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sabato, novembre 29, 2008

 

COMUNICATO STAMPA

 

Interrotta l’inaugurazione dell’anno accademico alla Sapienza:

 

L’onda non si arresta. Malgrado i tentativi del governo e della finta opposizione parlamentare di proporre emendamenti fantoccio al provvedimento regressivo proposto dalla ministra gelmini puntando sulla smobilitazione del movimento, le ragazze e i ragazzi dell’Onda oggi (ieri)  hanno dimostrato di non farsi raggirare. In centinaia hanno bloccato l’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università di Roma La Sapienza, invadendo l’aula magna della città universitaria. Il Rettore Frati, colpevole di aver impedito agli studenti di partecipare, è stato costretto ad andarsene e con lui tutti i professori (età media 60 anni) che erano accorsi a celebrare l’inaugurazione di una torre d’avorio che rischia di crollare sotto i colpi del governo Berlusconi. Gli studenti sono rimasti a presidiare l’aula magna per quasi un’ora per poi correre in soccorso delle centinaia di ragazze e ragazzi a cui era impedito l’accesso alla propria università da un fitto cordone della polizia. Anche gli studenti di Roma 3 sono intervenuti solidarizzando con i compagni de La Sapienza e insieme sono usciti dalla città universitaria invadendo Roma in un corteo spontaneo e partecipato. Nel frattempo in altre città italiane il movimento ha organizzato iniziative analoghe mostrando la ferma intenzione di mantenere alto il livello del conflitto sociale almeno fino a quando il governo non deciderà di eliminare i tagli alla conoscenza. Rifondazione Comunista solidarizza con le università in movimento e dichiara la necessità di generalizzare il conflitto, a cominciare dalla data del 12 dicembre quando studenti e lavoratori scenderanno in piazza uniti nella lotta contro la privatizzazione della società, contro la precarietà della vita e per rivendicare il diritto a un sapere libero.

 

Fabio de Nardis

Responsabile nazionale dipartimento università e ricerca PRC-Se      

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giovedì, novembre 27, 2008

Sintesi delle linee guida del PRC sull’università

 

L’università non può pagare la crisi del capitalismo

Dalla crisi del capitalismo non si esce tagliando risorse alla conoscenza. Serve un forte sostegno pubblico alla domanda qualificata. Questo significa sostegno alla ricerca, all’innovazione tecnologica ed energetica, all’ambiente, alla conoscenza e alla promozione di consumo sociale. Questo significa difesa della ricerca pubblica e degli articoli 33 e 34 della Costituzione repubblicana in cui si rivendica la centralità della formazione a partire dal suo carattere pubblico, laico, libero, indipendente e autogestionario. Nessuna trattativa è possibile con un governo che di quella Costituzione fa carta straccia svuotando la struttura pubblica della ricerca. Crediamo che il punto di partenza per consentire una discussione su una riforma dell’università sia l’aumento massiccio dei finanziamenti pubblici portandoli dall’attuale 1% del PIL al 3%, nel rispetto degli obiettivi previsti dal Trattato di Lisbona. Occorre risparmiare risorse altrove, per esempio tagliando i finanziamenti agli armamenti, gli unici ad aumentare anche nei periodi di crisi, tagliandoli alle scuole e alle università private e bloccando i lavori per infrastrutture inutili e dannose come la TAV e il Ponte sullo Stretto di Messina.

   

Per un reale diritto allo studio

Il diritto alla conoscenza deve essere garantito a tutte e tutti. Occorre chiudere i corsi di laurea a numero chiuso perché in una università democratica si seleziona in base alle capacità e non alla classe sociale. Devono essere garantiti alloggi, aule e tutte le strutture necessarie a tenere alti gli standard di qualità della didattica e della ricerca. Occorre predisporre un piano per l’edilizia concordato con studenti, dottorandi e ricercatori precari, garantendo loro la gratuità dei trasporti. Servono risorse economiche per finanziare le borse di studio. Occorre eliminare le tasse universitarie per i ceti medio-bassi e attivare un sistema di comodato d’uso per i testi d’esame. Va affermata la necessità di dispense gratuite e sostenere la possibilità di sviluppare case editrici di ateneo che pratichino prezzi politici così come librerie universitarie che acquistino i testi direttamente dalle case editrici saltando il circuito commerciale. Va inoltre ridotta l’IVA su tutti i prodotti culturali portandola dal 20% al 4%. Le università devono essere aperte fino a mezzanotte consentendo l’accesso alle biblioteche e una duplicazione dei corsi per gli studenti-lavoratori. Bisogna impedire che il governo porti a termine il suo progetto di abolizione del valore legale del titolo di studio perché non devono esistere poli di eccellenza contrapposti al resto delle Università.

