Fabio de Nardis - blog personale
Fabio de Nardis - weblog

Per contattarmi:

fabio.denardis@rifondazione.it

              
 

mercoledì, ottobre 17, 2007

Qualche tempo fa, qualcuno di voi mi ha esortato a esprimere una posizione sulla campagna elettorale per il rinnovo del Rettore dell’Università del Salento. Qualcun altro ha giustamente fatto presente che questo blog forse non sarebbe stato il luogo adatto. Oggi esce un mio articolo sul Quotidiano di Puglia in cui prendo esplicitamente posizione cercando comunque di mantenere la barra su un piano analitico e programmatico. Ve lo propongo …    

 

… Nel Salento serve un sistema che esalti i saperi

La condizione di degrado in cui versano molte università italiane ha spinto da mesi alcuni docenti, in collaborazione con ASSUR (Associazione Scuola Università Ricerca), a monitorare la situazione dei diversi Atenei per verificare quei contesti in cui il diritto allo studio viene ostacolato a causa della cattiva gestione degli organi di autogoverno o anche di una cattiva concezione del ruolo che l’Università pubblica debba assumere nella società contemporanea. Per questo guardiamo oggi con particolare attenzione al processo elettorale avviato nell’ateneo salentino per il rinnovo del Rettore. Abbiamo discusso i programmi dei vari candidati, consapevoli che la piattaforma programmatica acquista un senso se è chiara l’idea di università dentro cui viene inserita.  

Siamo dell’idea che la conoscenza sia un bene comune non mercificabile, come l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo, che però non diminuisce ma cresce se condiviso diventando fondamento di una cittadinanza democratica universalisticamente intesa. Nella società del capitalismo cognitivo e della globalizzazione neoliberista la domanda sociale di sapere diventa un nodo di conflitto perché ripropone in forme inedite la contraddizione fra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell’appropriazione e contiene quindi implicitamente una domanda di eguaglianza. Studenti, ricercatori, lavoratori della conoscenza sono soggetti portatori in positivo di questa contraddizione. Anche a Lecce occorre dunque un sistema universitario che esalti questa domanda anziché mortificarla, subordinandola alle esigenze della mercificazione e dell’accumulazione privata o, ancor peggio, all’uso privatistico delle istituzioni pubbliche. La lotta alla precarietà del lavoro intellettuale e alla parcellizzazione del sapere è quindi un percorso fondamentale per chiunque assuma questa scelta strategica.

L’Università deve essere capace di autogoverno democratico, garantendo la partecipazione di tutte le sue componenti – docenti, studenti, operatori culturali e amministrativi - e deve integrarsi col territorio.

Va respinta perciò una concezione puramente economicistica e competitiva dell’autonomia. Deve essere garantita un’articolazione dei tempi di studio, di insegnamento e di ricerca che consentano l’acquisizione di conoscenza in una misura compatibile coi tempi di vita dei soggetti interessati. La riforma del sistema didattico ha radicalizzato quel processo di specializzazione e soprattutto di parcellizzazione dei saperi riducendo al minimo gli spazi di elaborazione critica. La prolificazione dei corsi di studio e degli insegnamenti ha prodotto un sovraccarico di lavoro didattico che oggi pesa in primo luogo sulle spalle dei ricercatori, precari o strutturati. Questo riporta in primo piano la lotta contro la parcellizzazione dei saperi, la frammentazione degli specialismi, la professionalizzazione precoce, la precarietà del lavoro nelle sue diverse forme. Va pertanto ridisegnato l’iter formativo, garantendo nella fase primaria l’acquisizione dei fondamenti istituzionali e dei linguaggi di base di ciascuna delle grandi aree disciplinari, ripensate secondo criteri di semplificazione ed essenzialità, rispetto alla proliferazione incontrollata dei corsi di laurea, individuando una successiva fase di specializzazione accessibile a tutti i meritevoli, secondo il dettato costituzionale, e quindi adottando nella pratica forme adeguate di sostegno, in termini di risorse e strumenti, contro l’abbandono precoce degli studi.

