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giovedì, maggio 19, 2005

Los Angeles ha un sindaco ispanico

Antonio VillaraigosaDopo oltre un secolo Los Angeles, la seconda città più grande degli Stati Uniti, e forse la più ricca, ha un sindaco ispanico. Il democratico Antonio Villaraigosa la scampa contro il collega di partito e sindaco uscente James Hahn. Anche 133 anni fa la città, che conferma la sua tradizione tendenzialmente progressista, aveva avuto un sindaco latino. Ma all’epoca di Cristobal Aguillar, questa era il suo nome, la “citta degli angeli” era solo un piccolo nucleo urbano di 5.000 abitanti. Oggi LA conta invece quasi 4 milioni di cittadini, con un tessuto etnico variegato, dove la componente ispanica tocca una percentuale pari a quasi al 50% della popolazione, superando di gran lunga gli afro e gli asiatici. Villaraigosa viene da un passato tumultuoso, figlio di una famiglia estremamente umile, abbandonò gli studi ancora adolescente diventando un ragazzo di strada. Presto è riuscito però a conquistarsi la stima della propria comunità venendo eletto prima nell’Assemblea della California e poi al Consiglio Comunale. Sicuramente la sua elezione a sindaco rappresenta un riscatto per una città vitale ma zeppa di contraddizioni sociali, dove i borghesi “bianchi” dei quartieri bene gestiscono il potere economico e finanziario di fronte ai milioni di latinos, relegati soprattutto nei ghetti a est della città e costretti alla subalternità e a una sopravvivenza stentata, con i giovani che lasciano le scuole per dedicarsi alle bande di strada e alla microcriminalità. Il nuovo sindaco dovrà senza dubbio risolvere questioni importanti, come il traffico e il rimodellamento del sistema scolastico, ma dovrà in primis dedicarsi a riempire il grande iato esistente tra città “virtuale”, quella di Hollywood e di Venice Beach, e quella “reale”, della Los Angeles Est e dei quartieri sottoproletari alla Skid Row (vedi post del 7 Maggio 2004). La speranza è sempre l’ultima a morire.     

postato da fabiodenardis, 16:18 | link | commenti (1)   - lo trovi nella categoria: diario americano

 

venerdì, aprile 15, 2005

Su Calipari, nulla da dire

La Nbc ieri anticipa il contenuto della relazione preliminare predisposta dalla commissione italo-americana (più americana che italo) istituita per indagare sulla tragica morte del dirigente del Sismi Nicola Calipari e sul ferimento di Giuliana Sgrena da parte di alcuni soldati statunitensi in occasione della liberazione della giornalista del Manifesto. Come ci si aspettava, l’esercito americano rifiuta ogni accusa. Il rapporto che dovrebbe essere reso pubblico a giorni tende a contraddire tutte le dichiarazioni della Sgrena. Secondo la giornalista la macchina non viaggiava a velocità superiore ai 40kmh, se non altro per via della strada sterrata, il maggiore del Sismi era al volante; improvvisamente gli spari provenienti da un check-point assolutamente invisibile. Tutte fandonie! Secondo gli americani (e questo conta di più delle dichiarazioni di una giornalista stordita e per giunta comunista), la macchina avrebbe viaggiato almeno a 80/90 Kmh, e non si sarebbe fermata di fronte agli avvertimenti dei marine che non poterono far altro che fermare il veicolo con la forza. Tenendo conto che un militare americano attendeva l’arrivo della Sgrena all’aereoporto, continua a sembrare quantomeno ambiguo che i soldati di guardia non siano stati al corrente. Comunque, poco importa. I soldati americani, ancora una volta risultano non processabili, e Nicola Calipari, celebrato come un eroe in casa, viene ridotto a un povero distratto e anche un po’ pirata della strada. Ma a voi non irrita neanche un po’ ?       

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mercoledì, aprile 06, 2005

Ancora sui matrimoni gay

“I matrimoni tra persone dello stesso sesso non possono essere proibiti solo perché la California lo ha sempre fatto”. Con queste parole lo scorso 14 Marzo il giudice Richard Kramer, della Corte Suprema di San Francisco, liquida in un documento di 27 cartelle la deliberazione dello Stato della California che proibiva i matrimoni omossessuali dopo l’exlpoit del Sindaco di San Francisco, Gavin Newsom, che un anno fa concesse la licenza matrimoniale a circa 4.000 coppie gay e lesbiche. Il bando viene definito esplicitamente come una violazione dei diritti civili garantiti dalla Costituzione. A quanto pare non esisterebbe “nessuna base razionale” che consenta un simile impedimento. Il richiamo alle antiche discriminazioni razziali è esplicito. Anche nel 1948 la Corte Suprema della California deliberava che proibire i matrimoni interrazziali solo perché lo si era sempre fatto andava chiaramente contro i principi di libertà insiti nella Costituzione degli Stati Uniti. Per usare le parole del giudice: “Il solo fatto che tale discriminazione sia stata decretata da deliberazioni pubbliche per anni non rappresenta una giustificazione costituzionale”. In altri termini, la tradizione non è una scusa.

