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martedì, luglio 07, 2009

Roma, 7 luglio 2009.

Comunicato stampa.

Dichiarazione di Fabio De Nardis, responsabile naz. Università e Ricerca Prc-Se

De Nardis (Prc): Fuori la polizia dalle università. Sdegno e condanna per gli arresti.

Il Partito della Rifondazione Comunista esprime tutto il suo sdegno e condanna fermamente  l’inammissibile azione repressiva che è stata portata avanti su mandato governativo nei confronti delle/gli studenti dell’ università di Roma 3, che sono stati immobilizzati, caricati, malmenati e arrestati per la semplice esigenza di esprimere la propria pacifica libertà di dissenso contro il G8.

Quest’azione mostra il vero volto di un sistema di potere violento ed antidemocratico.

Rifondazione Comunista esige l’immediata liberazione di tutte e tutti i fermati e offre da subito a tutto il movimento studentesco supporto politico e legale.

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Ufficio stampa Prc-SE

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giovedì, luglio 02, 2009

G8 -CONTRO IL "BORDELLO GLOBALE" IL PRC SARA' IN TUTTE LE MANIFESTAZIONI

 

Il Partito della Rifondazione Comunista parteciperà a tutte le mobilitazioni di contestazione al summit del G8, sia quelle diffuse sul territorio nazionale come la manifestazione del 4 Luglio a Vicenza contro la base Dal Molin, sia il Forum organizzato da diverse forze e movimenti il 7 Luglio a L’Aquila, sia la manifestazione nazionale prevista per il 10 Luglio nel capoluogo abruzzese. Invita le sue strutture a mettersi a disposizione affinché sia garantita la massima partecipazione e successo delle mobilitazioni e siano superate positivamente incomprensioni e contrapposizioni tra realtà di movimento. Il Prc lavora per un movimento unitario e di massa contro il G8 e le sue politiche e ritiene per questo legittima ed importante ogni mobilitazione che si ponga questo obiettivo.

Anche alla luce della crisi economica globale provocata dalle politiche neoliberiste e di guerra, il G8 è sempre di più un organismo abusivo, a-democratico e incapace di dare risposte ai bisogni di larga parte dell’umanità. Un organismo basato sul censo, ovvero sulla “ricchezza” degli Stati che lo compongono, appare sempre di più un insulto nei confronti delle popolazioni di un pianeta consegnato al collasso ambientale, ostaggio della speculazione finanziaria e dello sfruttamento crescente delle popolazioni da parte delle multinazionali e della logica del profitto. Proprio per questo riteniamo sbagliate le campagne di chi , usando il sacrosanto tema della lotta alla povertà, rischia di coprire queste responsabilità affidando al G8 una qualsivoglia funzione umanitaria.
I responsabili della crisi non hanno infatti alcuna legittimità ad assumere decisioni sulla stessa. Gli stessi impegni presi a Genova nel 2001 sull’abbattimento del debito e sui fondi per la lotta all’Aids sono stati clamorosamente disattesi. Per questo il G8 dovrebbe essere cancellato e sostituito da una sessione straordinaria delle Nazioni Unite sulla crisi economica aperto ai rappresentanti della società civile, in particolare alle donne e alle organizzazioni dei lavoratori e dei diritti umani.

Il tentativo del governo Berlusconi di farsi scudo della tragedia del terremoto per mettere a riparo un organismo screditato nell’opinione pubblica internazionale come il G8 è destinato al fallimento. Starà all’intelligenza dei movimenti e alla maturità della popolazione dell’Aquila, alla quale va la nostra solidarietà piena e il nostro rispetto, dare agli 8 grandi il benvenuto che meritano visto le gravissime loro responsabilità nella crisi planetaria.

Dopo 8 anni il G8 torna a “celebrarsi” in Italia. Sono ancora aperte le ferite di Genova, fortissimo il ricordo e il dolore per l’assassinio di Carlo Giuliani e per coloro che si videro torturati , offesi nei corpi e nella dignità, da chi costituzionalmente era preposto a tutelarne e garantirne i diritti fondamentali. Tra gli otto “grandi” uno è rimasto lo stesso: il cavalier Silvio Berlusconi. Anche per questo non pensiamo che sia giusto aderire a richieste di “tregua” nei confronti di una persona e di un governo che ogni giorno umilia la democrazia, calpesta la libertà di stampa, attua politiche economiche e sociali a favore dei forti mentre si ostina ad ignorare le richieste di chi perde il lavoro, vive nella precarietà e non riesce ad arrivare a fine mese. Berlusconi porta il G8 nel “bordello globale” e cerca con una operazione di immagine di salvare se stesso e le sue politiche reazionarie. Noi saremo con i movimenti per rovinargli la festa e per rinnovare il nostro impegno per un altro mondo possibile e necessario.

Alfio Nicotra

responsabile nazionale Dipartimento Movimenti Altermondialisti Prc/Se

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martedì, giugno 16, 2009

No g8 sull'economia 9-13 giugno 2009

Lecce si colora di libertà

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lunedì, maggio 11, 2009

NO al G8 UNIVERSITY SUMMIT
                         
Care compagne e compagni,
la due giorni programmatica sull’Università a Napoli è stato un momento importante di elaborazione, formazione e organizzazione del lavoro politico. Sono state discusse e recepite le indicazioni dei compagni provenienti dai territori e quanto prima verranno inviati i documenti programmatici conclusivi che dovranno comunque essere ridiscussi ai livelli regionali e federali.
In occasione della due giorni i giovani comunisti hanno reso pubblico un proprio documento, che alleghiamo di seguito, sul G8 University Summit che si terrà a Torino tra il 17 e il 19 maggio. Come partito assumiamo il documento e sollecitiamo le federazioni affinché garantiscano la partecipazione delle compagne e dei compagni alle giornate di controvertice nonché ai cortei del 17 e del 19 a Torino, a cui diamo la nostra adesione. A questo fine abbiamo predisposto anche un manifesto che troverete nel link di seguito indicato e che le federazioni possono ristampare o fotocopiare in forma di volantino. Copia cartacea del manifesto verrà spedito alle federazioni di Milano, Torino, Roma e Napoli.
Fraterni saluti
 
Fabio de Nardis
Responsabile Nazionale Dipartimento Università e Ricerca Prc-Se
 
 
 
 Manifesto/Volantino G( Torino in pdf
 
http://new.rifondazione.it/materiali/2009/pdf/090511universita.pdf 
 
  
LA NOSTRA UNIVERSITA' NON SOSTIENE IL G8
 
Riflettere ed agire per costruire un'altra università, un altro sviluppo possibile
 
Nel novero degli interventi preparatori al G8 di Sardegna o de L'Aquila di quest'anno, ci sarà anche il G8 University Summit del 17, 18, 19 maggio a Torino. Da anni, nelle strade d'Europa e del mondo intero, contestiamo le riunioni dei “Grandi” che dovrebbero avere il potere taumaturgico di governare e salvare il mondo ed invece si mostrano sempre più retorici e impotenti rispetto alle crisi che attanagliano l'economia, il lavoro, l'ambiente, i beni comuni, l'alimentazione, la salute. Anche a Torino assedieremo il G8 insieme a quei movimenti che, pur agendo su tematiche e in luoghi differenti, con idee e sensibilità plurali, guardano all'orizzonte di un altro mondo possibile.
 
Il G8 University Summit di Torino, a cui parteciperanno 50 atenei tra cui il Politecnico di Torino, l'Università di Firenze e la Conferenza dei Rettori (CRUI), si riunisce per discutere sui problemi dello sviluppo economico e della sostenibilità ambientale. Sappiamo bene però che i due temi sono difficilmente conciliabili e non risolvibili con soluzioni tecniciste prodotte in laboratorio dalle poche università finanziate per fare ricerca. La sostenibilità ambientale è una acquisizione lunga, che attraversa la cultura, lo stile di vita, i mezzi di produzione, la pianificazione territoriale e dei servizi di una società: è un processo che riguarda tutte e tutti, non si può limitare ai suggerimenti delle università compiacenti, selezionate dai rappresentanti del G8, non può essere dettata da quei soggetti che hanno prodotto la crisi attuale, ma deve esse re elaborata anche da quei soggetti che invece stanno subendo i costi sociali e materiali di una crescita economica distorta.
 
La presenza in Italia di un appuntamento inevitabilmente mediatico ci permette anche di sottolineare un altro aspetto dell'evento: l'università non può produrre elaborazione ed innovazione se non è sufficientemente finanziata e se non garantisce a tutte e a tutti il libero accesso all'istruzione. Il modello verso cui stiamo procedendo a forza di tagli è quello di netta divisione tra le università di élite, che accentrano le risorse economiche private e pubbliche, e le università di serie B, ridotte al livello minimo di sussistenza per la didattica con possibilità ridottissime di fare ricerca e sempre più costose per i singoli studenti. Questo è un sistema in fortissima contraddizione con l'idea di uno sviluppo sostenibile, che dovrebbe essere invece omogeneo e inclusivo, permettendo alla nostra società di progredire nella ricerca scientifica e di met tere a valore le risorse intellettuali che questo paese può dare.
 
Le proteste delle studentesse e degli studenti, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle ricercatrici e dei ricercatori che abbiamo visto in autunno in Italia e quelle più recenti in Grecia e in Francia, si oppongono proprio a quelle politiche neoliberiste che stanno riversando gli effetti della crisi sulle fasce sociali più deboli e sui settori che dovrebbero essere le fondamenta per il futuro della nostra società, come la scuola e l'università. Dobbiamo partire da questo grande movimento per mettere al centro dell'attenzione il ruolo dell'istruzione, della ricerca e della formazione per invertire la rotta rispetto agli attuali processi di governance e ripensare al futuro che vogliamo, per la nostra università, per la nostra società.
 
Per questi motivi pensiamo che sia necessario sia riflettere sul rapporto tra sviluppo e sostenibilità ambientale, sia manifestare contro le politiche del G8 che tagliano i fondi all'università e alla ricerca e che contemporaneamente impongono privatizzazioni e vincoli di accesso al sapere e alla formazione. Per questo, come Giovani Comuniste/i, parteciperemo sia ai Forum organizzati da Cantiere Altro Sviluppo – Torino che alla manifestazione prevista per martedì 19 maggio a Torino, indetta dalla Rete contro il G8.