Va rivalutato il ruolo del dottorato come momento di alta formazione, rifiutando la concezione che lo riduce a luogo di cooptazione precoce nella docenza universitaria, trasformandolo in una mera autoriproduzione di tendenze culturali o di gruppi di potere accademico. Va garantito il diritto allo studio, attrezzando l’Università di alloggi pubblici e gratuiti per gli studenti che ne abbiano diritto, offrendo loro anche gli spazi necessari per vivere e relazionarsi dentro una Università che non può e non deve essere intesa solo come un freddo esamificio ma anche e soprattutto come un centro di produzione culturale e di sapere critico.

Questi sono solo alcuni degli aspetti che a nostro avviso dovrebbero essere affrontati per far sì che le Università possano veramente contribuire a uno sviluppo progressivo della società italiana e della comunità salentina. Molti di questi spunti, e ne siamo lieti, sono presenti nelle linee programmatiche proposte dal candidato Strazzeri che fin dall’inizio ha voluto dare al suo programma un taglio processuale e partecipato. In particolare apprezziamo la volontà espressa di voler dar vita a un codice etico concordato che riponga al centro del governo dell’Ateneo la questione morale che oggi, visti anche i diversi scandali che hanno coinvolto molte università italiane, deve necessariamente essere posta come premessa di qualsiasi progetto. Apprezziamo l’idea di spingere per un riequilibrio delle rappresentanze di genere negli organi di Ateneo, perché è ormai chiaro che una democrazia compiuta non può non assumere un carattere sessuato. Importante è anche l’idea di ricorrere a forme di programmazione e controllo della gestione del bilancio, riducendo al minimo gli sprechi, elemento centrale anche per una equa redistribuzione delle risorse in linea con il “patto per l’Università e la ricerca” recentemente sottoscritto dai ministri Mussi e Padoa-Schioppa. Degni di attenzione sono anche i riferimenti alla necessità di ridurre le troppe forme di precariato intellettuale avviando una ricognizione del personale precario e individuando soluzioni innovative praticabili finanziariamente. Come ASSUR, dunque, invitiamo in primo luogo tutti coloro che ne hanno il diritto - docenti, ricercatori, studenti e personale tecnico-amministrativo - ad andare a votare in massa a quello che rimane comunque un grande momento di democrazia per tutto l’Ateneo salentino; esprimiamo in secondo luogo il sostegno alla candidatura di Marcello Strazzeri con l’auspicio che, qualora venga eletto, possa dare seguito a un programma che ad oggi ci convince.

postato da fabiodenardis, 18:04 | link | commenti (21)   - lo trovi nella categoria: italia

 

martedì, ottobre 09, 2007

Quarant’anni senza il Che, con il Che

Quarant’anni fa Ernesto Che Guevara veniva tradito e ucciso in Bolivia, catturato dai militari contro cui combatteva con l’intenzione di esportare quella rivoluzione che aveva già liberato Cuba dall’oscurantismo. Le circostanze della cattura sono ancora in parte misteriose, ma la sua morte non è stata sufficiente a nascondere la memoria di questo grande leader rivoluzionario che rimane per molti, anche per chi non ne avrebbe condiviso il percorso, un grande esempio di uomo libero che ha dedicato tutta la vita alla lotta di liberazione dei popoli del terzo mondo. L’unico, tra i grandi capi rivoluzionari del Novecento, capace di attraversare il potere scegliendo infine di criticarlo e combatterlo nella sua natura oppressiva. Un uomo dalle convinzioni granitiche che non rinunciò mai al valore del dubbio e della critica. Per omaggiarlo pubblichiamo di seguito alcune sue riflessioni. Alcune più note, altre meno, ma che costruiscono nell’insieme l’immagine di un uomo libero, figlio del suo tempo, che non ha mai rinunciato a credere e lottare per un mondo diverso e per una società dal volto umano …

 

