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mercoledì, dicembre 28, 2005
Amnistia subito!
Anche questo fine anno, come nel precedente, un grumo di deputati socialisti, radicali e comunisti cercano invano di far passare in Parlamento il provvedimento di Amnistia e Indulto per risolvere la scabrosa situazione dei carceri italiani, ma anche quest’anno si trovano di fronte un ceto politico forcaiolo e legalitarista che non vuole sentirne parlare di adottare uno strumento tutt’altro che sovversivo e già abbondantemente utilizzato negli anni passati (l’ultimo provvedimento risale al 1990). Quasi tutte le forze politiche in Italia affermano di ispirarsi al liberalismo e/o al cristianesimo, eppure tutti sembrano dimenticare i valori chiave di queste due ideologie, cioè la “tolleranza” (ricordate Voltaire) e il “perdono” (ricordate Gesù?). Sembra strano che spetti a noi comunisti difendere valori che senza dubbio condividiamo ma che non rientrano tradizionalmente tra le priorità valoriali della nostra cultura politica. Ma che ci volete fare, il postmoderno ha prodotto anche questo. Oggi è fondamentale risolvere il problema del sovraffollamento nelle carceri e di tutte quelle donne e quegli uomini che si trovano privati della propria libertà per reati poco gravi e perlopiù legati alla miseria o alla terribile condizione dell’immigrazione clandestina. Su 62.000 detenuti solo il 12% è in carcere per reati gravi magari legati alla criminalità organizzata; otre 10.000 sono i detenuti che devono scontare una pena inferiore a un anno e circa 7.000 quelli che ne devono scontare una non superiore ai due anni. Queste donne e questi uomini avrebbero oggi il diritto di uscire da una situazione disumana che non si pone il problema della ragione sociale del delitto né quello dell’eventuale reinserimento sociale dell’ex-detenuto. Non vanno poi dimenticati gli oltre 3miliardi di euro spesi negli ultimi anni per mantenere nelle carceri tossicodipendenti, immigrati, indigenti, colpevoli dunque di reati causati da condizioni sociali e psico-fisiche che imporrebbero un altro tipo di trattamento. Viene in mente ciò che affermava il caro vecchio Pertini: “Non disprezzate i galeotti, perché tra loro c’è sicuramente qualcuno migliore di voi” … Buone feste.
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domenica, dicembre 18, 2005
Sarà dϋra !
Sono distrutto. Due notti passate insonne su un treno speciale predisposto per i settecento dimostranti romani. Praticamente un carro bestiame ghiacciato e sporco. E ora mi accingo a passare la terza notte in treno diretto Lecce, dove al mattino di domani mi aspettano i miei studenti per la chiusura del semestre di lezioni. Eppure ne è valsa la pena. La giornata di ieri è stata lunga e intensa. A Torino ha sfilato la parte migliore di questa nostra società malata, subalterna all’ideologia sviluppista che oggi fa il gioco dei ricchi potentati economici, attori protagonisti del pensiero unico globalista. È stato un corteo importante che ha visto uniti nella lotta contro
la TAV semplici cittadini, partiti (Prc, PCd’I, Verdi)), sindacati, associazioni politiche e ambientaliste, gruppi anarchici e rappresentanti degli enti locali (anche francesi). Un evento davvero storico che segna una tappa importante all’interno di questa lotta che molti danno per conclusa ma che in realtà è appena iniziata. Il popolo ha rivendicato il suo diritto a vivere con lentezza, come celebrava un vecchio motto degli anni settanta, adesso è il ceto politico che dovrà convincersene, rinunciando a difendere gli interessi forti delle banche e dei costruttori che hanno investito su questa opera inutile e costosa. Non ho la forza né il tempo di scrivere oltre. In questo momento sento solo il bisogno di dormire un po’. Ma una cosa è certa. Come dicono i valsusini in un simpatico dialetto piemontese facilmente riproponibile anche per noi “terroni”. Per noi, ma soprattutto per loro … Sarà dϋra!