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lunedì, marzo 02, 2009

Atenei in rivolta per la difesa dell’Università pubblica

 

Domenica 1 marzo si è conclusa la due giorni promossa dal coordinamento dei collettivi de La Sapienza di Roma nell’ambito del network nazionale “atenei in rivolta”. Alla discussione hanno partecipato tantissimi studenti provenienti dalle realtà di autorganizzazione di almeno venti università italiane. Scopo dell’assemblea era tracciare un bilancio dei mesi di mobilitazione contro le “riforme” Gelmini e contemporaneamente avviare un percorso collettivo finalizzato alla costruzione democratica di un coordinamento nazionale delle lotte per l’università pubblica, a partire dalla centralità studentesca.

Importante è stato il confronto con gli studenti provenienti dai movimenti in Spagna, Grecia e Francia che hanno arricchito il dibattito socializzando le proprie esperienze di mobilitazione con l’intento, a nostro avviso fondamentale, di unificare le lotte a livello europeo per opporsi al processo continentale di graduale mercificazione della conoscenza attraverso i parametri definiti dalla strategia di Lisbona e, per quanto riguarda l’Università, dal processo di Bologna.

Fin da subito è emersa l’esigenza di dare seguito ai mesi di mobilitazione attraverso la costruzione di una rete nazionale in grado di essere col tempo rappresentativa dell’intero movimento nella condivisione di alcuni elementi discriminanti a partire dalla critica all’autonomia finanziaria delle Università che negli anni, attraverso il graduale ma inarrestabile definanziamento della ricerca pubblica, ha costruito le condizioni di una squalificazione dell’offerta didattica e delle possibilità di fare ricerca liberi dalla morsa corrosiva della precarietà.

Nel rapporto finale, che di per sé non vuole essere un documento politico quanto piuttosto una base di ulteriore riflessione da portare all’attenzione dei collettivi di tutta Italia, si rivendica con forza l’esigenza di sostenere l’Università pubblica e al contempo combattere ogni ipotesi di abolizione del valore legale del titolo di studio che rappresenterebbe un ulteriore passo in avanti verso la definizione di un sistema formativo di classe che impedirebbe alle masse giovanili di emanciparsi attraverso il libero accesso alla conoscenza. Anche per questa ragione la battaglia per il diritto allo studio diventa prioritaria così come il ruolo dello Stato che ha il dovere di garantire una formazione laica, di qualità e gratuita. Solo così il tanto decantato merito potrà essere realmente perseguito.

Naturalmente non esiste battaglia che riguardi il mondo della conoscenza che non faccia oggi i conti con la crisi strutturale del sistema capitalistico di produzione che oggi i governi borghesi intendono tutelare anche e soprattutto tagliando risorse all’università e alla cultura. Attraverso questa chiave di lettura, chiaramente declinata nel rapporto finale della due giorni, è possibile trovare la connessione necessaria con il mondo del lavoro oggi duramente colpito dal governo Berlusconi. E da questa consapevolezza gli studenti riuniti nella Facoltà di Psicologia di Roma individuano come prima data di mobilitazione nazionale lo sciopero del 18 marzo indetto dalla Flc-Cgil e quello del 28 marzo dei sindacati di base. Molte altre date intermedie sono state individuate come momenti cruciali di unificazione delle lotte, a partire dal g8 dell’Università previsto a Torino tra il 17 e il 19 maggio fino alla più ampia e condivisa mobilitazione contro il summit degli “otto grandi” che si terrà a Luglio alla Maddalena.

Insomma, gli studenti dimostrano nuovamente di essere la componente più attiva e vitale del mondo universitario e noi, nel rispetto dell’autonomia di movimento, li sosterremo con forza in questo percorso complesso ma necessario di unificazione e coordinamento delle lotte. Cercheremo poi di sollecitare una nuova alleanza tra studenti e lavoratori della conoscenza attraverso la costruzione di una Rete Nazionale di Comitati in Difesa dell’Università Pubblica. Non un nuovo soggetto, quanto piuttosto una soggettività fluida e plurale che unisca le lotte di studenti, ricercatori e docenti in difesa della Costituzione, per un reale diritto allo studio, per una ricerca libera e mai più precaria e per una Università che sia veramente inclusiva, di massa e di qualità.

 

Fabio de Nardis

Responsabile Nazionale Università a Ricerca PRC-Se         

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mercoledì, gennaio 14, 2009

Ecco di seguito il breve resoconto che Francesco Caruso ci ha inviato da Cipro. Unico italiano membro di una spedizione di circa trenta pacifisti che malgrado i divieti di Israele stanno cercando di raggiungere via mare la Striscia di Gaza, carichi di aiuti umanitari.

Ieri pomeriggio 12 gennaio alle ore 15 è salpata da Cipro, dal porto di Larnaca, la nave dei pacifisti "Spirit of Humanity" - organizzata dal coordinamento internazionale FREE GAZA MOVEMENT - carica di aiuti umanitari per Gaza. Malgrado le condizioni meterologiche avverse, si è deciso di intraprendere ugualmente la missione su indicazione dei volontari già presenti a Gaza, per cercare minimamente di far fronte alla mancanza cronica di cibo e medicinali in tutta la Striscia di Gaza. Il mare agitato e un avaria al motore hanno, dopo 4 ore di navigazione, imposto alla nave di tornare indietro sui propri passi e rientrare in nottata nuovamente nel porto di Larnaca, dopo essere stata alla deriva per diverso tempo. Un'esperienza terribile sulla nave tutti vomitavano in continuazione e l'acqua entrava da più parti. Nei momenti più drammatici, con la nave alla deriva in balia delle onde sempre più forti, ho pensato alle centinaia di migranti che ogni giorno sono costretti a fare viaggi terribili e assurdi per raggiungere le coste della Fortezza Europa. Il problema è che nessun armatore ha voluto noleggiarci una nave, nel momento in cui abbiamo spiegato la nostra destinazione e così abbiamo dovuto acquistare un battello turistico, adatto ai giri delle isole greche non certo a questo tipo di traversate lunghe 22 ore, in alto mare. Malgrado questo, domani probabilmente partiremo nuovamente per Gaza con la nostra nave, la "Spirit of Humanity". La comunicazione formale delle autorità israeliane che, tramite le autorità cipriote, hanno fatto presente che non permetteranno l'attracco "con ogni mezzo necessario" non ci intimorisce, in quanto questo sarebbe un chiaro atto di illegalità in quanto non navigheremo mai in acque israeliane.

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domenica, gennaio 11, 2009

Con il popolo palestinese, Fermiamo il massacro di Gaza

Dal 27 dicembre Gaza è martoriata dalle bombe dell’aviazione israeliana. È una tragedia di proporzioni enormi: In quel fazzoletto di terra vivono oltre 1,5 milioni di persone: stipate in una città senza vie di fuga, coi valichi alle frontiere chiuse, sotto embargo di medicinali, cibo, carburante, acqua. Dopo 12 giorni di bombardamenti incessanti ed azioni militari di terra, il bilancio è drammatico: 720 morti, di cui 220 bambini e 3 mila feriti. Questo massacro di civili inermi viola ogni principio del diritto internazionale e calpesta ogni speranza di pace, in una terra già segnata da anni di conflitti. Chiediamo la fine dell’aggressione israeliana e l’immediata cessazione di ogni ostilità. E chiediamo che il governo italiano, di cui denunciamo l’inettitudine diplomatica ed il sostegno all’azione militare, si faccia portatore di questa richiesta. Questa guerra è contro tutti i palestinesi e la prima vittima è il processo di pace. La comunità internazionale, compresa l’Unione Europea, hanno grandi responsabilità per la crisi umanitaria a Gaza causata dal continuo assedio, e per l’aver ignorato la costituzione di un sistema di apartheid nella Cisgiordania mentre gli Stati Uniti perpetuano la loro politica di complicità con Israele. La comunità internazionale ha la responsabilità del silenzio e dell’inerzia di fronte ai crimini di guerra e alle violazioni del diritto internazionale ed umanitario che avvengono ogni giorno a Gaza.

Non ci sarà mai pace finché si costringerà il popolo palestinese a vivere in ghetti, subire vessazioni continue, finché non si permetterà la nascita di uno stato palestinese. L’occupazione militare del territorio palestinese deve finire. L’assedio di Gaza, che causa una tragedia umana tanto grande, deve essere revocato. Una pace giusta può nascere solo da una conferenza internazionale sotto l’egida dell’Onu, non di arbitri parziali come gli Stati Uniti, o di conferenze come quella di Annapolis, a cui non sono seguite che vuote dichiarazioni. L’obiettivo di tale conferenza deve essere la fine dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza, la rimozione del Muro e degli insediamenti, il rispetto delle risoluzioni internazionali, inclusa la 194, e la nascita di uno stato palestinese nei confini del ‘67, con Gerusalemme Est come capitale, che possa vivere in pace accanto a quello di Israele. Questo obiettivo sarà possibile solo se verrà fermata questa nuova ed insensata guerra, se si porrà fine all’aggressione.

 

BASTA CON L’OCCUPAZIONE ISRAELIANA

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sabato, gennaio 03, 2009

Ecco di seguito una parte di un mio dialogo con Dimitri Tsanakopulos, uno dei leader dell'intifada greca, che ho avuto il piacere di incontrare di recente. L'intervista integrale è stata pubblicata su Liberazione il 25 dicembre. Buona lettura e buone riflessioni.

La rivolta dei giovani greci non sembra dare segni di cedimento, al contrario sembra acquisire maggiore forza trasformandosi in un movimento sociale destinato a lasciare i suoi segni nella società ellenica e in Europa in generale. Fin dall’inizio abbiamo notato molti elementi di similitudine con il nostro movimento dell’ONDA che come in Grecia si mobilita contro il tentativo del governo di destra di svuotare la struttura pubblica della formazione. Il motto dei giovani italiani, “noi la crisi non la paghiamo”, ci parla di un movimento che nasce nel contesto dello Stato nazione ma assume nella sua agenda un tema di carattere globale rappresentato dalla crisi planetaria del sistema capitalistico. Non pensi anche tu che vi siano le condizioni per la creazione di un grande movimento transnazionale che parte dal mondo della conoscenza assumendo nella libertà di accesso ai saperi un antidoto contro le politiche neoliberali e l’ideologia che le sostengono?       