… “O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza ... Ognuno di noi, da solo, non vale nulla. E' sempre invincibile un popolo che abbia chiara coscienza delle proprie forze e in mano le armi per difendersi; restando uniti al governo, questa è la nostra lezione più grande da dare al mondo. La rivoluzione non è altro che la liberatrice della capacità individuali dell'uomo … Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque altro uomo … L'imperialismo non può mutare è per sua natura aggressivo, anarchico, contraddittorio e perfino incoerente. Ma deve cercare nuove vie per trovare il modo di sopravvivere. Sta provando tutte le manovre, mentre cammina sull'orlo di una guerra mondiale, che segnerà la sua definitiva scomparsa.

Se ci aggrediranno, dovremo difenderci; se le bombe nemiche distruggeranno ciò che ci appartiene, certamente dopo la vittoria lo ricostruiremo …. Il proletario non ha sesso; è l'insieme di tutti gli uomini e di tutte le donne che, in ogni posto di lavoro del Paese, lottano coerentemente per ottenere un fine comune… Abbiamo imparato con la rivoluzione, che quando in Cile, Argentina, Cuba, Vietnam, in qualsiasi altro Paese del Mondo, vi è un uomo oppresso o ferito, in quel momento è intaccata la nostra dignità … Bisogna essere duri senza dimenticare la tenerezza … I giovani sono il materiale essenziale della nostra opera, e in essi riponiamo le nostre bandiere, perché sono loro che un giorno riceveranno le nostre bandiere bucherellate … Sono Cubano e sono anche Argentino. Sono patriota dell'America Latina, di qualsiasi paese dell'America Latina, nel modo più assoluto, e qualora fosse necessario sarei disposto a dare la mia vita per la liberazione di qualsiasi paese Latino-Americano, senza chiedere niente a nessuno, senza approfittare di nessuno … Nessuna persona nell'intero mondo può sentirsi libera se c'è una sola persona in catene … Non siamo i depositari della verità, né di tutta la sapienza del mondo, e dobbiamo imparare giorno per giorno, e nel momento in cui smetteremo di apprendere, o crederemo di sapere tutto, o avremo perso la capacità di capire il popolo e la sua gioventù, quello è il momento in cui avremo smesso di essere dei rivoluzionari … Vale milioni di volte di più la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell'uomo più ricco della terra … Se io muoio, non piangere per me: fai quello che facevo io e continuerò a vivere in te … La durezza di questi tempi non ci deve far perdere la tenerezza dei nostri cuori … Non ci si deve limitare a interpretare la natura, occorre trasformarla; l'uomo cessa così di essere schiavo e strumento del mezzo e diventa architetto del proprio destino … Sono in grado di sentire dentro di me le sofferenze di qualsiasi popolo americano, anzi, di qualsiasi popolo del mondo.

Ricordatevi, comunque, che la rivoluzione è la cosa più importante e che ognuno di noi, da solo, non vale niente. Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi qualsiasi ingiustizia commessa contro qualsiasi persona, in qualsiasi parte del mondo.

Potrebbe accadere che in alcuni di questi giorni ci sia dato lasciare il nostro ultimo respiro, su qualsiasi terra di questa nostra America, tanto nostra perché innaffiata col nostro sangue. Cosa contano i pericoli e i sacrifici di un uomo o di un popolo, quando è in gioco il destino dell'intera umanità?

Vi chiedo di essere essenzialmente umani, ma così umani da avvicinarvi al meglio di ciò che è umano, purificare il meglio dell'uomo attraverso il lavoro, lo studio, l'esercizio della solidarietà continua con il popolo e con tutti i popoli del mondo.

Le battaglie non si perdono, si vincono sempre… Fino a quando il colore della pelle non sarà considerato come il colore degli occhi noi continueremo a lottare.

Siamo realisti, esigiamo l'impossibile”.