postato da fabiodenardis, 20:16 | link | commenti (12) - lo trovi nella categoria: italia, conflitti, sinistra, movimenti
venerdì, dicembre 16, 2005
A Torino coi NO-TAV
Tra poche ore mi muoverò alla volta di Torino dove domani è stato indetto un grande corteo dal movimento valsusino che si oppone alla TAV. Sono molto stanco e partecipare a questa manifestazione vorrà dire per me dormire tre notti di seguito sopra un treno (domenica ho già il notturno per Lecce). Ma non posso mancare. Malgrado le intenzioni pacifiche degli organizzatori, ancora oggi il Ministro Pisanu ha fatto di tutto per alzare il livello della tensione paventando scontri e annunciando una militarizzazione della città così come è stato fatto nella Valle. Staremo a vedere. Alle 24 circa dovrebbe partire da Roma Termini il treno speciale che ci porterà a Torino, e a detta del ministro i provocatori principali dovrebbero venire proprio da Roma. Che si riferisse a me e ai miei compagni? Ma no, non pretendiamo tanta attenzione. Ma pretendo, o almeno consiglio a tutti voi di prestare attenzione a questo crescente movimento che fa tremare da almeno due mesi i palazzi del potere. Ciò che sta accadendo in Val di Susa, a prescindere dal merito della posta in gioco, è un nodo importante per comprendere quella crisi democratica in cui siamo immersi ma nello stesso tempo quella spinta verso uno stadio più avanzato di democrazia che una piccola comunità di popolo sta realizzando. Dall’esperienza valsusisna emerge con forza lo scollamento tra ceto politico e società che è il sintomo di una politica desueta, ma al contempo emerge un desiderio forte di conflitto e partecipazione che non si limita all’elemento protestativo ma va oltre, arrivando all’elaborazione di proposte alternative che la protesta pone al centro della dialettica. La cecità della classe politica di destra come della sinistra moderata mostra le difficoltà che si ha ad accettare il fallimento storico della rappresentanza politica così come si è venuta configurando negli anni. La natura trasversale della posta in gioco che in questo caso è
la TAV , ma in altre circostanze è l’accettazione del mercato e del modo di produzione capitalistico, mostra l’assenza di un’alternativa culturale all’interno della politica classica, l’assenza cioè di una visione del mondo e di una soggettività politica che si ponga oggi il problema della trasformazione, dell’alternativa di società, fuori e non dentro le compatibilità sistemiche. Il popolo dei movimenti in Val di Susa, come fu a Melfi e Scanzano, ma ancora meglio dentro le dinamiche interne al movimento per un’altra globalizzazione, ha lanciato una sfida importante. Oggi, anche la sinistra alternativa non può non porsi il problema di come coniugare “protesta” e “proposta” unendole in una diversa formula organizzativa che rappresenti uno stadio altro di organizzazione democratica. Un terreno importante di sperimentazione oggi ci viene dalle esperienze di democrazia municipale in cui si realizzano interazioni profonde tra classe politica e società civile, e dove quest’ultima assume un ruolo di primo piano non solo nel condizionare l’agenda politica ma anche lo stesso processo decisionale, nel nome di una cittadinanza attiva. Come dire. Oggi la democrazia non solo deve e può ripartire dal basso, ma anche dal piccolo, cioè dagli enti locali e localissimi, come i Municipi. Sembra strano, ma oggi la democrazia sembra poter rinascere da una Valle.
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mercoledì, dicembre 07, 2005
Abbiamo bisogno di voi, gente del mondo
Chi di voi sa che sabato scorso (3 dicembre) una imponente manifestazione di circa 50.000 persone (malgrado la pioggia) ha attraversato le strade di Roma? Chi di voi sa che quella manifestazione è stata organizzata da migranti, perlopiù senza permesso di soggiorno? Chi di voi sa che questi migranti hanno deciso di autorganizzarsi per reclamare diritti, dignità, cittadinanza? Chi di voi sa che quelle donne e quegli uomini, sotto la pioggia battente, hanno invocato un mondo diverso e il loro diritto sacrosanto al perseguimento della felicità, il loro diritto al sogno, alla prospettiva? Nessuno, vero? Ma non è colpa vostra, ma dei mass media. Nessun telegiornale nazionale o regionale, nessun giornale (tranne il manifesto e liberazione) hanno fatto menzione dell’avvenimento. Troppo rivoluzionario, troppo sovversivo, perché il mondo potesse esserne messo a conoscenza. Questa è l’informazione mediata dai poteri forti. Non tutto è degno di essere comunicato, non tutto deve essere svelato. Tanto meno la rabbia di una moltitudine che deve giacere negli stereotipi borghesi che la vogliono malata, deviante, folla criminale e criminogena. Non è così. Sabato a Roma, ha sfilato la parte migliore di questo mondo malato. Ha sfilato la vita, anche la nostra vita. Con una lettera simbolica rivolta a quella moltitudine il regista teatrale Pippo Delbono ha voluto onorarli sabato stesso sulle pagine di Liberazione. Ve la ripropongo integralmente:
«Immagini sparse, confuse, mi arrivano da ricordi di volti stranieri. Echi di preghiere lontane. Grida, colori, sapori diversi. C’è qualcosa sempre più uniforme nel nostro paese, apparentemente variopinto, profondamente uniforme. Abbiamo perduto, come diceva Pasolini, i dialetti, le radici profonde di identità diverse. Parliamo con le stesse parole. Facciamo nostri slang linguistici inventati abilmente da altri. Portiamo gli stessi colori, gli stessi odori. Guardiamo attraverso le stesse lenti. Ma soli. Chiusi. Ricordo dei bambini in un paese straniero che saltavano e saltavano sui piedi enormi gonfi. E ridevano, come sfidando una sorte avversa. E degli altri occhi luminosi, accoglienti, di bambini figli di una terra da poco uscita da una terribile dittatura. Una terra di colori forti. Accecanti. Con il cielo pieno di stelle. “Guardare le stelle. E cambiare il mondo con un eclisse d’argento. Stiamo tutti per andarcene cercando di rimanere attaccati ai nostri volti. Ai nostri nomi. Per sempre”. Parole che sto dicendo nello spettacolo “Gente di plastica” ora qui a Parigi, ricordando una donna che non ha potuto accettare la solitudine di questo nostro male di vivere. Mi ricordo, in un paese in fondo all’Africa, seduto a guardare per molte ore uno strano insolito teatro. Attorno ad una pozza d’acqua. Di notte. Una scimmia entrava. Saltellando. Beveva. Si guardava intorno. E poi velocemente correva via. E poi lento un rinoceronte. Beveva, guardava e piano piano andava via. E poi dopo di lui una iena, sinuosa, scattante. Beveva. Guardava. E sfrecciava via. Una lunga fila di elefanti, dal passo pesante, silenziosi, che insieme bevevano e insieme andavano via. C’era qualcosa di sacro, in questa danza di animali così diversi per forma, colore, ritmo. E io fermo, incantato, a guardare quella straordinaria diversità che creava un’armonia nuova. Abbiamo bisogno di voi che portate colori, odori, suoni, ritmi diversi. Abbiamo bisogno noi per finalmente iniziare a danzare. Per non morire»
postato da fabiodenardis, 16:58 | link | commenti (6) - lo trovi nella categoria: glocalizzazione, differenze
martedì, dicembre 06, 2005
I Saharawi hanno bisogno di noi
Sono passati otto giorni dal mio rientro ma, tra convegni, lezioni e impegni diversi, solo ora trovo il tempo di parlare di questa mia breve esperienza nei campi profughi nei pressi di Tindouf, all’interno dei confini algerini. È stata un’esperienza forte, al pari di quella fatta in terra di Palestina, e a cui cercherò di dare un seguito. La vita del popolo saharawi è tanto affascinante quanto difficile. Non hanno nulla, vivono praticamente solo di aiuti umanitari, qualcuno ha qualche capo di bestiame (capre e dromedari) e si dedica all’allevamento. Altri, ma pochi, si arrangiano con attività commerciali vendendo frutta, che viene dall’Algeria, o piccoli oggetti di artigianato locale. Insufficiente per vivere. Ciò che colpisce è comunque l’allegria di questo popolo che si adatta perfettamente ai tempi lunghi del deserto. Vivendo e dormendo nelle tende delle famiglie saharawi ho avuto modo di apprezzarne l’ospitalità pur nella modestia delle risorse. Sono uomini e donne del deserto e questo consente loro di muoversi con disinvoltura in queste immense distese secche di sabbia e polvere. Sono riusciti a darsi un’organizzazione amministrativa, che ho già brevemente descritto nel precedente post, all’interno di un’organizzazione sociale inconsapevolmente comunistica e profondamente egualitaria, dove le donne, malgrado la sovrastruttura ideologica di matrice islamica, assumono un ruolo fondamentale sia nella vita sociale (il ministro della cultura e donna) sia nella vita domestica. Questo anche perché quasi tutti gli uomini sono volontari del Fronte Polisario e nel corso dell’anno presidiano le zone liberate, strappate al Marocco dopo una resistenza trentennale che è costata migliaia di vittime. Non sono un popolo sereno. Il loro cuore è rivolto a Ovest verso quelle zone ancora occupate dal Marocco e dove i pochi saharawi non fuggiti nel ’75 vivono in condizioni disumane, separati dai propri cari da un muro alto sei metri e lungo 2.700 Km, costruito tra il 1980 e il 1987 dai marocchini e ben protetto da campi minati e torrette di avvistamento. Nel 1991 il Fronte Polisario decise la pausa armata in attesa di quel referendum per l’autodeterminazione che l’Onu propose e che il Marocco non ha mai concesso. Sono passati quattordici anni da allora. La situazione è immobile. Nei territori occupati lo scorso maggio ha avuto inizio una intifada pacifica a cui il Marocco ha risposto con omicidi, stupri e arresti di massa. I giovani del polisario sono irrequieti, non si fidano più della comunità internazionale e si sono convinti che ciò che è stato tolto con la forza potrà essere ripreso solo con la forza. Stanno meditando (ma di fatto hanno già deciso) la ripresa delle ostilità. Alla luce dei fatti, come dare loro torto?
postato da fabiodenardis, 16:16 | link | commenti (1) - lo trovi nella categoria: mondo
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