 

La situazione sociale e del sistema dell’istruzione in Grecia presenta a mio avviso molti elementi di similitudine con l’Italia. I problemi e gli obiettivi degli studenti greci sono simili a quelli del movimento italiano. Lo Stato capitalista sta esportando la sua logica in ogni campo, anche dove le cose funzionavano con un sistema diverso. L’istruzione era pubblica, ma la borghesia sta tentando di riorganizzarla sulla base della logica del capitale, che può essere espressa come produzione di beni e servizi ai fini dello scambio e del profitto; cosa che ha cercato di fare il governo greco di destra nel 2006 dopo essere intervenuto su un articolo della costituzione che vieta l’ingresso del capitale privato nelle strutture pubbliche. Il movimento studentesco che partì allora con molta forza non lo permise. Ma ora il governo sta di nuovo tornando indietro con il riconoscimento dei diplomi che vengono dati nelle scuole private. I problemi sono dunque simili. L’unica cosa che posso aggiungere è che la strategia della sinistra radicale dovrebbe orientarsi verso un obiettivo strategico, cioè ridurre i processi di mercificazione sociale laddove la logica neoliberista vorrebbe introdurli. Stiamo vivendo una situazione molto difficile da decifrare ma credo che dobbiamo cominciare un dialogo con tutte le forze della sinistra a livello europeo per sincronizzare così i nostri passi, con l’obiettivo di costruire un movimento di massa più ampio e articolato.

 

Siamo d’accordo. La dimensione europea è il luogo dove costruire politicamente l’unità di un movimento anticapitalista anche attraverso il raccordo di quelle forze politiche organizzate che già da anni trovano un riferimento comune nel Partito della sinistra europea di cui anche il Synaspismos, insieme al Prc è parte integrante. Ma torniamo per un momento alla Grecia. Il movimento studentesco sembra essere esploso quasi all’improvviso in realtà noi sappiamo che una coscienza critica organizzata è presente nel tessuto sociale della Grecia contemporanea così come in Italia, dove il movimento degli studenti ha potuto contare su un sedimento di cultura critica e capacità organizzativa vivo grazie all’azione quotidiana di quelle forze sociali e politiche capaci di esprimere la propria soggettività anche in periodi di riflusso politico. Non credi sia così.

 

Certamente, ma aggiungo dell’altro. Louis Althusser in un suo saggio spiegava come nascono le rivolte e parlava dell’incontro imprevedibile di una serie di fattori che portano alla rivoluzione, affermando che il movimento della storia non è lineare ma va per salti e rotture e modifica gli equilibri sociali. E’ ciò che sta succedendo in Grecia. L’uccisione di un giovane di 15 anni, la crisi economica, gli scandali a livello governativo, la crescita della sinistra negli ultimi due anni, la mancanza di prospettive di vita futura per studenti e lavoratori, tutto questo costituisce il quadro imprevisto della situazione attuale. Per quanto riguarda la rivolta è stata una cosa spontanea nei primi tre giorni, con incidenti dovunque senza controllo e con una spinta alla violenza senza obiettivi precisi, ciò che abbiamo chiamato “feticismo della violenza”. E questo nonostante la presenza di forme di organizzazione dei partiti della sinistra. Dopo, sia gli studenti delle scuole superiori che dell’Università hanno cominciato a riorganizzarsi con obiettivi politici e ora la situazione è nelle loro mani. Anche oggi mi giunge notizia di una manifestazione di 30.000 studenti, manifestazioni in ogni città della Grecia dove c’è un’università. Ci sono 225 Università occupate. Ci troviamo di fronte a un enorme movimento di giovani e la sinistra radicale dovrebbe lavorare per politicizzarlo sempre di più.

 

Anche in Grecia sappiamo che la situazione politica è piuttosto complessa. Da un lato la destra al governo, dall’altro un partito socialista che vive una situazione di stallo perché esattamente come avviene nel partito democratico in Italia, non riesce a risolvere la contraddizione di essere pienamente subalterno al progetto neoliberale in crisi. In Italia il Pd ha cercato inizialmente di cavalcare le istanze di movimento ma quasi subito è emerso il suo vero piano, e cioè puntare alla smobilitazione per individuare spazi di consociazione con la destra berlusconiana dentro un contesto di contiguità culturale e politica. Il movimento in Italia non può trovare sbocchi istituzionali in Grecia la situazione è forse diversa?

 

Capisco. Mi limiterò a fare alcune considerazioni politiche su tre soggetti: il Governo, il Pasok, e il Partito Comunista. Il governo è nel panico e non sa che fare e ricorre a una repressione massiccia per risolvere la situazione terrorizzando il movimento, che però è determinato e non tornerà indietro. La destra al Governo è impreparata a questa situazione e incapace di trovare una risposta politica cambiando i suoi orientamenti per prendere in considerazione le istanze poste dal movimento. Il Pasok invece dorme, si limita di accusare il Governo in un gioco delle parti quasi grottesco; non ha detto una parola sulla mancanza di prospettive e di futuro per studenti e lavoratori, noi pensiamo che loro siano l’altra opzione del capitalismo, in linea con l’orientamento generale espresso a livello europeo dal Pse, e dunque la soluzione dei problemi posti dal movimento non può passare attraverso i dialogo con il Pasok. Per quanto riguarda il Partito Comunista ci dispiace constatare una miopia di fondo. Il Kke è fuori dal movimento, se non addirittura contro questa rivolta, non capisce che la lotta di classe non è una partita di calcio. Un movimento include tante componenti e opzioni, non solo le sue parti organizzate, noi stiamo cercando di dire loro che dovrebbero essere interni alla rivolta in modo da dare un esempio di organizzazione e di costruire un’egemonia, come insegnava Gramsci. Esattamente ciò che riesce a fare il Prc in Italia. Loro invece spiegano la rivolta attraverso una sorta di teoria del complotto, della cospirazione, secondo cui i giovani che hanno fatto atti di violenza sono agenti infiltrati dell’imperialismo.

 

Come Prc stiamo elaborando un’analisi del conflitto che parta proprio dalla crisi del modello di produzione capitalistico. A nostro avviso, da questa crisi si può uscire o da destra, attraverso la chiusura degli spazi della democrazia reale, o da sinistra, attraverso un forte sostegno pubblico alla domanda qualificata, dentro un processo che sia democratico, pacifico e ricostruttore di natura, non riducibile quindi alle vecchie ricette keynesiane fondate sull’idea dello sviluppo illimitato e su pratiche di consumo individualistiche. Questo significa sostegno alla ricerca, all’innovazione tecnologica ed energetica, all’ambiente, alla conoscenza e alla promozione di consumo sociale in contrasto con un sistema capitalistico che si riconfigura anche nelle forme del capitalismo cognitivo.

 

Sono d’accordo. Come Synaspismos stiamo elaborando un programma politico che dovrebbe offrire il quadro di un’uscita dalla crisi, proprio in risposta a questa esplosione che dimostra quanto sia necessaria una soluzione. Ciò che ci poniamo è indagare la crisi del modo di produzione capitalistico, il nostro slogan è che dobbiamo riappropriarci di tutto. Stiamo cercando di spiegare a chi è estraneo alla rivolta che la logica del profitto deve essere sostituita da una logica che parta dai bisogni delle persone e che questo modello di sviluppo basato sul valore di scambio dovrebbe essere basato sul valore d’uso.  Pensiamo ancora che questa rivolta sia un’opportunità per la sinistra per riconquistare le proprie radici all’interno del movimento di massa. Faccio un esempio: ci sono persone anziane che inseguono la polizia per strada per proteggere i giovani. Ogni giorno assistiamo ad atti di solidarietà di persone che non sono di sinistra nei confronti degli studenti. Assistiamo a un grande sommovimento sociale, si è rotto un equilibrio. Per questo pensiamo che possiamo riprendere le nostre radici, ma non dobbiamo per questo raccontarci delle storie, perché non siamo di fronte a una crisi strutturale dello Stato né alla vigilia della rivoluzione. Però è chiaro che questo è un punto di non ritorno. La Grecia e forse l’Italia non sono né saranno più le stesse.

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giovedì, novembre 13, 2008

14 NOVEMBRE 2008:

L'ONDA PREPARA LA GRANDE MAREGGIATA ......

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domenica, novembre 02, 2008

«Così abbiamo sbaragliato i fascisti»

Il racconto dei militanti di Rifondazione: ci hanno chiamati, quelli avevano già fatto tre aggressioni

ROMA — «Parliamoci chiaro: prima che arrivassimo noi c'erano già state tre aggressioni contro persone finite all'ospedale o comunque rimaste ferite. Ammesso e non concesso che ce l'avesse avuta prima, quella gente non aveva più alcuna legittimità a stare in piazza. Abbiamo chiesto che fossero allontanati, e niente. Gli abbiamo gridato di andarsene, e niente. A quel punto li abbiamo caricati e sbaragliati. Basta, finito. Inutile stare a nascondersi o girarci intorno».

Partito della Rifondazione comunista, sede della Direzione nazionale, terzo piano. Simone ha 32 anni e un linguaggio diretto. Accanto a lui ci sono Emiliano, 30 anni e quasi due metri d'altezza, e Yassir, 33 anni e una denuncia per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale: l'hanno fermato e liberato dopo una notte passata in gattabuia. Sono impiegati del settore organizzazione del partito (quello che un tempo si sarebbe chiamato Servizio d'ordine), e mercoledi scorso erano in piazza Navona. Raccontano la loro versione dei fatti con una premessa, affidata a Emiliano: «Per noi l'antifascismo è un valore irrinunciabile. E' il fondamento della nostra Costituzione, ed essere antifascisti oggi significa difendere la democrazia, la pace e la libertà di espressione».