      

Per un riforma radicale della didattica

Il modello 3+2 e dei crediti ha fallito e va superato. L’assetto basato sulla semplice lezione frontale non è più adatto, passivizza gli studenti e priva i docenti di un efficace feedback. Bisogna sostenere modalità didattiche di tipo seminariale, classi di laboratorio di non più di 15/20 studenti per docente. Occorre abbandonare il sistema disciplinare parcellizzato e ultraspecialistico. Se a livello di ricerca è concepibile che un docente si specializzi, a livello didattico servono soprattutto insegnamenti nelle discipline di base. Le Università devono essere il luogo di formazione di consapevolezza critica e per far questo si devono creare spazi di confronto e autoformazione che coinvolgano studenti e docenti, cominciando con lasciare maggiore libertà a studenti e studentesse nella definizione del proprio piano di studio senza ingabbiare il loro percorso formativo dentro schemi precostituiti.

      

Il dottorando come anello di congiunzione tra formazione e lavoro

Il dottorato è il terzo livello della formazione universitaria dove si fondono didattica, formazione e ricerca. Va pensato in funzione dell’accesso all’insegnamento universitario e al mondo del lavoro. Occorre una riforma organica del dottorato che organizzi i corsi sulla base di scuole dotate di autonomia all’interno di regole nazionali e costituite intorno a un progetto di formazione alla ricerca. Le scuole andranno sottoposte a processi di autovalutazione/valutazione in modo da garantirne il valore formativo. Va superata la figura del dottorando senza borsa che determina una condizione di ingiustizia. Occorre individuare meccanismi negoziali o automatici di revisione periodica delle borse che tengano conto dell’inflazione e garantiscano condizioni di vita e di studio dignitose. Ai dottorandi va riconosciuto il diritto a una formazione di livello, a un trattamento economico dignitoso, a un trattamento previdenziale equo, alla salute e alla maternità, alla partecipazione alla vita democratica delle università e ai suoi processi di valutazione, all’accesso ai servizi di diritto allo studio, a un percorso internazionale che consenta periodi di studio e soggiorno all’estero, a una informazione trasparente sulle opportunità di lavoro che il titolo di dottore di ricerca può aprire.

       

Ricerca e precarietà

Non è possibile legare l’assunzione di nuovi ricercatori ai pensionamenti bloccando la possibilità di incremento del settore dell’università. Si deve affermare che il personale necessario affinché l’università svolga i propri compiti è oggi quantificabile intorno alle 120.000 unità. Non si deve consentire che uno stesso individuo possa essere precario per lunghi periodi. Un limite ottimale potrebbe essere di 4 anni post-dottorato con meccanismi di programmazione che evitino intervalli fra un contratto e l’altro. I contratti a tempo in università ed enti di ricerca devono rispettare i diritti del lavoro (maternità, ferie, orari, tutela della salute e della sicurezza, tredicesima mensilità, protezione in caso di vacanza contrattuale, contributi previdenziali adeguati, copertura anti-infortunistica). Va quindi mantenuta una sola forma di contratto a tempo sopprimendo le altre forme di lavoro precario. Un ricercatore deve poter essere responsabile primo di fondi di ricerca.

       

Per un nuovo statuto giuridico dei docenti universitari

Occorre un nuovo statuto giuridico dei docenti. Il ruolo del professore universitario deve essere unico con separazione netta tra reclutamento e avanzamento di carriera. Si deve superare la necessità di fare concorsi nei passaggi a fasce superiori. La carriera unica consentirà di costruire una scala retributiva unica, suddivisa in scatti legati sia all’anzianità che alla valutazione dell’operato del docente su didattica, ricerca e organizzazione. Assieme all’eliminazione dei tre anni di straordinariato è necessario confermare l’abolizione del fuori ruolo, dando un chiaro segnale di rinnovamento generazionale. Va affrontata subito la questione del riconoscimento del ruolo di professore agli attuali ricercatori con adeguamento stipendiale. I passaggi da una fascia all’altra andranno gestiti con criteri di valutazione rigidi, con obiettivi trasparenti e prefissati e con chiare modalità di attuazione che riducano al minimo la discrezionalità. Tali criteri dovranno essere diversi a seconda delle discipline interessate e commisurati agli standard internazionali, ridiscutendo a questo riguardo una logica di valutazione basata solo su rigidi schemi quantitativi.