Ai gruppi conservatori che obiettano al giudice che il matrimonio presuppone la procreazione e solo in virtù di questa possibilità può essere lecito, egli risponde che “non occorre essere sposati per procreare così come si può essere sposati senza procreare”. I vari oppositori a questo avanzamento civico della società si dicono inorriditi dalla deliberazione di Kramer, tanto che il reverendo Louis Sheldon, fondatore della Traditional Values Coalition, afferma che ci si trova ancora una volta di fronte a un esempio di “tirannia giudiziaria”. Tale decisione avrà senza dubbio delle ripercussioni a livello nazionale, sia per la crociata contro i diritti civili e dei cittadini omosessuali portata avanti dal Presidente Gorge W. Bush, che su questi presupposti ha potuto contare sul consenso elettorale delle diverse comunità cristiane, sia perché una simile deliberazione crea un precedente giuridico che rischia di mettere in discussione i provvedimenti di quei 13 Stati che dopo il dibattito scatenato in California e nel Massachusetts lo scorso anno hanno cambiato la propria Costituzione per bandire i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Questo giudice ha avuto coraggio e nessuno potrà liquidare la sua azione definendola come l’effetto di uno spirito liberal o addirittura radical. Infatti Richard Kramer è da tempo registrato nelle liste repubblicane ed è stato nominato nel 1996 dal governatore del republican party, Pete Wilson. La sua deliberazione è stata semplicemente il frutto di un ragionamento che parte da una considerazione logica. In un ordinamento liberaldemocratico non esistono i presupposti politici per impedire un diritto individuale … Chissà se ne accorgeranno anche in Italia.    

postato da fabiodenardis, 13:19 | link | commenti (3)   - lo trovi nella categoria: diario americano, differenze

 

mercoledì, marzo 23, 2005

La strage di Red Lake 

La strage al liceo Colombine nel ’99, che ispirò il bel documentario di Michael Moore, sembrava ormai un triste ricordo, ma proprio mentre un giudice della Florida nullificava la sparata legislativa del Congresso americano per “salvare” la vita di Terri Schiavo, gli Stati Uniti sono ripiombati nel terrore per mano di un adolescente. Questa volta la triste sorte è toccata al Red Lake, un piccolo liceo tribale del Minnesota all’interno dell’antica riserva indiana della gloriosa stirpe dei Chippewa, dove Jeff Weise, 17 anni, nativo americano e frequentatore assiduo di blog e siti neonazisti, ha fatto strage di compagni sparando all’impazzata “con il sorriso in volto”, prima di puntarsi una pistola in bocca mettendo fine a una vita che pare fosse fatta di frustrazioni sociali e familiari. L’azione è cominciata nella casa del nonno, ex ufficiale della polizia tribale, ucciso a sangue freddo insieme alla compagna. Inutile scendere nel merito della dinamica, i giornali italiani e internazionali, notoriamente contraddistinti da una passione smisurata per lo splatter hanno già sguazzato nei particolari della notizia. Ciò che vale la pena considerare è che ancora una volta l’America, da tempo impegnata a costruire l’immagine del nemico esterno, lo ritrova invece nei confini della propria comunità, in cittadini comuni, appena adolescenti, apparentemente innocui, che una mattina qualunque, senza una ragione precisa, decidono di odiare se stessi e il mondo che li circonda. Sicuramente si riaprirà l’atavico contenzioso sulla facilità estrema con cui negli Stati Uniti è possibile recuperare armi, ma mentre questa discussione non porterà da nessuna parte, come è avvenuto in passato, solo in pochi si fermeranno a riflettere sul perché queste tragedie succedano sempre in quel paese, la culla della libertà e della democrazia. Un paese che promette una felicità onirica regalando una realtà controversa fatta di esclusione sociale e ingiustizie; dove più di un giovane vive una vita che decide non essere degna di essere vissuta. Forse, prima di assumere su di sé  il compito di esportare il proprio modello nel resto del mondo, gli americani dovrebbero cercare di risolvere le contraddizioni drammatiche che esso stesso genera.

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giovedì, marzo 17, 2005

Raccogliere informazioni...“A ogni costo”

Da un dossier pubblicato ieri sul New York Times emerge una realtà scioccante sulla realtà degli interrogatori ai prigionieri sospetti di terrorismo in Afghanistan e in Iraq. Secondo una consuetudine consolidata nell’esercito e nell’intelligence americana, l’omicidio di un detenuto nel corso dell’interrogatorio è una pratica che viene presa in considerazione “per i casi più difficili”. Il quotidiano più importante del mondo cita il rapporto stilato dall’ammiraglio Albert Church che è stato assegnato alle indagini su ventisei decessi “sospetti” di cui solo uno si è verificato nel famigerato carcere di Abu Ghraib e questo rende l’idea della diffusione di questa prassi “democratica” di reperimento delle informazioni. Questa volta sembra che si voglia andare fino in fondo, almeno su questi pochi casi presi in considerazione, e già in diciotto si è arrivato all’incriminazione dei responsabili o dei capri espiatori, come spesso succede in queste occasioni così delicate per l’immagine internazionale di una grande potenza. Fa parte della nuova strategia della Casa Bianca che ha addirittura nominato, nella figura della sottosegretaria Karen Huges, il curatore di una nuova immagine Usa di fronte al mondo arabo, certo non una facile impresa visto i precordi. Il Pentagono assicura anche che si sta predisponendo un nuovo manualino per i responsabili degli interrogatori che sostituirebbe quello in vigore da almeno tredici anni, in cui la tortura fisica e psichica era espressamente prevista come tecnica potenzialmente lecita. Anche qualora fossero assenti i riferimenti alla tortura, il problema di questi “prontuari” è che lasciano uno spazio molto ampio di vuoto normativo che può essere liberamente riempito dall’agente Cia o dai “contractor” privati di turno, tra le categorie più coinvolte in questi scandali. Ѐ inutile raccontarsi storie. I germi della tortura sono naturalmente contenuti nella guerra. Non basta proibire gli abusi fisici e psicologici, va abolita la guerra come metodo di risoluzione di controversie politiche. Questo ci si aspetta dalla “culla della democrazia”.          