Anche con l'uso della violenza? Risponde Simone: «A nessuno di noi piace andare in giro a caricare i fascisti, ma capitano situazioni particolari. Come l'altro giorno. Con la polizia che non ha fatto niente per impedire lo scontro fisico». Lo interrompe Yassir: «Sono diciotto anni che partecipo alle manifestazioni, e ti assicuro che non avevo mai visto prima un fascista così da vicino. Perché sempre si sono messi in mezzo per evitare il contatto diretto, o ci chiudevano piazze o strade presidiate da loro. Stavolta invece è come se avessero detto "prego, accomodatevi". Io non penso a complotti, però qualche cattivo pensiero può venire. Anche perché questa storia è cominciata molto prima di mercoledì».

Il riferimento è ai giorni precedenti, lunedì e martedì, quando «i fascisti» del Blocco studentesco hanno conquistato la testa del corteo degli studenti medi o issato il loro striscione al sit-in davanti al Senato. «Sempre con quel camioncino bianco pieno di mazze nascoste — insiste Simone — senza che nessuno lo fermasse. Noi in quelle due occasioni abbiamo abbozzato, per evitare problemi, ma in piazza Navona, mercoledì, s'è passato il segno». Racconta Yassir: «Io stavo andando al lavoro quando mi ha telefonato un ragazzo del liceo Tasso per avvisarmi che i fascisti stavano picchiando la gente. Temevo che esagerasse, ho chiamato altre persone, e tutti confermavano le aggressioni. Parlavano di sangue. Ho radunato altri compagni e siamo andati». Insieme a quelli dell'università: «E mica sono il Settimo Cavalleggeri! — sorride Simone —. Era già previsto che venissero anche loro, hanno solo accelerato un po' il corteo». Con il loro camioncino: «Certo — risponde Emiliano - quello c'è sempre, per gli altoparlanti e i megafoni. Mazze non ce n'erano, stai sicuro. Quando siamo arrivati abbiamo trovato la piazza terrorizzata dalle violenze precedenti e i fascisti schierati in formazione, coi bastoni pronti. A quel punto che fai?». Già, che fai? Yassir: «Abbiamo formato un cordone e fino all'ultimo abbiamo tentato di tenerlo, ma la piazza dietro spingeva e quelli davanti aspettavano co' 'sti bastoni come fossero giocatori di baseball». E voi coi caschi in testa: «Certo, per protezione. A mani nude, però. A un certo punto non abbiamo tenuto più e c'è stato lo scontro. Coi poliziotti a godersi lo spettacolo».

Sono volate le sedie dei bar. «Di vimini... Ne vola una, ti arriva addosso, la rilanci no? A me un fascista m'ha tirato una scopa — continua Yassir —, l'ho parata, ho visto arrivare i carabinieri dall'altra parte e ho avuto paura di restare in mezzo. Mi sono lanciato tra i tavolini dei bar. Mentre correvo mi sono sentito prendere alla gola e stringere, mi stavano soffocando. Poi mi hanno buttato a terra, e mentre temevo che arrivasse una coltellata ho sentito dire "soggetto immobilizzato". Erano poliziotti, per fortuna». Quindi sono intervenuti. «Per disperderci — puntualizza Simone —, dopo che avevamo neutralizzato i fascisti e ridotto quel camioncino come doveva essere ridotto. Questi sono doppiamente pericolosi: militarmente, perché picchiano la gente, e politicamente perché rischiano di avere un effetto catalizzatore su giovani cosiddetti "neutri", soprattutto in certe scuole e periferie, dove ci sono logiche più da comitiva che da gruppo politico, un po' da stadio». Emiliano: «Coi loro metodi: o ti adegui e fai quello che dicono loro oppure menano. A Roma da due anni le aggressioni si sono moltiplicate. Dicono di essere contro questo governo, ma non mi pare se poi spunta un sottosegretario che si appiattisce sulla loro versione. Comunque al corteo dello sciopero non si sono visti». Ancora Simone: «Noi da quando siamo rimasti senza parlamentari abbiamo molte più difficoltà a gestire la piazza, mentre loro si sentono protetti. Mercoledì qualcuno di noi s'è dovuto prendere un permesso dal lavoro per venire a cacciare i fascisti, ma ti pare normale?».

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mercoledì, ottobre 29, 2008

Il governo sperimenta la dottrina Cossiga

Oggi il Governo ha sperimentato la dottrina Cossiga per giustificare la criminalizzazione del movimento. Denunciamo l’infiltrazione fascista nel corteo degli studenti a piazza Navona. La polizia consente a un gruppo di cinquanta fascisti armati di spranghe, catene, bottiglie, caschi e cinghie, di infiltrarsi nel presidio democratico degli studenti in movimento a piazza Navona e massacrare per un’ora, indisturbato, studenti e studentesse di quindici e sedici anni. La polizia è intervenuta solo quando un gruppo di militanti di sinistra è giustamente intervenuto a difendere gli studenti democratici. Il risultato è che molti studenti e studentesse sono finiti all’ospedale e molti feriti si registrano anche tra coloro che sono intervenuti in soccorso dei più giovani, tra cui molti militanti del PRC uno dei quali, il compagno Yassir che era partito con noi dalla direzione, è al momento in stato di arresto solo per aver cercato di garantire l’agibilità democratica della piazza. Ne chiediamo l'immediata liberazione. E’ evidente il tentativo del Governo di creare caos nel movimento che per tutta risposta si è ricompattato bloccando la città di Roma e riunendosi in assemblea alla Sapienza. Questo evento mette un punto definitivo sulle polemiche suscitate dai media di regime rispetto a un presunto fronte unitario tra attivisti di destra e di sinistra. Il movimento rivendica con forza la propria specificità democratica e antifascista. Non un passo indietro sul piano della lotta di liberazione per salvare l’Università e la scuola pubblica in Italia. Il nostro compito è adesso quello di estendere ulteriormente il movimento contaminando la società tutta e al contempo assumere i provvedimenti necessari a formare un comitato promotore del referendum abrogativo di questa legge vergogna. La lotta continua.

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martedì, ottobre 21, 2008

Scuola, Università e Ricerca: mille ragioni e forza di una lotta

La proteste nelle scuole e nelle università contro i progetti della Gelmini si diffondono a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale. Ovunque cortei spontanei invadono le città, le scuole sono occupate con la complicità di docenti e genitori. Le Università sono praticamente tutte in agitazione attraverso la costituzione di coordinamenti di studenti, ricercatori e docenti. Il Governo Berlusconi ha se non altro avuto il merito di aver prodotto una unità intergenerazionale che già si configura nella sua soggettività politica di trasformazione per una società democratica della conoscenza.   

Il 23 sarà giornata di mobilitazione in molte città italiane. A Pisa, tra le principali realtà in agitazione, dove il movimento organizza quotidianamente iniziative che raccolgono larghi consensi nell'opinione pubblica, è prevista una grande manifestazione che unirà gli occupanti di scuole e università, contro questo assurdo progetto di riforma vuole dare il colpo di grazia al sistema pubblico dell’istruzione, tendenza diffusa da tutti i governi degli ultimi anni, specie per quanto riguarda il comparto universitario. Se venisse approvato, ne pagheranno le spese i giovani e giovanissimi di oggi e di domani, le loro famiglie, la gran parte della collettività, salvo i settori sociali da sempre privilegiati. Questa riforma è di natura classista perché diminuendo le ore di istruzione nelle scuole dell'obbligo colpisce le famiglie con meno reddito (i momenti di socialità sono a pagamento e inesistenti le ore di recupero scolastico concepite come approfondimento delle materie e ampliamento degli orizzonti culturali).

Per l’università la controriforma prevede tagli per 1.500 milioni di euro, trasformazione delle università in fondazioni private, tasse d’iscrizione alle stelle. L'università, che già oggi costa troppo, finirà sempre più col diventare accessibile alla sola “élite”, mentre gli altri si consoleranno con la Costituzione che continuerà a raccontargli la fiaba del diritto allo studio. La ricerca sarà gestita con criteri e per obiettivi funzionali agli interessi privati dei nuovi padroni degli atenei. Immaginate cosa pretenderanno dai ricercatori, e prima ancora dagli studenti, le società farmaceutiche, una volta che avranno messo le mani sulle università! Gli organici saranno ridotti secondo lo schema 1 assunzione ogni 5 pensionamenti. Con buona pace per la qualità dell’attività didattica (in termini di contenuti e di metodologie) e per l’adeguamento dei percorsi formativi alle esigenze sociali. Nessuna stabilizzazione dopo anni di precariato per migliaia di ricercatori, tecnici e amministrativi. Una specie di avviso di licenziamento a futura memoria (e nemmeno tanto futura!).

Anche gli altri comparti dell’istruzione subiranno le conseguenze di questo “nuovo” assetto dell’università, che non può non essere lo spettro incombente sugli studi dopo la scuola superiore. Per non parlare del degrado culturale e civile che si abbatterà sulla vita collettiva, in particolare nelle città universitarie.

La furia controriformatrice della ministra Gelmini e del suo staff di “esperti” sta imperversando ovunque nell’istruzione. Sono suoi bersagli anche la scuola elementare e quella media (inferiore e superiore). Nelle elementari, col ritorno al “maestro unico” del secolo scorso, si riduce l’organico docente di decine di migliaia di maestre e maestri; si dequalifica pesantemente una scuola ritenuta validissima a livello internazionale; si rubano 4 ore al “tempo/scuola” settimanale; si abolisce il “tempo pieno”, che si sostituisce, a richiesta delle famiglie, con una specie di “badanza”, affidata non si sa a chi.

Nella scuola media, si accorpano istituti e altri si chiudono; si tagliano fondi per 8 miliardi di euro, mentre se ne regalano milioni alle scuole private; si riduce il personale di circa 85mila insegnanti e 45mila lavoratori ausiliari, tecnici e amministrativi; si pensa di ridurre l’orario di lezione e di abolire il 5° anno in certi istituti; si stivano 30 e passa alunni per classe, da “gestire” con bocciature col “5” in condotta o in una materia o gruppo di materie. Classi concepite come luoghi di ordine autoritario, conforme al pensiero dominante. E tanti saluti a chi si dibatte in difficoltà scolastiche o di relazione, porta con sé un handicap o viene da un altro angolo del mondo e avrebbe bisogno di essere riconosciuto nella sua dignità esistenziale.