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Care Compagne e compagni (e amici)

Di seguito trovate il link da cui potrete leggere o scaricarvi un documento che abbiamo disposto come partito sull’università. Non si tratta di un programma dettagliato e compiuto che sarà invece il prodotto di un percorso partecipato che si concluderà con un grande appuntamento seminariale entro febbraio. Si tratta altresì di un documento snello, già discusso nei suoi parametri nel corso degli ultimi tre attivi nazionali università e ricerca e che prende in considerazione i risultati dell’assemblea nazionale di movimento del 15 e 16 novembre. Con esso il PRC espone la sua idea di università pubblica, nel rispetto dell'autonomia del grande movimento universitario che a scosso il mondo sociale e politico negli ultimi due mesi e di cui noi come militanti di Rifondazione siamo parte integrante. È importante che tali linee guida siano diffuse al massimo anche attraverso l’organizzazione di iniziative nei territori insieme a lavoratori e sindacati soprattutto in vista dello sciopero generale del 12 dicembre che vedrà studenti e lavoratori uniti nella lotta.

 

Fabio de Nardis

Responsabile Nazionale Dipartimento Università e Ricerca PRC

 

 

http://home.rifondazione.it/xisttest/content/view/3901/67/

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giovedì, novembre 13, 2008

14 NOVEMBRE 2008:

L'ONDA PREPARA LA GRANDE MAREGGIATA ......

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lunedì, novembre 10, 2008

Convocazione assemblea iscritti/e e simpatizzanti PRC
Care compagne e compagni,
come deliberato nell'attivo nazionale università del PRC svoltosi domenica scorsa a Roma, in occasione dello sciopero generale dell'università, previsto per il giorno 14, dopo il corteo, è convocata l'assemblea nazionale degli iscritti/e e simpatizzanti del PRC a partire dalle ore 15:00 presso la Direzione Nazionale del partito, sala Libertini, via del Policlinico 129, per discutere sulle prospettive di mobilitazione.
Vista l'importanza della posta in gioco si raccomanda la partecipazione di tutte e tutti
fraterni saluti
 
Fabio de Nardis
resp. nazionale dipartimento università e ricerca PRC 

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Dal Governo sull’Università tante parole ma un nulla di fatto

Il Decreto legge recentemente approvato fa emergere le difficoltà del Governo rispetto alle grandi mobilitazioni di queste settimane mostrando come il conflitto serva e che la lotta per la tutela dell’università pubblica debba proseguire senza cedimenti, anche perché nessuna risposta viene data rispetto alle grandi questioni sollevate dall’Onda. Il governo, con la complicità del partito democratico che ha deciso di vestire il ruolo di mediatore di conflitto, mostra i primi segni di cedimento e scommette sulla smobilitazione attraverso un provvedimento fantoccio in cui, dietro la parvenza di alcune piccole concessioni, mantiene solido l’impianto regressivo presente nella legge 133 che deve essere seplicemente ritirata.  Prevedibile la reazione accondiscendente della finta opposizione parlamentare e di alcuni rettori che fin dall’inizio hanno vissuto con imbarazzo il ruolo di agenti di conflitto e trovano oggi il pretesto per tirarsene fuori.

Nel decreto si confermano i tagli. Questo porterà gran parte degli atenei a sforare i vincoli di bilancio nei prossimi tre anni facendo scattare quasi ovunque il blocco di fatto delle assunzioni con ricadute gravi su didattica e ricerca. Permane inoltre la possibilità, che per alcuni atenei diventerà una necessità, di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Pertanto l’approvazione del decreto non fa in alcun modo venir meno le motivazioni della protesta.

Ciò premesso crediamo che le novità introdotte dal governo vadano analizzate nel particolare. Moderatamente positivo è il nostro giudizio sulle nuove regole per il reclutamento dei ricercatori (abolizione di scritti e orali, membri esterni nominati per sorteggio, criteri unici nazionali per la valutazione dei titoli), perché vanno nella direzione auspicata dalla parte sana del mondo accademico e dalle associazioni dei precari. Dobbiamo però tenere alta l’attenzione sulla definizione dei criteri di valutazione che il governo non specifica e che a nostro avviso andrebbero discussi democraticamente, non demandandone la definizone solo al Consiglio Universitario Nazionale, facilmente esposto alle pressioni dei potentati accademici.