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martedì, marzo 15, 2005

La guerra in formato play-station

L’esercito americano si predispone a una vera rivoluzione tecnologica. Si sa, Bush ama ripetere che “la priorità numero uno è il militare”, e per questo ha stretto un’alleanza di ferro con la grande industria bellica privata. Sono annunciati tagli radicali alla spesa sociale con conseguenze potenzialmente devastanti soprattutto per i centinaia di migliaia di senzatetto che saranno di qui a breve privati di ogni forma di sussidio, ma nel frattempo il Pentagono investe 161 miliardi di dollari nel programma “future Combat System” (Sistemi di Combattimento per il Futuro) con l’obiettivo di sostituire le attuali forze armate con un esercito di piccoli robot killer. Non è fantascienza. I primi 18 piccoli terminator saranno sperimentati in Iraq nelle prossime settimane. Si tratta di macchine telecomandate, del costo di 200 mila dollari a esemplare, capaci di colpire una moneta di cinque centesimi a una distanza di cinquecento metri. Si chiamano Swords (Special Weapon Observation Reconnaissance Detection System) e come ha affermato nel corso della 24° Army Science Conference, tenuta di recente a Orlando, uno degli scienziati che hanno partecipato al progetto: “Questi soldati hanno il pregio di non dover essere addestrati, alimentati o vestiti. Possono essere smontati e inscatolati se non servono. Non protestano mai. E non ci sono lettere da scrivere a casa se vengono distrutti in battaglia”. Possono sparare fino a mille colpi al minuto e si manovrano facilmente attraverso un joystick. Una specie di gameboy predisposto all’eliminazione fisica di migliaia di donne e uomini. Quasi un giochino elettronico pensato per accelerare il processo di mistificazione della guerra, per la sua trasformazione in giochino virtuale. C’è da aspettarsi che per manovrare questi mostri della nuova tecnologia bellica saranno scelti giovani tredicenni con il cervello già fuso da ore e ore passate ogni giorno a giocare alla guerra in play station. Chi meglio di loro sarebbe capace di eliminare il maggior numero di avversari per passare al “quadro” successivo?

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sabato, marzo 12, 2005

Il cuscino dei miei sogni

Durante il fine settimana abbiamo tutti meno tempo di scrivere e leggere sui blog. Quindi mi limiterò a una chicca che serve a dimostrare per l’ennesima volta la grande capacità imprenditoriale credo ormai innata nel popolo americano. Per scampare la bancarotta, le tre principali compagnie aeree di bandiera, American, Northest e Delta Air Lines hanno deciso di eliminare coperte e cuscini generalmente in dotazione anche per i voli nazionali. Esigenze di tagli alle spese superflue hanno dichiarato i dirigenti. Dunque, se un passeggero dovesse aver voglia di schiacciare un pisolino comodamente dovrà avere l’accortezza di portarsi tutto il necessario da casa, un po’ come Linus. E se questo non dovesse avvenire dovrà pagare un surplus che va dai cinque ai nove dollari. C’è già qualche commentatore malizioso che ha avanzato l’ipotesi di una presunta funzione sociale di questa iniziativa, che probabilmente sarà accettata senza problemi dall’utenza americana. Sotto sotto potrebbe essere un modo per risolvere la ormai radicata diffidenza che il cittadino americano ha per gli estranei. Hai sonno? Sei stanco? Non c’è problema: “put your head on my shoulder”... “posa pure la tua testa sulla mia spalla”.    

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venerdì, giugno 11, 2004

Venerdì 11 Giugno 2004 – Il congedo

 

Arrivederci America. Tra poche ore ti devo lasciare. Non mi vengono molte parole, un po’ per l’ansia di perdere l’aereo, un po’ perché non è facile descrivere in poche righe quello che provo per te. Abbiamo passato insieme quattro mesi intensi di discussioni accese e riconciliazioni. Quattro mesi di amore e odio, come due veri amanti. Ora ti lascio e mi sento strano. È una sensazione complessa che non riuscirò a comunicarti fino in fondo. Ho cercato di succhiarti fino al midollo per assaporare fino all’ultima goccia della tua linfa e del tuo veleno. Ora sono pieno di te. Sono pieno di amore e passione per i tuoi paesaggi, i tuoi musical, la tua lingua, e sono pieno di rabbia e di odio per le tue bugie e le tue contraddizioni.

Ho capito che tu non sei un sogno ma solo una realtà controversa. Che il tuo dio non è il mio dio. Che le tue verità non sono le mie verità. Saluto con te gli homeless di Skid Row che mi hanno mostrato la tua identità polverizzando la tua immagine. Saluto Fred, Sean e i compagni dei sindacati che mi hanno insegnato cosa voglia dire indignarsi in un paese che non consente l’indignazione. Saluto gli scioperanti delle grocery, le loro lacrime e la loro lotta per una vita dignitosa. Saluto Rob che ti vive da sempre ma vorrebbe lasciarti per il Canada. Saluto Ema, Michaela, Giulio, Elena, Cris e Marilda, che mi hanno fatto capire che la libertà sta in primo luogo nelle proprie teste. Saluto Adam, Alia, Jean, che hanno cercato di conoscermi senza capirmi. Saluto Takeshi e Aiung che ti hanno amato più di quanto non ti abbia amato io, ma ti hanno lasciato prima di quanto non ti abbia lasciato io. Saluto Vince, Gay, Rex, a cui non sono mai piaciuto, ma che mi hanno comprato ugualmente una torta di addio. Saluto le comunità etniche di Los Angeles che non sanno che la convivenza è in primo luogo integrazione. Saluto Hollywood e i suoi falsi miti. Saluto Las Vegas e la sua falsa coscienza. Saluto San Francisco e la sua aspirazione al miglioramento.