Da settimane si cerca di resistere a quest’attacco. Lo si fa approfondendo le questioni, facendo assemblee, manifestazioni, partecipando in massa al corteo delle centinaia di migliaia di manifestanti del 17 ottobre a Roma, convocato con lo sciopero generale dai sindacati di base. È ora necessario che la mobilitazione abbia un salto di qualità ricercando l’unità tra tutte le componenti del movimento.

I luoghi di lavoro sono decisivi per accumulare la forza sociale adeguata a spuntarla, la battaglia in difesa della scuola pubblica è una battaglia di civiltà tra l’altro determinante anche per le sorti della sinistra in questo paese. Non apprezziamo in questo senso chi nel nome di un pragmatismo antideologico predica oggi la possibilità di emendare una proposta di legge che va solo ritirata. E ci spiace che anche il Presidente Napolitano si sia esposto in questo senso. La legge Gelmini non è emendabile salvo condividerne l'impianto generale, che propone subalternità ai dettami di un modo di produzione e distribuzione delle risorse evidentemente in crisi. Noi chiediamo un’altra scuola, un’altra università, un altro sistema pubblico della ricerca dentro una società liberata dalle secche del capitalismo.

                                                                                                                    

Fabio de Nardis, Resp. Nazionale Università e Ricerca PRC 

Federico Giusti, Confederazione Cobas Pisa

 

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venerdì, ottobre 17, 2008

Le Università si ribella per la propria sopravvivenza

Torno ora dal corteo dei sindacati di base. Un grande successo. Malgrado la pioggia battente una fiumana di persone ha invaso nuovamente le strade di Roma, appena una settimana dopo il grande corteo delle sinistre. 200.000 donne e uomini sono scesi in piazza per dire No ai progetti sciagurati di un governo che decide di smantellare lo Stato a colpi di decreto, cioè rinunciando al dibattito parlamentare e rifiutando di accogliere le richieste di audizione nostra e di tutte le parti in causa. Almeno 30.000 gli studenti che al fianco dei lavoratori hanno partecipato al corteo di oggi. Non sono arrivati però a Piazza S.Giovanni. All’altezza di via Labicana hanno sfondato il cordone della polizia deviando verso il Ministero della Pubblica Istruzione, distante diversi chilometri. Sono riusciti a raggiungerlo senza eccessivi problemi riempiendo le strade di una Roma stupita con la loro gioia e la loro rabbia. Io sono arrivato alle 11 con uno dei dieci pullman della Conferderazione dei Cobas e dell’RdB, partiti questa mattina all’alba da Pisa dove ho partecipato ieri a una decina di iniziative a cominciare dal corteo spontaneo che è arrivato ad occupare per trenta minuti i binari della stazione. Ho incontrato amministrativi, docenti, sono intervenuto in un’assemblea nella Facoltà di Lettere e un’altra nel Polo universitario occupato. Nel frattempo 10.000 studenti della Sapienza, insieme a ricercatori e qualche docente, invadevano la Facoltà di Lettere dove il neo-Rettore rifiutava di decretare il blocco dell’anno accademico richiesto dal popolo in agitazione. È un periodo intensissimo. Due giorni fa ho partecipato ad assemblee a ingegneria, lettere, geologia, scienze politiche, Fisica, dove i docenti hanno votato un documento di blocco della didattica per almeno una settimana. Analoghi provvedimenti sono stati presi in moltissime Università italiane. Sono già stato a Trieste, Siena, Pisa, Trento, Pavia, oltre naturalmente a Roma. Sono previste dalla prossima settimana trasferte a Milano, Torino, Genova, Napoli, Salerno, Bologna. In tutte queste realtà l’Università è in rivolta e per il momento sembra che studenti e docenti combattano la stessa battaglia. Sono molti i professori che hanno accettato di trasferire le proprie lezioni in piazza, partecipando alle assemblee permanenti, almeno due al giorno per ogni Facoltà, in cui si discute degli effetti della legge 133 sull’Università italiana. Ma vediamoli nello specifico questi provvedimenti: “trasformazione delle Università in fondazioni private”. Con la nuova legge si intende dare alle Università pubbliche la possibilità di trasformarsi in enti di diritto privato. Questo vorrà dire che si privatizzerà la gestione delle risorse pubbliche, si svuoterà la struttura pubblica dell’Università italiana. In realtà sarà un cambiamento obbligato. I pesanti tagli che graveranno sulla programmazione degli atenei nel prossimo quinquennio e la detassazione delle donazioni costringeranno i Rettori all’adozione di un’unica via: quella decisa dal Governo.

“Aumento delle tasse”: la trasformazione comporterà inevitabilmente un minor controllo sullo stato patrimoniale interno con un probabile e indiscriminato aumento delle tasse universitarie. La vigilanza sull’andamento delle università, inoltre, non sarà più di esclusiva competenza del Ministero dell’Università, ma la maggior parte delle valutazioni saranno effettuate dal Ministero dell’Economia, realizzando così un vecchio sogno di Tremonti: mettere le mani sulle università.

“Blocco del turn-over”: dall’anno accademico 2010/2011 si avrà un blocco del turn over del 20%: questo vuol dire, ad esempio, che su 10 docenti che andranno in pensione, potranno esserne assunti soltanto 2 ricercatori, sempre se le Università non saranno talmente indebitate da poter utilizzare per le assunzioni i propri fondi. Il progetto è chiaro. Riduzione progressiva del personale assunto a tempo indeterminato e aumento dei contratti precari, e quindi di un sistema della ricerca costantemente sotto ricatto.

Occorre mobilitarsi. Consapevoli che siamo solo agli inizi. Il governo è alla sua prima finanziaria e ha cinque anni a disposizione per distruggere con la complicità del partito democratico, ciò che rimane del nostro Stato sociale. Alcune sedi un po’ più periferiche, compreso quell’Università del Salento dove io stesso insegno, sono ancora silenti. Non sarà arrivato il momento di svegliarsi dal letargo. Non sarà il caso di mostrare dignità e rompere con una tragica tradizione di conformismo? Non sarà il caso di riappropriarci del bene pubblico della conoscenza?

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giovedì, settembre 18, 2008

I precari Istat si mobilitano per i rinnovi contrattuali

Anche i lavoratori Istat si mobilitano. L’istituto non ha diffuso i dati sull'occupazione e la disoccupazione nel secondo trimestre del 2008 per via dell'agitazione dei lavoratori del Servizio che realizza l'indagine sulle forze di lavoro. I lavoratori protestano contro la decisione del Consiglio d'Istituto (l'organo decisionale dell'Istituto Nazionale di Statistica) di esternalizzare la Rete di rilevazione, attualmente composta da 317 rilevatori Co.Co.Co. che dal 2002 ottengono solo rinnovi annuali. Nonostante la nuova indagine sulle forze lavoro sia a pieno regime ormai da cinque anni, la forma contrattuale dei rilevatori non ha ancora trovato una soluzione definitiva.

Dal punto di vista scientifico la costituzione della rete di rilevazione ha rappresentato una delle più interessanti innovazioni realizzate dall'Istat negli ultimi anni e ha garantito una rilevazione dei dati sistematica e affidabile, gestita da giovani di alta professionalità. 

Ogni trimestre i rilevatori raggiungono le famiglie campionate ai fini di ricerca per svolgere una intervista dettagliata sulle condizioni di lavoro di tutti i membri del nucleo familiare. Dal momento che è molto importante che ciascun membro della famiglia racconti in prima persona le caratteristiche della propria occupazione (orario, tipologia contrattuale, professione, settore di attività dell'azienda), o le modalità della ricerca di lavoro, è possibile che il rilevatore debba tornare più volte presso la stessa famiglia (il compenso per ciascuna intervista è di 38,50 euro lordi). La registrazione immediata delle risposte consente che le informazioni possano essere tempestivamente trasmesse alla sede centrale dell'Istituto che provvede all'elaborazione e alla diffusione delle stime sulla forza lavoro.

Nell'indagine statistica l'affidabilità delle stime è il prodotto della qualità intervenuta in tutte le fasi, a cominciare proprio dal momento in cui il dato viene rilevato presso le famiglie. È dimostrato scientificamente che tanto più i rilevatori sono motivati, formati e consapevoli dell'importanza del loro ruolo tanto migliori sono i risultati complessivi delle stime prodotte.

L'agitazione dei lavoratori dell'Istat nasce proprio dalla volontà di salvaguardare il patrimonio di professionalità costruito negli anni e che è stato sovente sbandierato come esempio di eccellenza nella statistica pubblica.

A fronte delle crescenti difficoltà determinate dal ricorso alle collaborazioni coordinate e continuative nella Pubblica Amministrazione, l'organo decisionale dell'Istituto ha recentemente deciso di esternalizzare la gestione e il controllo della Rete, vanificando sette anni di lavoro e formazione di una rete di rilevatori professionalizzati, attiva su tutto il territorio e costantemente monitorata grazie alle tecnologie informatiche e la supervisione degli uffici regionali dell'Istat.

I lavoratori del servizio sono entrati in agitazione perché considerano che le proposte di esternalizzazione finora giunte costituiscano un inutile spreco di risorse pubbliche, in assoluta controtendenza con le “linee programmatiche” di efficienza della PA, recentemente ribadite dal Ministro della Funzione Pubblica. Una società esterna comporterebbe infatti un probabile aumento dei costi, insieme alla perdita del controllo dell'intero processo di rilevazione, con seri rischi di peggioramento dei dati rilevati e delle condizioni di lavoro dei rilevatori. Peraltro, le soluzioni oggi prospettate sono in contrasto anche con le più recenti raccomandazioni dell'Eurostat, che ribadiscono come motivazione e professionalità dei rilevatori costituiscano cardini imprescindibili per garantire la qualità dei dati.

I sindacati chiedono da tempo all'Amministrazione dell'Istituto e alla Funzione Pubblica l'apertura di un tavolo (anche soltanto tecnico) in cui siano vagliate le specifiche normative e i costi di tutte le possibili soluzioni finora prospettate. I lavoratori e i loro rappresentanti sono convinti che un confronto serio e trasparente tra tutte le alternative possibili consentirà di effettuare la scelta migliore, che salvaguardi al tempo stesso la dignità dei rilevatori e la qualità delle ricerche.