Positiva è l’introduzione del vincolo di destinazione del 60% del budget all’assunzione di nuovi ricercatori che recepisce la richiesta di contrastare le piramidi rovesciate favorendo potenzialmente l’ingresso di giovani ricercatori attualmente destinati a infoltire la già troppo vasta schiera dei lavoratori precari. Ma il governo non si smentisce inserendo nel decreto la clausola con cui si consente alle università di utillizzare quelle risorse per assumere ricercatori a tempo indeterminato o determinato. Questa formulazione, oltre a costituire un grave passo verso la definitiva precarizzazione della figura del ricercatore universitario, vanifica di fatto il vincolo di destinazione. È infatti prevedibile un aumento di assegni precari della durata di sei mesi in modo da recuperare rapidamente risorse da utilizzare quasi esclusivamente per gli avanzamenti di carriera. Chiediamo un investimento straordinario per il reclutamento di nuovi ricercatori a tempo indeterminato o, in subordine, si dovrebbe quanto meno stabilire che i soldi recuperati alla scadenza di un contratto a T.D. non possano essere utilizzati per finanziare gli avanzamenti di carriera. Chiediamo inoltre che la figura del ricercatore a tempo determinato divenga sostitutiva non del ricercatore a tempo indeterminato, ma di tutte le altre figure precarie prive dei diritti fondamentali del lavoratore (maternità, ferie, orari, tutela della salute e della sicurezza, tredicesima mensilità, protezione in caso di vacanza contrattuale, contributi previdenziali) attualmente presenti nelle università e negli enti di ricerca.

Per quanto riguarda i concorsi da professore ordinario e associato, la novità introdotta del sorteggio nell’ambito di una rosa di nomi precedentemente eletta non avrà di fatto alcun impatto sostanziale sullo svolgimento dei concorsi stessi. Quindi avrà solo l’effetto di allungare i tempi dei concorsi già banditi dal momento che, visti i tagli, difficilmente ve ne saranno altri.

Condividiamo la scelta di mantenere il piano di reclutamento straordinario approvato dal governo Prodi e di escludere i 3000 posti ancora da bandire dai vincoli sul turnover. Il governo deve però cancellare il comma del decreto che esclude gli atenei “non virtuosi” dall’assegnazione di questi posti, facendo ricadere sui giovani e i precari le responsabilità finanziarie di organismi amministrativi alla cui elezione essi attualmente non partecipano. Tale novità è addirittura peggiorativa rispetto alla stessa legge 133.

Piccole novità procedurali per abbasire dunque lo spirito critico di rettori e partiti centristi di pseudopposizione. Ben poco rispetto alla domanda di civilizzazione espressa dall’Onda anomala che per questo non ha ragioni per smobilitare. Il 14 il grande sciopero del comparto universitario che vedrà riversarsi ancora una volta decine di migliaia di studenti e ricercatori nelle strade di Roma, e poi, il 15 e il 16, l’assemblea nazionale del movimento in cui riaffermeremo le ragioni della nostra lotta, rivendicheremo la nostra opposizione alle politiche di questo governo ma anche alle complicità malcelate del PD e delle forze centriste. Saremo ancora una volta in piazza per gridare il nostro progetto di università di massa e di qualità dentro un modello di società libero dallo scontro irrazionale tra capitali.   

 

Fabio de Nardis

Responsabile Nazionale Università e Ricerca PRC

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giovedì, novembre 06, 2008

… “chi occupa le scuole sarà denunciato”, parola di Ministro

I reati configurabili, o che solitamente vengono contestati, in questi casi, sono l' “invasione di terreni o edifici”, art. 633 c.p., e l' “interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità”, art. 340 c.p.. La giurisprudenza di merito e di legittimità si è espressa in più occasioni sulla liceità penale (o meno) delle occupazioni scolastiche.

Con sentenza del 30 marzo 2000 la II sezione della Corte di cassazione è intervenuta sul punto statuendo che: “Non è applicabile l'art. 633 alle occupazioni studentesche perché tale norma ha lo scopo di punire solo l'arbitraria invasione di edifici e non qualsiasi occupazione illegittima. .... L'edificio scolastico, pur appartenendo allo Stato, non costituisce una realtà estranea agli studenti, che non sono dei semplici frequentatori, ma soggetti attivi della comunità scolastica e pertanto non si ritiene che sia configurato un loro limitato diritto di accesso all'edificio scolastico nelle sole ore in cui è prevista l'attività scolastica in senso stretto”.

