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domenica, agosto 13, 2006

Ciao Angelo, e grazie …

Torno oggi dal Chiapas. Per via dell’allerta rossa lanciata dall’Esercito Zapatista la nostra carovana si è sciolta prima del tempo. È stata un’esperienza fortissima che cercherò di comunicarvi nei prossimi giorni postando alcuni miei appunti di viaggio. Ieri “La Jornada”, uno dei principali quotidiani messicani, pubblicava la notizia di un turista italiano morto in Palestina. Salgo sull’aereo che mi avrebbe portato prima a New York e poi a Roma e su “la Repubblica” leggo che si tratta di Angelo, un compagno dei Giovani Comunisti di Monterotondo che era partito neanche due settimane fa con lo stesso progetto (Arci-Cgil) con cui sono partito io lo scorso anno. Mi sarei gettato giù dall’aereo. Chi ha visto ciò che succede nei territori occupati può immaginare quello che aveva dentro Angelo quando ha deciso di partire e cosa possa aver provato nel rimanere in quell’Inferno anche solo per pochi giorni. Torno a casa, accendo il computer e trovo nella mia posta elettronica un suo messaggio in cui alcuni giorni fa tentava di descrivere la sofferenza del popolo palestinese con cui aveva (avevamo) scelto di cooperare. Vi regalo queste sue ultime riflessioni. La rabbia di un giovane compagno che come altri aveva scelto di dare seguito politico alla sua indignazione. Era convinto di tornare e di testimoniare. Lo faremo noi, seguendo il suo esempio. Grazie Angelo, anche per questo …   

 

… “Il nostro campo si sveglia al secondo giorno con le notizie dal confine fra Libano e Israele, e da quel mattino seguiamo con un occhio il programma delle attivita' e con l'altro gli aggiornamenti di Al-Jazeera. Ma la vita di Gerusalemme, lontana per fortuna dalle zone del conflitto, continua "normale". Oddio, cosa vuol dire qui normale ce lo stiamo chiedendo dall'inizio e andremo via senza saperlo, ma un'idea ce la stiamo facendo: qui l'assurdita' fa parte della vita di tutti i giorni. La citta' vecchia pullula di pellegrini delle tre grandi religioni (anche se ovviamente si stanno riducendo gli arrivi) che visitano i luoghi sacri delle loro scritture appesi alle loro macchine fotografiche. Per noi pero' e' impossibile non notare che il quartiere ebraico e' completamente servito e luccicante, mentre per il resto della citta' (I quartieri musulmano, cristiano ed armeno) la municipalita' israeliana non si preoccupa tanto di mantenere pulite le strade, ma piuttosto di posizionare oltre 500 telecamere che giorno e notte controllano la vita e i movimenti dei circa 3000/4000 residenti arabi della citta' vecchia. Facendo due conti, capiamo che, in media, famiglie di circa 7 persone si trovano a condividere due stanze, spesso con parenti che vengono da paesi dei dintorni di Gerusalemme (Abu dis,'Aizarya) tagliati "fuori" dal percorso del muro, e che dunque scelgono di risiedere nella Gerusalemme ormai del tutto annessa da Israele, per non perdere i gia' ridotti servizi (scolastici, sanitari, assistenziali) cui sono amministrativamente e tradizionalmente legati. Gia', il muro: per chi lo vede la prima volta e anche per chi lo rivede dopo qualche mese (cresciuto velocissimamente!) e' un pugno nella pancia: una "cosa" che sta li' e simboleggia l'assurdita' di principi di sicurezza strombazzati ai quattro venti, ma che non ha alcun senso, non riusciamo a capire… e poi, dopo qualche giorno, incontri, persone e racconti, intravediamo una spiegazione molto semplice: il muro non serve a separare due stati o a fermare imprendibili cattivoni, piuttosto serve a dividere una terra e un popolo secondo un principio vecchio come il mondo, "divide et impera": il muro separa fisicamente case, famiglie, strade, citta', villaggi, religioni…. Riscontriamo il successo di questa politica quando, in giro per la citta' vecchia, ci stupiamo di come le famiglie di Beit Hanina (un quartiere "benestante" a pochi minuti da lì) siano altrettanto ignare delle pessime condizioni in cui vivono i loro concittadini. Un popolo (quello israeliano) che arruola per tre anni ogni cittadino, non si fonda forse sulla creazione di un nemico perenne? E un'economia del genere, basata cioe' sull'impiego di massa nelle forze armate, puo' resistere a un eventuale risoluzione del conflitto? Incontriamo uno dei pochi ragazzi che ha rifiutato di completare il servizio militare, e ci racconta che si passa in mezzo a un vero e proprio lavaggio del cervello… ma noi non riusciamo a distinguere queste sagome verdi coperte di armi che percorrono la citta', anche se sappiamo essere ragazzi piu' giovani di noi che nascondono la loro paura dietro ad occhiali da sole alla moda, sempre in coppia, e soprattutto si fa fatica a tollerare l'arroganza dei loro sguardi e la violenza giornaliera nei confronti dei palestinesi, anche se si esprime "solo" nei controlli delle carte di identita', o a sportellate di jeep in corsa su giovani che camminano per i marciapiedi…e dall'altra parte…Perche' per andare all'universita' uno studente palestinese deve impiegare, fra autobus e check point, come minimo un'ora (sempre che ci arrivi) quando normalmente ci vorrebbero dieci minuti? Perche' una famiglia abbandona la propria casa e si trasferisce a 500 metri da dove abitava prima giusto per rimanere "al di qua" dal muro? Come mai la gente di Betlemme non riesce a visitare parenti e luoghi sacri a Gerusalemme pur abitandovi a meno di 10 kilometri? Domande che vorrebbero trovare una logica e non ne trovano se non, appunto, in una volonta' ben chiara di separare le persone dalle proprie case, dai propri vicini, dai legami che permettono alle persone di sopravvivere. Eppure la vita continua, non serve a molto lamentarsi e non sentiamo gente lamentarsi, piuttosto si percepisce uno sforzo quotidiano a vincere queste frustrazioni, a rimanere vivi e soprattutto umani: a una famiglia che ci ospita, nei primi due giorni del campo, una di noi chiede "perche' gli israeliani sembrano cosi' chiusi e nervosi mentre voi, nonostante tutto, cercate di vivere una vita normale e soprattutto sembrate ben piu' tranquilli e rilassati?" - . "Perche' questo e' il nostro paese"..una risposta che spiega in poche parole una differenza sostanziale, e palese: questa terra e' stata vissuta, abitata, coltivata dai palestinesi, che ci invitano ai loro matrimoni e alle loro danze, e che nel delirio generale non sono disposti a rinunciarvi. Continuano a ridere, contagiandoci, facendoci guardare le nostre vite coi loro occhi, smontando pregiudizi e luoghi comuni, un compito che ci porteremo a casa”.

 

(Campo Profughi - Shu'fat - PALESTINA)

postato da fabiodenardis, 00:59 | link | commenti (22)   - lo trovi nella categoria: vita, conflitti