In attesa che venga trovata una soluzione definitiva a un problema che si trascina ormai da sette anni, il 30 dicembre sono in scadenza i contratti dei 317 rilevatori e ad oggi non ci sono garanzie concrete circa il loro rinnovo e la prosecuzione dell'indagine sulle Forze di lavoro. Lo stato di agitazione continua. Noi come partito saremo al fianco di chi oggi si mobilita in difesa della dignità del lavoro e della vita.

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COMUNICATO STAMPA:

 

NO ALL’ACCORPAMNENTO TRA ISFOL E ITALIA LAVORO SPA

Il Partito della Rifondazione Comunista esprime la sua preoccupazione per la precipitazione della situazione all’Isfol di fronte al progetto di accorpamento dentro Italia lavoro Spa che, con riferimento alle Deleghe al Governo per la riorganizzazione di enti vigilati dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali contenute nell’art.24 del DDL 1441 del 9 luglio 2008, sarà operativo già nel mese di ottobre (c.a.). Questo implicherebbe la fuoriuscita dell’ISFOL dal comparto della Ricerca Pubblica ma soprattutto l’azzeramento delle procedure di stabilizzazione che coinvolgo 277 ricercatori, tecnici e amministrativi, previste per le Pubbliche amministrazioni ai sensi della Finanziaria 2007. L’Isfol è oggi un Ente pubblico di Ricerca vigilato dal Ministero del Lavoro. Il personale presente in Istituto è pari a 645 unità tra cui 293 precari in attesa di stabilizzazione.

L’art. 24 (DDL 1441) perpetra la politica di rafforzamento strategico di Italia Lavoro Spa che si trasformerebbe in Ente Pubblico Economico e impedisce la crescita organizzativa, funzionale e finanziaria di un Ente Pubblico di Ricerca preposto statutariamente all’esercizio delle funzioni di ricerca e analisi utili a supportare il Ministero del Lavoro, Salute e Politiche sociali.

Il Partito della Rifondazione Comunista, in coerenza con gli obiettivi che ispirano il Disegno di Legge, crede sia altresì necessario porre l’ISFOL al centro del processo di riorganizzazione attraverso il completamento del processo di stabilizzazione del personale. Intende quindi sostenere e sollecitare tutte le iniziative di lotta e mobilitazione che si muovano in questa direzione.

 

Fabio de Nardis

Dipartimento Nazionale Università e Ricerca PRC-SE

 

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venerdì, luglio 11, 2008

Da un articolo di Checchino Antonini pubblicato ieri su Liberazione …


L’odissea della mattanza alla scuola Diaz (Genova 2001)

La coltellata all'agente fu un'invenzione del celerino che disse di essere stato aggredito. E non fu certo un errore l'irruzione nel quartier generale del Genoa social forum di fronte alla Diaz. Il pm Francesco Cardona Albini parla con calma, senza enfasi alcuna. Ma anche senza alcuna ambiguità. E le versioni ufficiali sulla mattanza cilena nel dormitorio dei no global si sgretolano con l'avanzare della requisitoria. Ieri la terza udienza nell'aula bunker del Palazzo di Giustizia di Genova.

E i tempi della richiesta delle pene, tant'è la minuziosità della ricostruzione, slittano ancora. Non prima di mercoledì prossimo sarà possibile ascoltare le conclusioni della pubblica accusa nel procedimento che vede indagati a vario titolo 29 funzionari, anche alti, della polizia di stato imputati per le violenze e gli abusi che sfociarono nell'arresto illegittimo di 93 persone (62 delle quali gravemente ferite) da esibire a un'opinione pubblica imbarazzata dall'inerzia mostrata con le scorrerie dei cosiddetti black bloc.

Era la notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001. Ieri Cardona Albini ha rifatto la storia delle perizie sul giubbotto del celerino "accoltellato" e ha ricostruito l'irruzione nella scuola di fronte a quella del massacro. A caldo, l'agente, sostenuto da numerose testimonianze di colleghi, disse di essersi beccato un solo fendente. I Ris di Roma lo avrebbero smentito dicendo che c'era più di un taglio. Così il poliziotto cambiò versione ma i testimoni diretti si volatizzeranno trasformandosi in fonti indirette.

E i tagli sul giubbotto non corrisponderebbero a quelli sul corpetto sottostante. Per il pm si sarebbe inventato tutto, anche se uno dei difensori, in corridoio, prova a dire che quell'agente è un «semplice, uno incapace di mentire». Il pm non sembra avere dubbi: che sia «per un'intesa istantanea coi suoi superiori, o per un'adesione spontanea, fu una simulazione» e la versione ufficiale è «colma di incongruenze». Per esempio, nulla fu tentato per identificare l'aggressore. Insomma, la simulazione «serviva a dimostrare che ci fu una qualche resistenza armata», e il suo «recepimento acritico fu funzionale all'economia dell'operazione». E chi, più del VII nucleo della Celere, i Canterini boys, aveva «esigenza di dare conto della sproporzione tra aggressori e aggrediti»? Fu una «mossa istintiva e una poco ragionata risposta a quanto accaduto, prima attività di falsa rappresentazione generata dalla consapevolezza del danno, anche per giustificare i vertici».

Pure l'irruzione alla Pascoli, l'edificio di fronte, fu «funzionale all'operazione in corso alla Diaz. Non foss'altro che per impedire che dal media center si capisse tutto ciò che stava succedendo. Non potevano non sapere, almeno i capi dei 59 agenti che presero parte al blitz, che quella era la sede del Gsf. Fu anche staccata la spina di Radio Gap, è stato ricordato, nell'irruzione «determinata, che travolse agevolmente le barriere rudimentali messe per frenare l'irruenza delle guardie, con iniziale uso di manganelli».

 La gente fu costretta faccia a terra o al muro, mani dietro la nuca, in ginocchio o seduta dagli uomini delle squadre mobili di Genova, Roma e Nuoro (con la pettorina), uomini dell'anticrimine (con divisa atlantica) pochi minuti dopo l'irruzione alla Diaz (per questo non regge la tesi dell'errore) mentre altri in borghese arraffavano o distruggevano quello che capitava: floppy disc, macchine fotografiche, telefonini, pezzi di computer, maschere antigas. La tensione si allenterà, in un'«atmosfera surreale», solo quando si materializzerà al 2° piano l'europarlamentare del Prc Luisa Morgantini e, dopo di lei, la deputata Prc Graziella Mascia e una troupe del Tg3 tanto che l'economista filippino, Walden Bello, era euforico quando esclamava con le mani ancora alzate: «Prensa! Prensa!».

Testimoni e video «consolidano il quadro investigativo» con «consistenti riscontri», secondo la pubblica accusa che spiegherà anche l'irruzione nella stanza dei legali da cui furono trafugati computer e liste cartacee. Durò almeno mezz'ora. Troppo davvero per avallare la tesi difensiva dell'errore. Non c'era sospetto della presenza di armi, non c'era alcun mandato: per il pm l'«abusività era evidente» come pure la «piena consapevolezza di un'operazione in parallelo con quella nell'altra scuola» «anche al fine di impedire di documentare quello che accadeva alla Diaz». E il catalogo dei reati è impressionante: perquisizione arbitraria, violenza privata, danneggiamenti dolosi aggravati, appropriazione indebita a seguito di danneggiamenti, peculato. Il materiale processuale è «significativo», s'è detto. «Purtroppo questo è successo».

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venerdì, luglio 04, 2008

Condivido le preoccupazioni di Fabio Amato, responsabile esteri di Rifondazione, sulla questione colombiana, per questo ve le propongo anche se parzialmente ritoccate ...

 

La Bentacourt è libera ... e ora?

Ingrid Betancourt è libera. Liberata attraverso un'operazione fortunatamente incruenta che ha evidenziato l'appoggio politico militare di Washington al governo Uribe e la progressiva difficoltà della guerriglia, debilitata dalla perdita di Tirofijo, dall'assassinio del suo braccio diplomatico, dalla resa di importanti comandanti, dalle infiltrazioni ai massimi livelli.
Una volta espressa la soddisfazione per la fine di un sequestro, la domanda che va posta è se ora sarà più o meno semplice raggiungere una pace in Colombia.
Un rilascio unilaterale da parte delle Farc, o uno scambio umanitario, avrebbero indubbiamente contribuito a far avanzare un processo di pace. Il rischio è che ora questo processo venga sepolto dalla volontà di risolvere militarmente il conflitto politico armato, dal momento che ora il governo di Bogotà può avvalersi del prestigio che questa operazione consegna a Uribe. Ma senza un riconoscimento della natura politica del conflitto colombiano difficilmente si potrà arrivare a una pace, né è sufficiente una brillante operazione di intelligence a cambiare la natura nefasta del governo Uribe, ostile a qualsiasi trattativa. Continuiamo a credere che l'unica via per porre fine al conflitto non sia quella militare, ma quella politico-negoziale.
Una volta liberato l'ostaggio più famoso i riflettori rimarranno accesi o si spegneranno su ciò che realmente accade in quel paese? Oppure i paramilitari e l'apparato poliziesco militare potranno continuare a uccidere e a terrorizzare impunemente sindacalisti, giornalisti, contadini, attivisti dei diritti umani? Pochi sanno per esempio che proprio poche settimane fa sono stati incriminati anche diversi senatori di tutte le fazioni dell'opposizione che si erano spesi a favore dello scambio umanitario, con l'accusa inventata di essere fiancheggiatori delle Farc.
La violenza endemica della società colombiana non è frutto della guerriglia, ma del suo modello sociale, del latifondismo criminale, del narcotraffico dominante, di secoli di arbitrii e soprusi di una delle oligarchie più feroci del continente. Liberata la Betancourt, i media internazionali parleranno della violenza quotidiana del regime, del terrorismo di Stato, dei tanti anonimi contadini, dirigenti sindacali, studenti che scompaiono o vengono uccisi per le loro idee o per difendere i loro diritti? Leggeremo pagine intere del Corriere o di Repubblica sulla realtà di  uno Stato oligarchico dove il 4% della popolazione è padrone del 67% delle terre coltivabili?
José Steinsleger, scrittore e giornalista argentino, in articoli apparsi su La Jornada del Messico nel Giugno 2006, ci racconta qual è la Colombia di Uribe, cioè di un governo complice di paramilitari e narcotrafficanti. Vale la pena riprendere alcuni dei dati che ricorda:


"Dati recenti delle Nazioni Unite stimano che su un totale di 43 milioni di abitanti, il 31 per cento sussiste nell'indigenza, il 64.2 vive sotto la soglia di povertà, il 17% è disoccupato (2.5 milioni), il 40 per cento vive del sottoimpiego (6.8 milioni) e 4.1 milioni si muovono nel settore cosiddetto ‘informale’.Più della metà dei colombiani economicamente attivi (22 milioni) vive di essenziale, mentre, secondo la Banca Mondiale, il rapporto ricchi-poveri è di 1-80, quando nel decennio 1990 era di 1-52. E su un totale di 8 milioni di lavoratori, solo la metà guadagna il salario minimo o ha un contratto di lavoro. In un paese celebre per i suoi stregoni e fattucchieri, sembra che i governanti abbiamo trovato l'alchimia perfetta dell'ingiustizia strutturale: delega del mandato attraverso congiure "democratiche", criminalizzazione della protesta sociale, sterminio sistematico di dirigenti e militanti delle cause democratiche e popolari, massacri nelle campagne ed in città in pieno giorno e con l'assoluta e totale impunità degli assassini sono alcune delle forme, misteriose, dello sterminio sociale.
Senza guerre di invasione che giustifichino ciò, le oligarchie colombiane hanno causato nella scorsa metà del secolo la morte violenta di 200 mila persone, approssimativamente. Nel 1996, mille e 900 candidati rinunciarono a presentarsi ai comizi elettorali locali, 49 sindaci e consiglieri morirono assassinati e più di 80 vennero sequestrati La Colombia è leader mondiale negli assassini mirati di dirigenti popolari e sindacali: 1500 dal 1987 al 1992, 3 000 da allora ad oggi. Una commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha precisato che "... nel 2005 si è concretizzata la più grave operazione di impunità, specialmente per quanto riguarda le migliaia di violazioni commesse dai gruppi paramilitari". Un rapporto della Croce Rossa Internazionale stima che nello stesso anno sono stati registrati 55.327 profughi interni e 317 sparizioni forzate (aumento del 13.6 per cento in relazione al 2004). Secondo la testimonianza di Rafael Garcia, ex direttore informatico del DAS (sicurezza di Stato), esistono delle liste nere di professori, sindacalisti ed attivisti per i diritti umani elaborate da tale istituzione, e quindi assassinati. Alfredo Correa de Andreis, ingegnere agronomo, sociologo ed ex rettore dell'Università di Magdalena, venne fatto sparire e quindi ucciso il 17 settembre del 2004 mentre lavorava ad un'indagine sui rifugiati negli stati Bolivar ed Atlantico.
Delle cinque nazionalità che rappresentano la metà dei rifugiati rilevati nel 2005 dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR, 8.4 milioni), l'Afghanistan occupa il primo posto (2.9 milioni), seguito da Colombia (2.5 milioni), Iraq (1.8 milioni), Sudan (1.6 milioni) e Somalia (839 mila). Per quanto riguarda i 'profughi interni' (20.8 milioni), la Colombia occupa il primo posto (2 milioni), seguita da Iraq (1.6 milioni), Pakistan (1.1 milioni), Sudan (1 milione) e Afghanistan (912.000)."
Tutti i processi di pace, non ultimo quello recente finalizzato allo scambio umanitario, sono stati sistematicamente boicottati da parte dei governi e dell'oligarchia colombiana, con assassini e azioni militari. "Nel 1957 il capo guerrigliero liberale Gustavo Salcedo consegnò le armi, negoziò la pace con il governo e venne assassinato.
E mentre si recava ad un'altra riunione di pace, cadde l'aereo del capo guerrigliero Jaime Bateman (M-19, Movimento del 19 Aprile). E nel 1983, il guerrigliero Oscar Calvo (Esercito Popolare di Liberazione), rappresentante in una commissione per i negoziati di pace, morì assassinato. I candidati presidenziali Jaime Pardo Leal (1987), Luis Carlos Gal’n (1989) e Bernardo Jaramillo (1990) sono stati assassinati. Carlos Pizarro, altro capo dell'M-19 propizio al dialogo, è stato assassinato (1990). In pieno negoziato con il governo, il presidente César Gaviria ordinò il bombardamento dell'accampamento centrale delle FARC.
Nel 2001 l'Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) liberò 45 soldati come gesto di buona volontà, ed il presidente Andrés Pastrana mandò a bombardare i suoi effettivi. E nel 2002, al tramonto del suo mandato, Pastrana decise la fine dei negoziati e bombardò gli accampamenti delle FARC."

 

Pochi mesi fa, Uribe, violando l'integrità territoriale dell'Equador, ha fatto assassinare Raul Reyes, il numero due delle Farc, uomo chiave nelle trattative per la liberazione della Betancourt. La Colombia rappresenta un paese chiave in America latina. E' l'alleato più fedele, nonché uno degli ultimi, dell'amministrazione nord americana nel conosur. Per questo riceve miliardi di dollari di aiuti militari, attraverso il plan Colombia. Per questo viene protetto nonostante l'impresentabilità dei suoi governanti. E' una costante spina del fianco del tentativo di procedere ad un'integrazione latinoamericana indipendente da Washington. Insieme alla sinistra latino americana, nel recente Foro di San Paolo, abbiamo deciso di impegnarci insieme per la Pace in Colombia. E' un impegno che vale ancora, a maggior ragione oggi,  perché si conosca ciò che accade in questo paese. Perché possa liberarsi dalle sue ingiustizie e dalla guerra, da un governo corrotto e violento. Perché tutto il popolo Colombiano possa, attraverso un processo di pace reale e giusto, dismettere la sua militarizzazione e riacquistare la speranza e la libertà, come oggi accade per Ingrid  Betancourt.

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mercoledì, giugno 25, 2008

Sciopero generale per salvare la ricerca pubblica

Il governo approva la manovra economica che è disponibile in un testo al momento provvisorio e già si profila un quadro macabro per tutto il comparto della formazione. Si conferma la tendenza della politica nostrana a considerare la conoscenza come una voce di bilancio da cui risparmiare, con l’aggravante di voler connettere i tagli a progetti di riforma strutturali che rischiano di snaturare il ruolo e il significato dell’istruzione pubblica in Italia. Silvio Berlusconi, che non è certo noto per la sua attenzione ai temi della ricerca e della formazione, sembra rendersene conto, se in accordo col fedelissimo Tremonti, decide di sigillare questo obbrobrio legislativo commissariando de facto il Ministero dell’Istruzione. Con decreto apposito della Presidenza del Consiglio la ministra Gelmini sarà infatti affiancata da una task force di esperti tecnico-finanziari che dovrà controllare tutte le operazioni a rilievo contabile riguardanti il suo Ministero. Ma vediamole nello specifico del comparto universitario queste operazioni a cui il Premier e il Ministro delle Finanze sembrano tenere tanto.

Di fronte a un sistema universitario che non riesce a fronteggiare la domanda sociale di conoscenza ci aspetteremmo un provvedimento che preveda stabilizzazioni e un reclutamento straordinario di nuovi ricercatori e invece il Governo propone un taglio di 500 milioni di euro e di fatto il blocco delle assunzioni fino al 2013 sia per i tecnici-amministrativi che per ricercatori e docenti. Data non casuale se si pensa che quell’anno diventerà operativa la Legge Moratti, che il governo di centrosinistra ha la responsabilità di non aver abrogato per tempo, e che prevede la messa in esaurimento del ruolo di ricercatore strutturato. Ma al Governo non è sufficiente uccidere la speranza ancora viva in migliaia di giovani studiosi e lavoratori della conoscenza di una vita libera dall’angoscia corrosiva della precarietà, decide di metterci il carico da novanta riducendo di fatto gli stipendi dei ricercatori già strutturati, portando gli scatti stipendiali da biennali a triennali con una perdita secca e definitiva del 33% di ogni scatto fino alla pensione. E dire che anche l’Europa aveva denunciato la debolezza dei salari dei nostri ricercatori che al limite andrebbero ritoccati al rialzo e invece li si condanna a una inevitabile proletarizzazione. Siamo già inorriditi eppure c’è dell’altro. Il decreto legge articolato prevede infatti la possibilità per le Università di trasformarsi in Fondazioni di diritto privato (proposta tra l’altro condivisa dagli “esperti” del partito democratico). Non dunque di costituire o partecipare a Fondazioni ma di mutare il loro stesso status giuridico. In questo modo un patrimonio pubblico verrebbe alienato in favore di soggetti privati. In quanto Enti Privati, le nuove Università sarebbero svincolate dalle regole di bilancio e rendicontazione cui è sottoposto il settore pubblico. Questo vorrebbe dire licenziamenti di massa e concorrenza sfrenata tra gli atenei con l’inevitabile costituzione di sacche di privilegio geo-politico e geo-economico, la costituzione di poli di pseudo-eccellenza a cui potranno accedere solo i figli della borghesia in grado di de-regionalizzarsi, mantenersi lontano da casa e pagare tasse universitarie sempre più alte. Insomma. Con un semplice decreto legge il Governo ha deciso di abbattere quarant’anni di conquiste sociali per un sistema di formazione pubblico e una conoscenza accessibile a tutte e tutti. 

A proposito di diritto allo studio. Il Tar del Lazio ha annullato i test di accesso alla Facoltà di Medicina dello scorso anno dando ragione a chi come noi denunciava brogli e irregolarità e contraddicendo dunque il parere dell’Avvocatura dello Stato che aveva consentito a settembre di non annullare il test ritenendolo valido solo sulla base di alcuni quesiti. Dinamiche poco trasparenti, irregolarità della commissione valutatrice, domande sbagliate. È così che nel nostro paese si selezionano i futuri medici. Di fronte a uno scandalo di questo tipo ci saremmo aspettati una presa di posizione forte da parte della Ministra e magari l’annullamento dei test di ingresso per quest’anno. Invece no. Noi chiediamo, insieme a studenti e tante associazioni della società civile, l’abrogazione della legge vergogna 264/99 che ha consentito lo scempio reazionario del numero programmato, riducendo il libero accesso alla conoscenza; la Gelmini invece dichiara di voler aumentare ulteriormente i corsi a numero chiuso.

