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mercoledì, febbraio 15, 2006
L’ideologia dei neutrali
Di ritorno da Caracas e spinto dall’affetto di alcuni amici di questo blog ritorno tra di voi con un post che dovrebbe far riflettere tutti coloro che hanno a cuore la causa della giustizia e della corretta informazione. Lunedì 13 febbraio il Corriere della Sera pubblica un editoriale a firma di Sergio Romano, il cui finto neutralismo è tradizionalmente pari solo all’inconsistenza politica dei suoi articoli, intitolato “Una battaglia da non evitare”. L’obiettivo critico di Romano questa volta sono i NoGlobal, in linea con la tendenza generalizzata che si riscontra da alcune settimane su tutta la stampa nostrana. Secondo l’autore, una delle notizie più interessanti delle scorse settimane verrebbe dalla cittadina svizzera di Davos dove ogni anno nel mese di gennaio si tiene il World Economic Forum, un appuntamento in cui politici, imprenditori, finanzieri, banchieri provenienti dal mondo ricco e globalizzato discutono e decidono anche per il resto del mondo. Come nota Romano, il WEF “ha tradizionalmente attratto una nutrita folla di contestatori appartenenti a tutti i movimenti globalizzatori del pianeta”, tranne quest’anno in cui la protesta è stata poco più che simbolica. Da qui, il genio del Corriere ne evince che il movimento dei movimenti è morto, “che la fiamma dell’antiglobalizzazione si stia spegnendo” e che ai gruppuscoli di movimento sarebbe accaduto quello che accadde (ecco un falso storico!) anche alle Brigate Rosse. Cioè i NoGlobal “credevano di essere l’avanguardia di un grande movimento composto dalle società dei maggiori paesi in via di sviluppo, e hanno scoperto, voltandosi indietro che erano soli”. Ma non basta, perché Romano va oltre, preso da un delirio di onnipotenza alla Fallaci (che non a caso collabora con lo stesso giornale) afferma che “se l’antiglobalizzazione smette di essere redditizia, sono pronti a scegliere altri obiettivi e altri nemici: i grandi magazzini … i depositi di scorie nucleari, la centrale di Civitavecchia, i rigassificatori, le linee ad alta tensione e naturalmente le grandi opere pubbliche della modernizzazione, dalla Tav in Val di Susa al ponte dello Stretto di Messina”. In questo senso, questa mandria di scalmanati rappresentati politicamente da Rifondazione e dai Verdi rischia solo di essere una spina nel fianco del futuro, possibile, Governo Prodi. Detto ciò, cerchiamo brevemente di fare un po’ di chiarezza a partire dal caso di Davos. Fin dal 2001 le organizzazioni di movimento decisero che a Davos, anche e soprattutto per la particolare collocazione geografica di quell’incontro, la strategia del controvertice (sul tipo di quelli contro il G8 e il Wto) non era la più efficace. Si individuò un’alternativa che fosse al contempo protestativa e propositiva. Si scelse di costruire un Forum Mondiale alternativo a quello dei potenti in Svizzera e di svolgerlo invece in un paese in via di sviluppo. È così che per un’intuizione dei compagni di “Le Monde Diplomatique” nacque il primo Forum Sociale Mondiale, in cui con l’aggettivo “sociale” al posto di “economico” serviva ad accentuare la natura solidarista e alternativa rispetto a quella neoliberale espressa dal WEF. Da allora, ogni anno, il World Social Forum si svolge negli stessi giorni del World Economic Forum, rappresentando un’arena sociopolitica dove si discutono i parametri di una discussione dal basso. I primi tre Social Forum si sono svolti a Porto Alegre (Brasile), il quarto a Mumbay (India), il quinto nuovamente a Porto Alegre, mentre quest’anno si è optato per un Foro Social Mundial policentrico che, più o meno in concomitanza all’appuntamento di Davos, si è svolto a Bamako, nel Mali, in modo da valorizzare il crescente movimento africano, e a Caracas, in Venezuela, anche per sostenere la rivoluzione bolivariana promossa dal movimento di Hugo Chavez. Un terzo appuntamento era previsto in Pakistan, ma purtroppo è stato rimandato per via del terribile terremoto che ha colpito quella regione. Ogni anno, decine di migliaia di attivisti di movimento, dai Campesinos latinoamericani, alle organizzazioni politiche, sociali e religiose di tutto il mondo (Europa inclusa) si incontrano e decidono l’agenda del movimento che in questo senso aumenta di consapevolezza e maturità politica. L’errore di Romano, tra i tanti, è quello, affatto fazioso, di giudicare con una forma mentis nazionale un movimento di per sé transnazionale che può anche rifluire parzialmente in Europa ma si rafforza in altre realtà geopolitiche, in primis il Sudamerica e l’Africa. In secondo luogo, i “gruppuscoli” di movimento non ripiegano sulle proteste contro le grandi opere e il nucleare perché la globalizzazione non è più redditizia, ma proprio perché questi progetti rientrano nella stessa logica di subalternità al pensiero unico globalista oltre a essere inutili e dispendiose (si informasse meglio su cosa c’è dietro
la Tav e il Ponte di Messina). Altra cosa, a differenza delle Brigate Rosse, che erano un partito armato marxista-leninista, il movimento antiglobalista non ha mai preteso di essere un’avanguardia, dal momento che questo concetto cozza di per sé con quello stesso di movimento che piuttosto rappresenta una coscienza critica di massa. Solo su una cosa Romano ha ragione. Il movimento sarà e dovrà essere una spina nel fianco del Governo Prodi che altrimenti sarebbe incapace, viste le precondizioni, di essere veramente alternativo al governo di centrodestra. Purtroppo, comincio ad avere seri dubbi sul fatto che Rifondazione e tanto meno i Verdi siano veramente in grado di svolgere questo ruolo.
postato da fabiodenardis, 17:22 | link | commenti (10) - lo trovi nella categoria: glocalizzazione, movimenti
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