Sono stati quattro mesi travolgenti. Mi hanno cambiato, ora sono più consapevole di ciò che sono e di ciò che voglio. Voglio tornare ad essere più vecchio di nove ore. Voglio tornare nella mia Europa, quella che vorrebbe essere come te senza capire che tu dovresti essere come lei. Torno da chi mi aspetta. Torno nella mia dimensione. Nella vita reale. Nei doveri e nelle passioni della vita quotidiana. Torno per raccontarti e per tradirti. Torno per votarti contro, e lo faccio perché ti sogno diversa.

Bye bye America, I hate you. But I’ll miss you

Keep in touch

PS: Il mio Diario americano termina qui. Ho cercato per Quattro mesi di raccontarvi le mie sensazioni e anche grazie a tutti voi che siete intervenuti, talvolta contestandomi, ora sono piu’ consapevole di tante cose. Non posso nominarvi tutti perché non ho tempo, sto per perdere l’aereo. Ma vi ringrazio di cuore. Il Blog naturalmente non finisce. Cambierà nella forma ma non nella sostanza e nelle intenzioni critiche. Datemi solo il tempo di arrivare in Italia. Dunque, continuate a visitarlo se ne avete voglia. C’è un mondo da conoscere e da scoprire fuori dalle nostre teste.

A presto allora

Fabio

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Giovedì 10 Giugno 2004 – Fucking Country

 

Oggi passando per il Main Campus ho ritrovato lo stesso predicatore delirante di ieri, si deve essere affezionato all’ambiente. Questa volta però si è fatto furbo, sostituendo l’abito nero da becchino con un vestito completamente bianco, comprese cravatta e camicia. L’insolazione di ieri deve averlo fatto riflettere. E quasi sembrava la personificazione del Padre Eterno così come viene descritta dalle commediole da quattro soldi prodotte a Hollywood. Questa volta si era portato anche i rinforzi dal momento che i babbei con i banner in mano erano due. Uno, che poi ho scoperto si chiamasse Bob, un vero mito, che reggeva il solito cartello, quello di “Brother Bush” per intenderci; l’altro, che, con una ridicola camicia stile texano, sventovala alcuni passi tratti dall’Apocalisse. Non si capiva tra i tre chi fosse il più sfigato ma messi insieme facevano proprio un bel quadretto neorealista.

Anche i giovani repubblicani della UCLA hanno preso le distanze appendendo un cartello poco distante in cui esprimevano la loro contrarietà a un simile comportamento. Chissà come mai. In fondo non sono meno ridicoli del loro War President. Forse solo meno pericolosi. In ogni caso, oggi il discorso si è fatto più interessante dal momento che il Main Topic dello sproloquio era l’antisocialismo. Finalmente un pizzico di sincerità. Ammettiamolo. Di Gesù Cristo e dell’Arcangelo Gabriele non ce ne frega niente. Sono solo il pretesto per lanciare messaggi di conservazione e oscurantismo culturale contro un fantoccio politico che solo qui negli States continua a far paura.

Non mi sono trattenuto e facendo in modo di farmi sentire ho detto: “Certo che solo negli Stati Uniti si trovano ancora certi pazzi!”. Ero sicuro che mi avrebbero lapidato di lì a poco e invece solo un ragazzo mi si è rivolto in slang, dicendo: “Right man, just in this fucking shit country”, “Hai ragione fratello, solo in questo fottuto paese di merda”.

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giovedì, giugno 10, 2004

Mercoledì 9 Giugno 2004 – Fratello Bush

 

Le elezioni presidenziali si avvicinano. Oggi, passeggiando per il UCLA Campus a mezzogiorno (circa le nove di sera in Italia) sono stato distratto da una voce maschile non lontana da me. Ho pensato che si trattasse del solito predicatore che sfrutta la fine delle lezioni per fare proseliti tra gli studenti. Mi sono avvicinato ed effettivamente era un uomo completamente vestito di nero (non molto tattico nell’ora di punta sotto il sole della California) che gridava a squarciagola frasi senza senso su Gesù Cristo e l’Arcangelo Gabriele sventolando una copia rivestita di pelle della New American Bibble. Era circondato da alcuni ragazzi, perlopiù asiatici e afroamericani, che lo ascoltavano con curiosità, altri con ilarità.

Fin qui nulla di strano. È quasi routine da queste parti. Poco distante, un uomo sulla cinquantina: pantaloncini corti, barba lunga, faccia da babbeo e cappelletto dei Lakers in testa. Stringeva tra le mani un banner con su scritto: “In God and Brother Bush We Can Trust” (in Dio e fratello Bush possiamo aver fiducia). Bell’accoppiata.

Gli americani si preparano a votare, io a vomitare.

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mercoledì, giugno 09, 2004

Martedì 8 Giugno 2004 – Muori, sporco assassino!