Tale sentenza ha avuto il pregio di individuare correttamente il momento consumativo e la condotta del reato contestato e opera una sagace distinzione tra il momento dell'invasione di un edificio e quello della permanenza non consentita all'interno degli spazi, stabilendo che non è possibile assimilare la seconda alla prima in quanto “quando il legislatore ha voluto caratterizzare come fatto penalmente rilevante la permanenza arbitraria all'interno di un luogo, lo ha fatto con una previsione espressa, inversamente si incorrerebbe nella vietata analogia in malam partem”.

Pregevole appare anche la ricostruzione dell'alterità del bene invaso in relazione agli edifici scolastici. La Corte regolatrice sottolinea che ai sensi del D.P.R. 21.5.74 n. 416 la scuola costituisce una realtà non estranea agli studenti che contribuiscono e concorrono alla sua formazione e al suo mantenimento, con un potere-dovere di collaborare alla protezione e alla conservazione della stessa.

In tale disposto la Corte regolatrice stabilisce che nel reato di cui al 633 c.p. il termine invasione va interpretato come “una qualunque intromissione dall'esterno con modalità violente”.

Altra pronuncia di legittimità soccorre nella ricostruzione dei contorni del reato in esame stabilendo che: “Il reato in questione costituisce una delle ipotesi di illiceità speciale: il fatto oggettivo dell'arbitrarietà del comportamento, essendo elemento costitutivo di fattispecie, deve riversarsi nell'elemento soggettivo del reato e costituire oggetto di rappresentazione e volizione da parte del soggetto agente, con la conseguenza che qualora il soggetto agente cada in errore sull'effettiva portata di una norma extrapenale, ritenendo legittimo il proprio comportamento, deve essere esente da responsabilità per mancanza di dolo ex art. 47 III comma c.p. dal momento che non si è rappresentato un elemento positivo della fattispecie” (così Cass. Sez. II, 17.5.1988, Oliva).

Tali statuizioni portano a concludere che l'esistenza per gli studenti di un diritto di critica fondato sulla loro libertà di espressione, pensiero e associazione all'interno della scuola fondano per gli studenti l'esercizio di un diritto che non verrebbe solo supposto dagli stessi ma che fonderebbe un'oggettiva causa di giustificazione.

Sulla interruzione di pubblico servizio

Diversa è la fattispecie di cui all'art. 340 c.p. che, laddove non vi sia un complessivo assenso e una partecipazione alle iniziative di protesta da parte degli insegnanti, dei presidi, del personale amministrativo, tecnico e ausiliario della scuola (ATA) potrebbe integrarsi nel caso in cui gli studenti impedissero deliberatamente il regolare svolgimento delle lezioni.

A tale fine si indica la giurisprudenza più significativa.

“Se la c.d. "occupazione" della scuola da parte degli studenti avviene senza modalità invasive, e cioè consentendo lo svolgersi delle lezioni e l'accesso degli addetti, non è configurabile il reato di interruzione di pubblico servizio, neanche se l'attività didattica si svolge con difficoltà e in mezzo a confusione. Tribunale Siena, 29 ottobre 2001”.

L'occupazione temporanea di una scuola, sebbene per motivi sindacali, integra gli estremi della fattispecie di cui all'art. 340 c.p. quando le modalità di condotta, volte ad alterare il normale svolgimento del servizio scolastico, esorbitano dal legittimo esercizio dei diritti di cui agli artt. 17 e 21 Cost., ledendo altri interessi costituzionalmente garantiti.” Cassazione penale , 03 luglio 2007 , n. 35178.

Da ultimo, per gli insegnati si evidenzia che, con una recente pronuncia, il Consiglio di Stato ha così statuito: “situazioni di c.d. occupazione di un Istituto scolastico per lo stato di agitazione degli studenti non esplicano un effetto esonerativo o di attenuazione degli obblighi di presenza, intervento e controllo del corpo del personale docente e amministrativo della scuola, che tanto più devono garantire la loro presenza per evitare degenerazioni delle iniziative assunte dagli studenti all'interno dell'istituzione scolastica” (Cons. Stato, Sez. VI, 17/10/2006, n.6185). Pertanto, anche in caso di occupazione, continua a gravare sui docenti l'obbligo di presenza, intervento e controllo esistente anche in situazioni di normale svolgimento delle lezioni

Insomma OCCUPATE e NON TEMETE!