“Quando saprai che sono morto
non pronunciare il mio
nome
perché si fermerebbe
la morte e il riposo.
Quando saprai che sono morto di
sillabe strane.
Pronuncia fiore, ape,
lagrima, pane, tempesta.
Non lasciare che le tue labbra trovino le mie undici lettere.
Ho sonno, ho amato, ho
raggiunto il silenzio”

(Ernesto)

postato da fabiodenardis, 17:06 | link | commenti (18)   - lo trovi nella categoria: mondo

 

martedì, ottobre 02, 2007

Siamo tutti birmani …

Da oltre due settimane il popolo birmano accompagnato da migliaia di monaci scende per le strade delle città per chiedere la fine di un regime militare che dura da più di 40 anni. Si tratta di una delle ultime giunte militari al potere, capace di tenere sequestrata una popolazione intera dal resto del mondo. Anche per questo la situazione birmana è stata ignorata per anni nonostante le denuncie dei lavori forzati, degli stupri di massa, delle sistematiche violazioni dei diritti umani. Sono state le manifestazioni che si susseguono ormai da giorni e la repressione dell’esercito, che ha portato nelle nostre case le immagini della Birmania, oggi Myanmar. Fino a qualche settimana fa se qualcuno avesse chiesto alla stragrande maggioranza dei cittadini di un paese occidentale dove fosse collocata geograficamente la Birmania, difficilmente la risposta sarebbe stata pronta. In tutti questi anni nessuno (ONU, UE, USA; Cina o Russia) ha sprecato un attimo del proprio tempo per occuparsi della situazione in cui vive una popolazione che all’ultimo censimento di oltre 20 anni fa contava 51 milioni di persone, di cui il 90 % sotto la soglia di povertà. Solo sanzioni, embargo e non convinte e convincenti condanne da parte degli organismi sovranazionali e di qualche stato.

Oggi le prime pagine dei nostri quotidiani e i primi minuti dei telegiornali (con l’eccezione di tg4 e Studii Aperto che continuano a prediligere i servizi di costume) sono dedicati a descrivere con immagini e commenti le straordinarie manifestazioni di protesta contro la giunta militare che opprime questo paese. Dopo la violentissima repressione delle manifestazioni del 1988 e dopo l’annullamento delle elezioni vinte da San Suu Kyi, la leader della Lega Nazionale democratica (partito che ha ottenuto la maggioranza assoluta nelle elezioni del 1990) premio nobel per la pace e agli arresti domiciliari da oltre 10 anni, non avevamo più sentito parlare della Birmania.