 

La Giuria della Contea di Riverside, in California, ha condannato a morte James Lee Crummel per aver molestato sessualmente e ucciso un ragazzino di 13 anni di nome James “Jamie” Trotter, di Costa Mesa. Crummel ha rapito il piccolo Jamie una mattina dell’Aprile 1979 mentre aspettava un amico alla fermata dell’autobus. Lo ha prima stordito con una soluzione alcolica, poi lo ha condotto a forza nella Foresta Nazionale dell’area di Cleveland dove ha portato a termine il crimine.

Della vittima non si è saputo nulla per più di due decenni, quando Crummel stesso decise, forse preso da una crisi di coscienza, di aiutare indirettamente la poizia a trovare la verità. Nel 1990 si è recato a una stazione della polizia di Contea affermando di aver trovato il teschio e le ossa di un corpo umano mentre faceva un’escursione nei dintorni dell’Ortega Highway, a Riverside. Le autorità hanno impiegato sette anni per ricondurre quei resti al piccolo Jamie e per collegare l’omicidio a James Crummel.

I giudici hanno rifiutato la richiesta di patteggiamento che avrebbe consentito a Crummel di cavarsela (si fa per dire) con il carcere a vita. Il procuratore della difesa fino all’ultimo a cercato di convincere i giurati che Crummel, nel commettere l’atto, era parzialmente inconsapevole e che la sua instabilità mentale è dovuta alle violenze subite in famiglia da adolescente. Ma nessuno degli inquirenti ha avuto dubbi. Per un crimine simile non rimane che la sedia elettrica. Fuori dalla Camera di Consiglio il giudice John Gipson afferma che l’atteggiamento dell’imputato nel corso del processo è stato decisivo nella determinazione del verdetto. “Neanche per un momento – afferma – Crummel ha dato l’impressione di provare rimorso per quanto aveva fatto, e per questo va punito con la pena capitale".

La madre della vittima, che ha seguito con attenzione tutto il processo, dopo aver ascoltato la sentenza è crollata a terra in preda a una crisi d’ira e di pianto. “Non ha avuto nessuna pieta per mio figlio – grida disperata – oggi si merita di morire”. E come darle torto. Il dolore di una madre per la perdita di un figlio è qualcosa di incomparabile. Un qualsiasi genitore colpito al cuore da un simile evento sarebbe disposto a fare qualsiasi cosa pur di vedere il colpevole bruciare tra le fiamme dell’inferno. Ma è anche per questa ragione che nello Stato di diritto esiste un sistema normativo che non consente di farsi giustizia da soli. La legge è fredda, non si lascia coinvolgere dalle emozioni, e tale deve essere.

Il Giudice, interpretando le leggi, diventa l’arbitro neutrale di un sistema di relazioni. Questo negli Stati Uniti sovente non accade. L’uso delle giurie popolari fa sì che un verdetto di colpevolezza o innocenza sia deciso da cittadini qualunque, che sanno poco o nulla del sistema giuridico, mentre si lasciano convincere dai procuratori di turno che attraverso giochi retorici cercano di stimolare il loro sistema emozionale piuttosto che quello logico-riflessivo. In questo senso, è facile che un innocente senza un avvocato brillante finisca con l’essere condannato da una giuria che è stata convinta a odiarlo.

Non sarà questo il caso, ma senza dubbio ci aiuta a riflettere sul senso della sanzione in un paese dove il rischio per un condannato è quello di finire ammazzato in nome della legge. Di fronte a un crimine del genere non è facile schierarsi dalla parte dell’imputato. Ma si sa, le imprese impossibili ci appassionano e malgrado tutto difendiamo il diritto alla vita di ognuno, anche di chi per un motivo o per un altro è colpevole di averla tolta ad altri.

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martedì, giugno 08, 2004

Lunedì 7 Giugno 2004 – Reagan è morto

 

Ronald ReaganSabato scorso Ronald Reagan, uno dei Presidenti più significativi nella storia degli Stati Uniti d’America, si è spento all’età di novantatre anni nella sua abitazione di Bel-Air a Los Angeles. Da dieci anni soffriva di una grave forma di Alzaimer che negli ultimi mesi lo aveva reso quasi completamente incapace di intendere e di volere. Una malattia che ha sempre affrontato con dignità, a partire dal 1994, quando, con una lettera scritta a mano nel suo ufficio e poi resa pubblica, affermò di aver intrapreso un lungo viaggio che lo avrebbe condotto al tramonto della sua vita. Alcuni mesi fa, quando le sue condizioni di salute si sono aggravate, la moglie Nancy ha dichiarato: “Il viaggio di Ronnie lo ha finalmente condotto in un luogo distante dove io non posso più raggiungerlo”. Eppure, un uomo pubblico, anche da morto, non si può giudicare solo per il carisma e la dignità personale, ma va ricordato per le sue azioni e la sua eredità politica.

Ex-attore di Hollywood, seppur di scarso successo, Reagan riuscì a sfruttare le sue grandi capacità comunicative e la sua popolarità per fare carriera politica. Fu per otto anni Governatore della California e poi Presidente degli Stati Uniti per due mandati, dal 1980 al 1988, in un periodo cruciale per la storia del mondo nella contrapposizione bipolare tra Est e Ovest. Raccolse un paese disorientato dalla sconfitta in Vietnam e dallo scandalo Watergate e rappresentò, almeno per gli americani, una iniezione di ottimismo. Ma al contempo, egli inaugurò una nuova era di conservatorismo politico e culturale che lo vide protagonista nella lotta per la reintroduzione della preghiera nelle scuole pubbliche, contro le libertà femminili, a cominciare dal diritto di aborto, e contro i movimenti studenteschi che dagli anni Sessanta avevano rivitalizzato la partecipazione politica in America.