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domenica, novembre 02, 2008

 Perché ci diciamo comunisti

 

di Paolo Ferrero


Da un po di tempo Liberazione pubblica con grande rilievo articoli che chiedono di abbandonare il nome comunista. Al fondo la tesi riproposta in varie salse è che la parola comunismo è inutilizzabile perché l'esperienza storica concreta ne ha stravolto il significato. Tra chi propone di abbandonare il nome comunista vi è chi si pronuncia a favore del nome sinistra, chi a favore del socialismo, chi non propone nulla. Tutto questo si intreccia con un altro filone di dibattito che propone di andare oltre il Partito della Rifondazione Comunista, per fare un altro partito, per fare un'altra cosa che non sia un partito, etc. Le argomentazioni portate mi pare ripropongano un po' stancamente quanto già sostenuto da Occhetto e dai suoi sostenitori dopo l'89 ma tant'è, come si sa la prima volta la storia si presenta come tragedia, la seconda come farsa. Per quanto mi riguarda io la penso così: Il concetto di comunismo ha una storia che travalica le vicende del secolo breve. Non voglio qui affrontarlo. Mi pare invece utile sottolineare come in Italia il gruppo dirigente comunista alle origini si è formato nella vicenda dell'occupazione delle fabbriche e valorizzando la costruzione dei consigli di fabbrica. Nel corso della guerra ha saputo dar vita ad un movimento di resistenza antifascista unitario e democratico che ha contribuito a liberare l'Italia e a dare al nostro paese un assetto democratico strutturato attorno ad una carta costituzionale assai avanzata. Successivamente i comunisti hanno variamente lottato e con una certa efficacia contro lo sfruttamento e per la giustizia sociale. Un terzo degli elettori italiani è arrivato a dare fiducia ad un partito che si chiamava comunista e che poneva la questione morale come punto non secondario della riforma della politica. Rifondazione comunista nel suo piccolo è stata presente nei vari conflitti che hanno percorso il paese ed è stata in grado di collocarsi positivamente nella grande stagione nel movimento no global.

Il tutto cercando di intrecciare le lotte per i diritti sociali con quelle per i diritti civili, lotte operaie e lotte ambientali, lotte per la redistribuzione del reddito con le lotte contro la mercificazione delle persone, dell'ambiente, delle relazioni sociali. In altri temini la parola comunismo in Italia è legata alle battaglie per la giustizia e la libertà. Dopo l'era craxiana non mi pare si possa dire lo stesso per la parola socialismo.

La parola sinistra ha storicamente un significato positivo nel nostro paese. Ha a mio parere un difetto e cioè che si tratta di una coperta che copre molte cose. Ad esempio all'interno del partito democratico vi sono persone e posizioni che si definiscono di sinistra che sono però anche variamente confindustriali e per nulla anticapitaliste. La parola sinistra cioè da sola non definisce una posizione chiara dal punto di vista della divisione di classe della società né dal punto di vista della volontà di superare il capitalismo; tant'è che negli anni scorsi abbiamo giustamente detto che esistevano due sinistre, quella moderata e quella radicale o alternativa o antagonista. Da questo punto di vista il definirsi di sinistra e comunisti mi pare rappresenti un modo chiaro per dire da che parte si sta. Siamo di sinistra ma siamo anche comunisti, cioè lottiamo contro lo sfruttamento, quando serve anche contro il Vaticano e ci battiamo per il superamento del capitalismo. Dirsi comunisti è quindi una risorsa per qualificare il nostro essere di sinistra. Porre il tema del comunismo significa porre il nodo della rivoluzione, del cambiamento radicale dello stato di cose presenti. Tant'è che quando taluni esponenti del centrosinistra affermano di non voler mai più fare accordi con liste che contengano la falce e il martello lo dicono non certo per la nostra storia ma perché siamo concretamente, politicamente, qui ed ora, anticapitalisti.
Questo per quanto riguarda l'Italia.

 

I comunisti però, in particolare quando hanno preso il potere, hanno anche fatto grandi disastri. Lo stalinismo ha contraddetto radicalmente le aspirazioni di giustizia e libertà del movimento comunista. Per questo ci siamo chiamati Rifondazione Comunista. Non solo il nome di un partito ma un progetto politico: rifondare il comunismo avendo fatto fino in fondo i conti con lo stalimismo. Riconosciamo che la storia dei comunisti e delle comuniste è la nostra storia, ne abbiamo analizzato gli errori e gli orrori al fine di non ripeterli. Rifondazione e Comunista sono quindi due termini che si qualificano a vicenda, ci parlano della persistenza ma anche della discontinuità, ci parlano della contraddittorietà del nostro tentativo di andare oltre il capitalismo nel nostro essere fino in fondo uomini e donne di questo tempo.