La protesta aveva già preso vita a metà agosto con piccole manifestazioni in varie città dopo la decisione di aumentare i prezzi della benzina del 70% , del diesel del 100% e del gas compresso da cucina e per gli autobus del 500%. Decisione che ha prodotto una serie di altri aumenti a catena delle materie prime, tra cui il riso, e l'impennata del costo dei biglietti degli autobus e dei trasporti. In un paese dove nell’era del capitalismo globale regna una dittatura militare, il lavoro sfiora la schiavizzazione e lo ‘sviluppo’ procede con le tappe del lavoro forzato. E’ così che la protesta arriva nei monasteri e coinvolge i monaci, che tornano protagonisti accanto alla popolazione per denunciare un sistema di vita insostenibile, scegliendo la strada della non violenza.  I piccoli focolai che si sviluppano nel corso dell’ultimo mese sfidano la reazione violenta dei lacrimogeni e dei manganelli delle forze di polizia birmane, e finalmente il 18 settembre esplodono in una protesta che dilaga in tutto il paese. La lista delle manifestazioni è lunghissima: Rangoon, Sittwe, Aarakan, Pegu, Mandalay, Pakkoku. I militari se la prendono coi civili. Nella capitale viene arrestata una attivista in clandestinità: Naw Ohn Hla, già membro della Lega nazionale per la democrazia, e una delle protagoniste delle prime manifestazioni scoppiate in agosto contro il carovita. Il terzo giorno della protesta almeno un migliaio di monaci marcia sotto la pioggia per le strade di Rangoon, accompagnato da una folla di altre proteste a Pegu, Mandalay, Sagaing, Magwe, nelle città degli stati Mon, nell'Arakan, nel Tenasserim,  mentre la giunta militare passa alla prima minaccia: il ministro per gli affari religiosi, il generale Thura Myint Maung, intima «se i monaci non rispetteranno le regole, adotteremo alcuni provvedimenti in base alla legge in vigore». E così è stato. La protesta è stata repressa nel sangue. Ma nonostante i morti, le migliaia di militari in assetto di guerra, il coprifuoco, diecimila manifestanti sono tornati in piazza nell'ex capitale, tentando di radunarsi nel centro. I soldati hanno risposto agli assembramenti con cariche e lancio di lacrimogeni e anche con spari in aria e hanno avviato perquisizioni nelle case attorno alla pagoda di Sule. Già l’altra notte avevano fatto irruzione in diversi monasteri arrestando almeno 200 monaci. Inoltre si è interrotto il  principale collegamento internet con la capitale ed è sempre più forte il black out sui molti collegamenti web e attraverso i cellulari. Eppure la diffusione delle notizie è ben più vasta e inarrestabile dell’88. A questa si associano voci su un «dissidio fra generali e di defezioni da parte dell'esercito» riportate dal sito di esuli birmani «Mizzima News» e diffuse sul Web nonostante il blocco causato dalla giunta militare, voci poi confermate all'Aki-Adnkronos dall'ex segretario agli Affari Esteri birmano (dal 1974 al 1978), B. T. Win. «La Brigata 66 si è unita ai manifestanti ed è pronta a sfidare la Brigata 77 se farà uso della forza. Il generale di brigata Tin Tun Aung non darà seguito all'ordine di sparare, mentre si è creata una scissione tra il comando militare situato nel sud-est del Paese e il comando generale di Rangoon», spiega il professor Win.
Intanto nel consiglio di sicurezza dell’Onu prevaleva la realpolitik. Russia e Cina hanno posto il veto nascondendo dietro la non pericolosità internazionale e il non intervento in questioni interne a uno Stato i loro interessi economici in quel paese. Non esistono calcoli geopolitici che possano giustificare l'inerzia. Cina e India, oramai potenze economiche globali, devono intervenire. Un loro pronunciamento potrebbe influire molto di più della sbiadita Europa e dello screditato Bush. E darebbe loro molta più forza nel cercare di costruire un ordine mondiale multipolare. Il pronunciamento dell'Associazione degli Stati del sud est asiatico, fra cui il Vietnam, di netta condanna della violenza del regime, è stata un'importante novità, che non va lasciata isolata. All’Europa e al’Italia chiediamo di prendere misure politiche efficaci, per esempio evitando di vendere armi all'India che poi vadano in Birmania.

Noi ci sentiamo parte di questa lotta per la libertà del popolo birmano, così come siamo parte delle lotte e delle aspirazioni di molti altri popoli che soffrono e che sono spesso ignorati dal mondo unipolare che usa due pesi e due misure e un'asimmetria permanente nei loro confronti. Proprio perché siamo vicini ai popoli oppressi da occupazioni e guerre, perché ci battiamo contro la prepotenza dell'impero e della guerra permanente, in tanti ci siamo messi una maglietta o una camicia rossa, per sostenere simbolicamente il coraggio delle migliaia di manifestanti. Non è abbastanza. All’azione dei governi va associata la più forte solidarietà politica e popolare. Continuiamo a farlo nei prossimi giorni, partecipiamo e promuoviamo iniziative di sostegno, che si stanno moltiplicando nel paese. Coloriamo di rosso la marcia della pace Perugina-Assisi di domenica prossima, per esprimere il nostro appoggio al popolo birmano, anche qualora si abbassassero di nuovo i riflettori su quel che accade in quella terra. La sua lotta per la libertà è la nostra lotta.

 

postato da fabiodenardis, 17:01 | link | commenti (12)   - lo trovi nella categoria: mondo