Seguì sempre l’onda di una nuova cultura neoliberista e neoconservatrice, fondata sul taglio radicale delle tasse, la creazione artificiale di inflazione e il rafforzamento del bilancio destinato alle spese militari. Al contempo, cercò di mantenere un rapporto diretto con i cittadini all’interno di una logica neopopulista che lo portò ad affermare, fin dal suo primo discorso inaugurale, che “il governo non è la soluzione ai problemi, il governo è il problema”. Niente di più efficace per accalappiarsi le simpatie di uno dei popoli più impolitici della storia.

Senza dubbio la sua fu una presidenza rivoluzionaria nel corso della quale ridefinì completamente gli assetti di potere della società Americana. L'enfasi sui valori tradizionali e religiosi servì a costruire un consenso nelle piccole città rurali e del Sud che ancora oggi assume i caratteri di una sub-cultura repubblicana. Trasformò la società rinvigorendo la mitologia dell’American Dream, fatta di finta felicità e competizione spietata. Influenzò la cultura politica dei due partiti di maggioranza forzando i Democratici verso quelle posizioni centrsite che avrebbero prodotto i “New Democrats” di Bill Clinton, e spostando contemporaneamente a destra l’asse politica dei Repubblicani. A livello internazionale, i più lo ricordano per il contributo fondamentale che diede nella lotta contro il comunismo, noi lo ricordiamo invece per lo scandalo Iran-Contra, in cui, attraverso un giro di denaro sporco, finanziò la contro-guerriglia in Centro-America che fece migliaia di morti innocenti.

Oggi, negli Stati Uniti, da destra a sinistra, lo salutano come un grande uomo, “un eroe della storia Americana”. A noi non mancherà.

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domenica, giugno 06, 2004

Sabato 5 Giugno 2004 – Il senso di una parola

 

La controversa questione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso continua a far discutere l'America. Dopo il verdetto della Corte Federale che nullifica l'iniziativa del Sindaco di San Francisco, il movimento omosessuale ha organizzato un po' ovunque iniziative di sensibilizzazione in nome dell'uguaglianza sostanziale dei diritti. Oggi si inserisce nel dibattito Sherman Stein, un professore di matematica in pensione che, con una lettera aperta pubblicata sul Los Angeles Times, racconta il travaglio dovuto alla scoperta, circa un quarto di secolo fa, della omossessualità della figlia.

Pur nella semplicita' dei ragionamenti, Stein sfodera alcuni rigorismi che vale la pena riproporre. La presa di coscienza della diversità della figlia fu inizialmente shoccante per un uomo educato ai principi tradizionali della sessualità e della famiglia. Ma nel corso degli anni egli ha avuto modo di riflettere e di guardare l’omosessualità con occhi diversi. Aveva sempre pensato alla parola "matrimonio" come a un'unione quasi sacra tra un uomo e una donna, senza possibilità di deroghe. Oggi si rende conto che esso può tranquillamente estendere il suo significato senza che il senso tradizionale ne venga intaccato. Il concetto di matrimonio infatti non viene messo in discussione da un'estensione del suo significato, ne' l'unione tra individui dello stesso sesso puo' intaccare l'equilibrio familiare piu' di quanto non accada in un nucleo in cui entrambi i partner sono costretti a lavorare full time.

A volte con gradualità, altre volte senza averne una precisa coscienza, tutte le parole cambiano significato adattandosi a pratiche sociali in continuo mutamento. Basti pensare al "voto". Inizialmente era ristretto agli uomini bianchi e con un certo reddito. Con il tempo il suffragio si è esteso a tutti gli uomini con residenza. Prima che iniziasse la Guerra Civile, nella seconda metà del XIX secolo, quasi tutti gli uomini bianchi avevano il diritto di voto. Dopo la sconfitta dell'esercito Confederale e l'eliminazione della schiavitù, esso fu esteso anche agli uomini di colore. Nel 1920 le donne poterono finalmente dire la loro, fino ad arrivare ai nostri giorni in cui chiunque abbia compiuto il diciottesimo anno di età ha il diritto di eleggere i propri rappresentanti.

Si tratta di trasformazioni pratiche e relazionali che avvengono senza che il termine "voto" o "suffragio" sia stato messo in discussione nel suo significato sostanziale. Lo stesso probabilmente accadrebbe nel caso si estendesse il significato del termine matrimonio, con una sola madornale differenza. Le trasformazioni delle pratiche di voto sono state storicamente molto più destabilizzanti. I matrimoni gay non mettono in pericolo le famiglie tradizionali, mentre l'estensione del suffragio ha comportato l'eliminazione di privilegi e sovente lo stravolgimento degli assetti di potere precedentemente esistenti. Non possiamo sapere il motivo per cui alcuni di noi sono eterosessuali e altri omosessuali. Forse è una questione genetica o forse, e più probabilmente, una questione unicamente culturale, come nel caso del concetto più generale di mascolinità e femminilità. Una cosa è certa. L'orientamento sessuale, tanto più in società che si definiscono liberali, non può diventare un motivo di discriminazione. E se si è accettato il suffragio universale come motore e sintomo di un mutamento sociale in senso progressivo, lo stesso, forse, si può fare con il matrimonio.