 

La rifondazione del comunismo è quindi il progetto politico che abbiamo scelto quando Achille Occhetto ha sentenziato che il comunismo era solo un cumulo di macerie. Nulla vieta che altri oggi la pensino come Occhetto ma a me francamente pare che i guai che abbiamo avuto negli anni scorsi non siano derivati dal nostro nome ma piuttosto dai nostri errori politici, in primo luogo la scelta di andare al governo.
Io penso quindi che oggi sia più necessario di ieri dirsi comunisti, di Rifondazione comunista. E' il nome che meglio di qualunque altro definisce qui ed ora il nostro anticapitalismo e la nostra autonomia da un ceto politico che si definisce di sinistra ma con le cui prospettive politiche abbiamo poco a che spartire.
E' evidente che si potrebbe continuare ad argomentare a lungo ma voglio utilizzare lo spazio che mi resta per sollevare un paio di quesiti.

 

In primo luogo è evidente che la discussione dovrebbe cominciare da qui, cioè dalla rifondazione comunista. Si tratterebbe di aprire una discussione non a negativo ma a positivo. Si tratterebbe di ragionare su come rendere al meglio oggi la prospettiva comunista. Di come la nostra azione non si possa situare solo al livello politico della rappresentanza. Di come si ridefinisca la politica comunista in relazione ai movimenti, alle mille vertenzialità, alle forme di mutualismo. Di come si intreccino oggi i diversi conflitti e come possono interagire in una prospettiva di superamento del capitalismo. Di come si possa affrontare la crisi capitalistica proponendo il tema del controllo sociale dell'economia ed evitando la guerra tra i poveri. Di come si intrecci la lotta per il salario con quella per il reddito sociale con la lotta contro la mercificazione di ogni ambito sociale, e così via. Il dibattito di cui avremo bisogno non riguarda la ripetizione dell'occhettismo ma l'approfondimento della prospettiva della rifondazione comunista. Purtroppo però Liberazione non si cimenta sul terreno della rifondazione comunista ma su quello del suo superamento.

In secondo luogo è bizzarro che il giornale del Partito della rifondazione comunista metta in prima pagina il dibattito sul superamento del comunismo e a pagina 19 gli articoli in cui alcuni dirigenti del partito avanzano proposte politiche e cercano di far avanzare il progetto di rifondazione comunista. In altre parole, la vera novità non mi pare il dibattito sul comunismo, ma il fatto che oggi Liberazione , il giornale del Prc, sia il soggetto che con maggiore costanza e determinazione chiede il superamento del Prc e del suo progetto politico. Devo dire che questa novità non mi pare molto utile.

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«Così abbiamo sbaragliato i fascisti»

Il racconto dei militanti di Rifondazione: ci hanno chiamati, quelli avevano già fatto tre aggressioni

ROMA — «Parliamoci chiaro: prima che arrivassimo noi c'erano già state tre aggressioni contro persone finite all'ospedale o comunque rimaste ferite. Ammesso e non concesso che ce l'avesse avuta prima, quella gente non aveva più alcuna legittimità a stare in piazza. Abbiamo chiesto che fossero allontanati, e niente. Gli abbiamo gridato di andarsene, e niente. A quel punto li abbiamo caricati e sbaragliati. Basta, finito. Inutile stare a nascondersi o girarci intorno».

Partito della Rifondazione comunista, sede della Direzione nazionale, terzo piano. Simone ha 32 anni e un linguaggio diretto. Accanto a lui ci sono Emiliano, 30 anni e quasi due metri d'altezza, e Yassir, 33 anni e una denuncia per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale: l'hanno fermato e liberato dopo una notte passata in gattabuia. Sono impiegati del settore organizzazione del partito (quello che un tempo si sarebbe chiamato Servizio d'ordine), e mercoledi scorso erano in piazza Navona. Raccontano la loro versione dei fatti con una premessa, affidata a Emiliano: «Per noi l'antifascismo è un valore irrinunciabile. E' il fondamento della nostra Costituzione, ed essere antifascisti oggi significa difendere la democrazia, la pace e la libertà di espressione».

