 | link | commenti (4) - lo trovi nella categoria: glocalizzazione, mondo, movimenti
venerdì, luglio 01, 2005
La rivoluzione della sufficienza
Il 14 febbraio 2002 George W. Bush di fronte ai responsabili americani della meteorologia riuniti a Silver Springs affermò: «La crescita è la chiave del progresso ambientale, in quanto fornisce le risorse che consentono di investire nelle tecnologie appropriate: è la soluzione, non il problema». Di fatto egli espresse una posizione largamente condivisa anche da buona parte della sinistra occidentale convinta che la crescita economica corrisponda a più occupazione e più ricchezza da ridistribuire. Ma siamo proprio sicuri che più ricchezza equivalga anche a una migliore qualità della vita? Eppure è ormai sperimentato che lo «sviluppo» così come viene inteso dai suoi apologeti comprometta fortemente l’equilibrio ambientale con gli effetti deleteri che sappiamo. Per sciogliere la dicotomia tra l’imperativo della crescita e il rispetto ambientale gli esperti hanno individuato la risposta della «ecoefficienza» che altri declinano con l’espressione di «sviluppo sostenibile», ossia riducendo progressivamente l’impatto ecologico della crescita economica e l’incidenza sull’ecosistema dovuto al prelievo indiscriminato di risorse naturali non riproducibili. In questo modo l’impatto ambientale per unità di merci prodotto è effettivamente diminuito ma questo risultato è però nullificato dall’aumento radicale della produzione. Di fronte a ciò siamo veramente certi che lo sviluppo scientifico possa fungere da agente compensativo sostituendo il naturale con l’artificiale? Forse, ma io non credo. La società della crescita può forse produrre un benessere effimero per le società del Nord del mondo ma è accompagnata comunque da un aumento forte di disuguaglianze nuove e ingiustizie sociali. Come scrive Sergue Latouche, sociologo e filosofo francese e leader del movimento antiutilitarista, essa «è un’antisocietà malata della propria ricchezza» perlopiù illusoria. Mentre da un lato si cresce, dall’altro si accentuano le perdite per costi aggiuntivi (farmaci, trasporti, intrattenimenti). Dunque la crescita non è altro che un mito sostenuto dall’immaginario collettivo che si è costituito attorno ad essa e a cui andrebbe contrapposto un immaginario alternativo che Wolfang Sahcs identifica in una nuova «rivoluzione della sufficienza», che sostituisca la mitologia della crescita con la necessità di una decrescita, non intesa come crescita in negativo, ma concepibile solo all’interno di una «società della decrescita» che non comporta un regresso sul piano del benessere, ma una riformulazione totale degli indici di tale benessere. Essa passa per le cosiddette 8R: 1) Rivalutare, cioè rivedere i valori in cui crediamo, sostituendo l’altruismo a l’egoismo e la cooperazione alla competizione; 2) Ricontestualizzare, cioè modificare il contesto emozionale e il senso di alcuni termini, come ricchezza e povertà, scarsità e abbondanza; 3) Ristrutturare, cioè adattare le strutture economico-produttive in funzione di questo cambiamento dei valori; 4) Rilocalizzare, cioè consumare prodotti locali sostenendo un’economia locale; 5) Ridistribuire, cioè garantire a tutti un eguale accesso alle risorse naturali e alla ricchezza; 6) Ridurre, sia l’impatto della produzione sulla biosfera sia gli orari di lavoro; 7) Riutilizzare, cioè riparare gli oggetti di consumo invece che gettarli in discariche (spesso abusive) ossessionati dal disvalore consumistico del nuovo; 8) Riciclare, cioè recuperare gli scarti non decomponibili residuati dalle nostre attività quotidiane.
Bella sfida, bella utopia, bella lotta.
postato da fabiodenardis, 14:53 | link | commenti (2) - lo trovi nella categoria: vita, glocalizzazione, mondo
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