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sabato, giugno 05, 2004

Venerdì 4 Giugno 2004 – L’agnello sacrificale

 

George J. Tenet ha rassegnato le dimissioni da Direttore della CIA. Lo ha fatto pubblicamente con una lettera rivolta al Presidente Bush. Afferma che le motivazioni che lo portano ad abbandonare un incarico di grande responsabilità che ricopre dal Marzo 1991 sono puramente personali. Ma noi che siamo notoriamente maligni non gli crediamo. Da alcuni mesi i suoi rapporti con l’Amministrazione Bush si sono fatti sempre più tesi. Messo sotto torchio dalla Commissione indipendente che indaga sui fatti dell’11 Settembre, Tenet si lasciò scappare che la CIA aveva da tempo allertato il Presidente del rischio Al-Quaeda e della possibilità di un terribile attentato negli Stati Uniti, ma che nulla fu fatto per prevenirlo. Un’affermazione scandalosa che solo l’insipienza dei media e del popolo americano ha potuto relegare nel dimenticatoio pubblico. Naturalmente in quella circostanza egli fu costretto a rettificare e la cosa rientrò come se nulla fosse, mentre ogni responsabilità della mancata prevenzione del terrorismo ricadde sulla Central Intelligence Agency.

Oggi tutti lo salutano con stima anche se sono molti ad accogliere le sue dimisisioni con soddisfazione, specie in casa repubblicana dove era stato sempre visto con diffidenza se non altro per il fatto di essere stato nominato da un Presidente democratico. George W. Bush afferma di aver accettato le sue dimissioni con riluttanza ma che proprio non se la sentiva di andare contro il legittimo desiderio di un padre che ha deciso di dedicare più tempo alla famiglia e al figlio che frequenta l’ultimo anno delle superiori. Che cuore dolce. Adesso si dovrà trovare un altro scagnozzo disposto ad assumersi le responsanilità delle sue menzogne, e non sarà troppo difficile vista la fame di potere che circola da queste parti.

Tenet ha comunque voluto chiudere in bellezza con un’ultima lisciata alla Casa Bianca, onde evitare pericolose ritorsioni. Nella sua lettera di dimissioni rivolta al Presidente, scrive: “Non smetterò mai di esserLe grato per l’onore e l’opportunità che mi ha offerto consentendomi di lavorare al Suo fianco, al servizio della Nazione. Inoltre, voglio ringraziarLa per l’attenzione che ha sempre mostrato verso gli uomini e le donne dell’Intelligence Americana. La Sua leadership ha fatto per noi un’enorme differenza”. Bush sarà eccitatissimo, io sono praticamente commosso.

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venerdì, giugno 04, 2004

Giovedì 3 Giugno 2004 – Hai tutti i diritti, se va bene a Bush

 

Questa settimana il Dipartimento di Giustizia ha tenuto un conferenza stampa del tutto straordinaria. Dopo due anni di insistenza da parte delle organizzazioni per i diritti umani e alcuni media indipendenti, i portavoce della Casa Bianca si vedono costretti a diffondere alcune informazioni relative alla detenzione e agli interrogatori di Jose Padilla, un cittadino americano sospettato di essere un “combattente nemico” e per questo prelevato segretamente dal proprio appartamento senza neanche informare la Corte Federale. A rendere eccezionale questa Conferenza è un uditorio affatto particolare e cioè la Corte Suprema degli Stati Uniti che sta riesaminando il caso Padilla per valutare la liceità o meno dell’assolutà autorità, pretesa da Bush, di detenere cittadini americani per un tempo indefinito e senza un’accusa formale.

L’Alta Corte, la cui sentenza è attesa a giorni, dovrà decidere su una questione cruciale, ossia sull’attualità (e necessità) o meno del principio di derivazione anglosassone dell’Habeas Corpus, nodo basilare della teoria liberale classica, secondo cui non è possible privare l’individuo della propria libertà fisica senza un adeguato processo e senza che siano rese pubbliche le motivazioni di tale privazione (a questo riguardo si consiglia di leggere il post del 27/4/04 dal titolo: “Ci vorrebbero come loro”).

Padilla si trova sotto detenzione da due anni, senza essere mai stato sottoposto a processo e senza aver mai potuto parlare con un avvocato. Così come è accaduto a molti altri, come Yaser Esam Hamdi, al momento detenuto nella tortureria americana di Guantanamo, il cui caso è sotto l’osservazione della massima istituzione giuridica americana. Casi come questi sono diventati un gioco delle tre carte e di tanto in tanto il Ministro di Giustizia John Ashcroft se ne esce con qualche esternazione in cui chiede agli americani di continuare ad aver fiducia nel giochino in nome dell’interesse pubblico, un’espressione che, per la sua vaghezza, ha fatto storicamente più male che altro.

Il Sottosegretario James Comey Jr. ce la sta mettendo tutta per convincere i giudici dell’Alta Corte che talvolta denudare i cittadini come Padilla non può che tornare utile. In un momento di straordinaria onestà se ne è anche uscito con una battutina poco felice, affermando che Padiglia è stato spogliato delle sue libertà civiche perché, qualora ne avesse fatto uso (compreso il diritto di rimanere in silenzio o di usufruire di un avvocato), avrebbe avuto buone possibilità di tornare in libertà. E questo proprio non lo si poteva permettere.

Il Dipartimento di Giustizia ha riscritto le regole del liberalismo all’americana: le libertà civiche e i diritti umani sono tollerati solo qualora non intralcino i progetti e l’operato del Governo. Il discorso è chiaro e anche convincente per un popolo teso e da sempre non troppo avvezzo alla tolleranza: se noi non priviamo alcuni cittadini dei loro diritti le vostre case rischiano di saltare in aria. Istruttivo.