Anche con l'uso della violenza? Risponde Simone: «A nessuno di noi piace andare in giro a caricare i fascisti, ma capitano situazioni particolari. Come l'altro giorno. Con la polizia che non ha fatto niente per impedire lo scontro fisico». Lo interrompe Yassir: «Sono diciotto anni che partecipo alle manifestazioni, e ti assicuro che non avevo mai visto prima un fascista così da vicino. Perché sempre si sono messi in mezzo per evitare il contatto diretto, o ci chiudevano piazze o strade presidiate da loro. Stavolta invece è come se avessero detto "prego, accomodatevi". Io non penso a complotti, però qualche cattivo pensiero può venire. Anche perché questa storia è cominciata molto prima di mercoledì».

Il riferimento è ai giorni precedenti, lunedì e martedì, quando «i fascisti» del Blocco studentesco hanno conquistato la testa del corteo degli studenti medi o issato il loro striscione al sit-in davanti al Senato. «Sempre con quel camioncino bianco pieno di mazze nascoste — insiste Simone — senza che nessuno lo fermasse. Noi in quelle due occasioni abbiamo abbozzato, per evitare problemi, ma in piazza Navona, mercoledì, s'è passato il segno». Racconta Yassir: «Io stavo andando al lavoro quando mi ha telefonato un ragazzo del liceo Tasso per avvisarmi che i fascisti stavano picchiando la gente. Temevo che esagerasse, ho chiamato altre persone, e tutti confermavano le aggressioni. Parlavano di sangue. Ho radunato altri compagni e siamo andati». Insieme a quelli dell'università: «E mica sono il Settimo Cavalleggeri! — sorride Simone —. Era già previsto che venissero anche loro, hanno solo accelerato un po' il corteo». Con il loro camioncino: «Certo — risponde Emiliano - quello c'è sempre, per gli altoparlanti e i megafoni. Mazze non ce n'erano, stai sicuro. Quando siamo arrivati abbiamo trovato la piazza terrorizzata dalle violenze precedenti e i fascisti schierati in formazione, coi bastoni pronti. A quel punto che fai?». Già, che fai? Yassir: «Abbiamo formato un cordone e fino all'ultimo abbiamo tentato di tenerlo, ma la piazza dietro spingeva e quelli davanti aspettavano co' 'sti bastoni come fossero giocatori di baseball». E voi coi caschi in testa: «Certo, per protezione. A mani nude, però. A un certo punto non abbiamo tenuto più e c'è stato lo scontro. Coi poliziotti a godersi lo spettacolo».

Sono volate le sedie dei bar. «Di vimini... Ne vola una, ti arriva addosso, la rilanci no? A me un fascista m'ha tirato una scopa — continua Yassir —, l'ho parata, ho visto arrivare i carabinieri dall'altra parte e ho avuto paura di restare in mezzo. Mi sono lanciato tra i tavolini dei bar. Mentre correvo mi sono sentito prendere alla gola e stringere, mi stavano soffocando. Poi mi hanno buttato a terra, e mentre temevo che arrivasse una coltellata ho sentito dire "soggetto immobilizzato". Erano poliziotti, per fortuna». Quindi sono intervenuti. «Per disperderci — puntualizza Simone —, dopo che avevamo neutralizzato i fascisti e ridotto quel camioncino come doveva essere ridotto. Questi sono doppiamente pericolosi: militarmente, perché picchiano la gente, e politicamente perché rischiano di avere un effetto catalizzatore su giovani cosiddetti "neutri", soprattutto in certe scuole e periferie, dove ci sono logiche più da comitiva che da gruppo politico, un po' da stadio». Emiliano: «Coi loro metodi: o ti adegui e fai quello che dicono loro oppure menano. A Roma da due anni le aggressioni si sono moltiplicate. Dicono di essere contro questo governo, ma non mi pare se poi spunta un sottosegretario che si appiattisce sulla loro versione. Comunque al corteo dello sciopero non si sono visti». Ancora Simone: «Noi da quando siamo rimasti senza parlamentari abbiamo molte più difficoltà a gestire la piazza, mentre loro si sentono protetti. Mercoledì qualcuno di noi s'è dovuto prendere un permesso dal lavoro per venire a cacciare i fascisti, ma ti pare normale?».

postato da fabiodenardis, 10:37 | link | commenti    - lo trovi nella categoria: italia, conflitti, sinistra, movimenti