Qui non si tratta semplicemente di fare opposizione a un Governo che propone egoismo sociale e concorrenza. Occorre difendere la natura intrinsecamente democratica della ricerca pubblica. Per questa ragione proponiamo a tutti i collettivi, ai sindacati, alle associazioni degli studenti, dei docenti, dei ricercatori e del personale tecnico-amministrativo di partecipare con noi a una grande mobilitazione contro le proposte del Governo. Chiediamo lo sciopero generale per salvare il bene comune della conoscenza.

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lunedì, giugno 16, 2008

La nostra sicurezza

Dopo settimane di offensive politico-mediatiche che hanno strumentalizzato il tema della sicurezza facendo dei cittadini migranti e in particolare dei Rom un capro espiatorio delle contraddizioni sociali che caratterizzano le nostre città, ci svegliamo nel pieno di una svolta populista, autoritaria e xenofoba. Una deriva reazionaria sostenuta, per esempio a Roma, da tutti i poteri forti, con in testa ovviamente la Curia e le immancabili lobby del mattone. Le recenti aggressioni a gay e trans al Prenestino, agli studenti presso l’Università la Sapienza, l’attentato fascista sventato appena pochi giorni fa presso il Laboratorio Occupato Autogestito Acrobax, pur nella loro diversità rappresentano un segno tangibile della svolta autoritaria annunciata in Campidoglio. Come lo sono le dichiarazioni rilasciate sugli sgomberi degli immobili occupati dai senza casa e dei centri sociali che rendono evidenti le reali priorità di governo del nuovo esecutivo capitiolino. In questo clima da assedio alla società, in nome dei profitti e del mercato, tutti diventano nemici: i precari del terzo settore perché guadagnano troppo e vanno sostituiti con volontari o stagisti a pochi euro al mese, coloro che lavorano nel pubblico impiego perchè sono fannulloni e quindi vanno licenziati, tutti i precari e le precarie perché forse domani chiederanno qualcosa di più dalla vita che morire di lavoro o strozzati dal mutuo o dall'affitto a libero mercato. Pezzo dopo pezzo, si sta smontando un concetto di sicurezza e legalità che, come una preghiera viene trasmesso tutti i giorni dall'altare dei media per sacrificarci e regalare nelle loro mani il nostro presente negato e il nostro futuro impossibile. Nel nostro vocabolario alle parole insicurezza e paura troviamo scritto precarietà a vita, reddito incerto, ritmi di lavoro inaccettabili, morte sul lavoro e una qualità della vita che non migliora mai, ferita attraverso la demolizione dei diritti e degli spazi di libertà. La nostra “insicurezza” è legata al carovita, alla mancanza di reddito, all’aumento spropositato degli affitti e dei prezzi delle case, a un processo di precarizzazione del lavoro e della vita che non ci consente di vivere con dignità. È il frutto di una corsa sfrenata alla produttività e al mercato che produce ritmi di lavoro da capogiro, che nega diritti e sicurezza, che alimenta la “guerra interna” delle morti sul lavoro. La nostra insicurezza è legata alla condizione di ricattabilità permanente in cui stanno relegando i migranti che vivono e lavorano nelle nostre città e nel nostro paese, a cui vengono negati accoglienza e diritti, perché ciò è utile ad alimentare una competizione al ribasso nel mercato del lavoro, a scavare solchi di solitudine e incomunicabilità sociale. Negli ultimi anni la mia Roma produttiva è stata in realtà il tempio dello sfruttamento e della precarietà, capitale dei Re e città delle baraccopoli. È stata deturpata e saccheggiata dai pescecani della rendita (Caltagirone, Toti, Ligresti, Parnasi, Pulcini, Vaticano) e grazie a loro e a chi li ha favoriti, Roma è oggi una delle metropoli mondiali con i prezzi più alti per l'affitto e per l'acquisto di una abitazione, con 270 mila case sfitte e una lista d'attesa per una casa popolare lunga 35 mila famiglie. Per questo sabato siamo scesi in piazza in un corteo organizzato da un cartello unitario dei centri sociali romani e dalle esperienze di occupazione a scopo abitativo. Loro ci propongono gli eserciti, noi la solidarietà e l’intercultura. Almeno 20.000 persone hanno gridato l’altra Roma, l’altra idea di sicurezza. Migliaia di Rom, migranti di tutte le nazionalità e di tutte le etnie hanno sfilato insieme. Migliaia di bambini di ogni colore che gridavano di gioia giocando con i sound system applicati sui carri.

Noi crediamo nella sicurezza del rispetto dei diritti e della dignità. Loro pensano a liberarsi degli “zingari”, come nel recente sgombro del piccolo campo che confinava con il Villaggio Globale a Roma. Più di 150 persone, la metà dei quali bambini. Tutti italiani, tutti scolarizzati, tutti lavoratori, schiacciati dalla logica illogica di un sistema che trova sfogo solo nella repressione. Mi viene da dire, OK, volete cacciare i Rom? Va bene. Li volete sacrificare sull’altare di una finta sicurezza? Fatelo pure, ammazzateli, bruciateli, fateli sparire, in fondo sono poco più che bestie. Ma poi ha tutti gli altri, ai cari cittadini perbene, abbasserete l’affitto o gli interessi sul mutuo, darete loro un lavoro stabile, li pagherete in maniera equa, garantirete loro di non morire ammazzati da un padronato vizioso e individualista? Garantirete loro il libero accesso alla conoscenza? Insomma. Li renderete esseri umani?  

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sabato, giugno 14, 2008

Di lavoro si continua a morire ma la colpa è sempre dei poveri

Condivido questo sfogo di Piero Sansonetti, per questo ve lo propongo …

 

 … E' un film dell'orrore, è uno di quei racconti paradossali, fatti per generare nel pubblico il senso dell'impotenza, dell'ingiustizia, fatti per mostrare l'arroganza spietata di chi comanda e lo strapotere di alcune cosche criminali. E hai la sensazione che non c'è niente da fare: ti rivolgi allo Stato, ma lo Stato sta con i tuoi aguzzini, ti rivolgi alla stampa, ma la stampa sta coi tuoi aguzzini, ti rivolgi ai partiti, ai sindacati, ma anche loro o stanno coi potenti o hanno paura. Sei solo, solo, ti possono massacrare, vali zero, e vale zero la realtà, l'evidenza.
Mercoledì 10 operai sono stati uccisi sul lavoro. Dieci persone. Giovedì altri quattro, ieri altri tre. In tutto ci sono stati in tre giorni più morti che nella strage di piazza Fontana (quella famosa, del '69). Ieri il tema dei morti sul lavoro era già scomparso dalle prime pagine dei giornali, soppiantato da due frasi cretine di Bush e da questa noia infame delle intercettazioni. Diciassette morti? E che volete che sia? Vi sembra questo il problema? Ci sono i clandestini da cacciare, ci sono gli accattoni, i rom, la gente seduta a bivaccare per terra, le cartacce! E così, sempre ieri (con tre morti sul campo, e il fatto che dei tre morti, due, più un ferito grave, sono egiziani ) i ministri della Difesa e dell'Interno si sono incontrati e hanno deciso di schierare l'esercito nelle grandi città. L'esercito per impedire gli abusi degli imprenditori e il ripristino della sicurezza sul lavoro? No, l'esercito contro i migranti clandestini (quelli scampati alla morte in cantiere) e i piccoli scippatori. L'emergenza è la strage? No, l'emergenza sono i borseggi. Delle morti sul lavoro non gliene frega un cazzo a nessuno.

 

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domenica, giugno 08, 2008

Contro l’imperialismo per il Socialismo del XXI secolo

Quello che segue è un appello rivolto a tutte le associazioni e le singole/i compagne/i che, al di là dei particolarismi, condividano una battaglia per la resistenza all’imperialismo da combattersi sul piano politico, culturale e storico.

Quando scriviamo di “resistere all’imperialismo” pensiamo a Cuba (che tra un anno celebrerà il mezzo secolo della sua Rivoluzione), pensiamo a Hugo Chávez e al processo rivoluzionario in atto in Venezuela, pensiamo alla Bolivia e al suo tentativo di avviare faticosamente un percorso di autodeterminazione per gli indios.

Dopo anni in cui le forze progressiste in America Latina erano state messe alle strette da una guerra sporca guidata dal “Washington consensus” mediante l’appoggio ai criminali in divisa e in doppiopetto di Argentina, Cile e Uruguay, da qualche tempo i processi di cambiamento realizzati hanno avuto una enorme rilevanza politica e strategica per le forze progressiste e rivoluzionarie.

In soli dieci anni è cambiato radicalmente il volto dell’America Latina, non più “cortile di casa” degli Stati Unti, ma continente che ha rifiutato in massa la democrazia liberale, concepita per impedire il cambiamento e non per agevolarlo. La controffensiva rivoluzionaria è partita dal basso per poi raggiungere i livelli amministrativi più alti, arrivando a proporre, mediante l’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), un’alleanza sia per combattere la povertà e l’esclusione, sia per rintuzzare i progetti neo-coloniali dell’amministrazione statunitense.

Per la vocazione internazionalista della lotta contro l’imperialismo, il movimento storico in atto guarda con interesse le battaglie degli altri popoli in lotta, dall’insurrezione zapatista in Chiapas (primo esempio di rivolta indigena), alla resistenza della Palestina, alla lotta del popolo curdo, alla quotidiana opposizione contro le occupazioni umanitarie in Afghanistan e Iraq, alla vittoria maoista in Nepal.

Crediamo fortemente che i movimenti e le associazioni non possano fare a meno di guardare, nella loro ricerca per la trasformazione sociale e politica, laddove le lotte dei popoli stanno determinando la speranza di rinascita. Per questo motivo, in occasione della presenza nella nostra città del Presidente uscente degli Stati Uniti, invitiamo tutte/i a una mobilitazione per il giorno 11 giugno (h.17, p.za Esedra), per gridare anche a George W. Bush… “ADELANTE! Verso il socialismo del XXI secolo”.

"Patto permanente contro la guerra"

postato da fabiodenardis, 09:27 | link | commenti (11)   - lo trovi nella categoria: conflitti, sinistra, movimenti