Come scrive oggi sul L.A. Times Jonathan Turley, professore di diritto alla George Washington University, dentro questa logica perversa, “l’America mostra di essere moralmente alla deriva, rinunciando ai principi della legalità in favore dell’arbitrarietà del potere. Se crediamo che il nostro successo si misuri dalle confessioni che strappiamo piuttosto che dai diritti che difendiamo, vuol dire che abbiamo perso la distinzione etica tra noi stessi e i nostri nemici”. Notevole.

A questo punto, non ci resta che concludere con una domanda che durante la conferenza stampa è rimasta senza risposta: “Una volta che il Presidente dichiarerà la vittoria sui nostri nemici, cosa saremo diventati a parte i vincenti?”

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giovedì, giugno 03, 2004

Mercoledì 2 Giugno 2004 – Maledetto il “sistema”

 

Moisés Naím, direttore del Foreign Policy Magazine, una delle riviste politologiche che negli ultimi anni ha più sostenuto la linea politico-culturale del “Primato Americano”. Oggi, in un editoriale pubblicato sul Los Angeles Times, si arrischia in una difesa critica dell’operato di George W. Bush. Per quanto riconosca la performace poco brillante dell’attuale Amministrazione nella gestione del dopoguerra in Iraq, si rifiuta di colpevolizzare per questo solo il povero Bush, che in fondo tanto ha fatto per combattere i cattivi e proteggere il mondo dal terrore. Il vero responsabile è il Sistema. Non usa questo termine ma il senso lo stesso. Ci ha messo dentro un po’ tutti, dai media ai leader politici internazionali, dai repubblicani ai democratici. Ci mancava solo che se la prendesse con Topolino e Qui, Quo, Qua per aver lasciato solo Zio Paperone in un momento tanto difficile.

Ha criticato anche le Organizzaioni non Governative, in genere tanto rumorose e questa volta così timide. Secondo Naím si sarebbero mosse troppo tardi e non avrebbero monitorato a sufficienza l’operato dei diversi Governi. Anche in Iraq, afferma, hanno cominciato ad alzare la voce solo quando è scoppiato lo scandalo degli abusi, senza aver fatto nulla per prevenirli. Vabbene che siamo nell’epoca dell’antipolitica, ma che poi spetti alle ONG controllare e gestire l’operato dell’esercito americano mi sembra alquanto bizzarro, specie quando a dirlo è un noto politologo.

Comunque, ha in parte ragione. Bush è senza dubbio il capitano di una bella e fitta combriccola che passa per Blair, Aznar, alcuni leader della Lega Araba e dell’Europa dell’Est, fino ad arrivare a Berlusconi, che piccolo piccolo e imbarazzato cerca di nascondersi nella folla. Il fatto è che creare un gran calderone di responsabilità non aiuta a venirne fuori. Sono sempre stato diffidente verso le critiche generali al sistema, anche quando a portarle avanti sono i movimentisti della sinistra radicale in Occidente. Quello di “sistema” è un termine vago, dai confini indistinti. È un concetto che può funzionare nella propaganda e negli slogan di piazza, ma non serve a nulla nella pianificazione di un’azione politica e tanto meno nell’analisi tecnica di una situazione concreta.

La politica si costruisce sui fatti, così come la critica politica. Le responsabilità non possono essere diluite nel gruppo ma serve che qualcuno se le assuma formalmente. E dal momento che Bush rifiuta di farlo, siamo noi ad appioppargliele. Egli ha consentito che si verificasse il terribile attentato dell’11 Settembre (e mi mantengo sul “politically correct”); ha sfruttato quell’evento per scatenare una crociata personale contro alcuni Stati la cui sottomissione forzata era cruciale per il conseguimento dei suoi obiettivi; ha mentito al mondo pur di perseguirli; sulla base di queste menzogne ha costruito un sistema di alleanze internazionale sfruttando la debolezza e lo spirito gregario di alcuni leader politici, tra cui quelli citati; ha ordinato il massacro di migliaia di innocenti oggi sepolti sotto le macerie delle bombe americane; ha sostenuto, come è emerso dalle inchieste della stampa indipendente, la pratica della tortura sui prigionieri, in Iraq come in Afghanistan. Per noi lui è e rimane il principale responsabile di questo stato di cose e verso di lui orientiamo la nostra rabbia e la nostra lotta.

Quanto alla società civile mondiale, tutt’altro che silente, ha portato in piazza in più di una circostanza centinaia di milioni di persone in contemporanea mondiale, superando la diffidenza e l’ostilità delle classi politiche occidentali. Quella stessa società civile ha già mandato a casa Aznar. Ora è arrivato il turno di Bush e della sua corte.

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mercoledì, giugno 02, 2004

Martedì 1 Giugno 2004 – Il Memorial Day

 

Ieri gli Stati Uniti hanno festeggiato il Memorial Day, una festività nata per commemorare i morti americani nella Seconda Guerra Mondiale. Un'impresa bellica lontana anni luce per questo popolo di guerrieri invadenti, che di morti in combattimento ne contano a decine di migliaia anche nei sessant’anni successivi. Con il tempo la festività si è infatti trasformata nella giornata della memoria di tutti i morti americani in guerra. In particolare, quest’anno si onoravano i soldati i caduti di due guerre passate, World War II e Vietnam, e due guerre correnti, Afghanistan e Iraq, dove il bollettino ha già raggiunto i mille morti, un’enormità per un paese che combatte bombardando per non sporcarsi troppo le mani.

Bush ha partecipato alla tradizionale wreath-laying, apponendo una corona di fiori presso la tomba dei militi ignoti, e nel suo discorso non nasconde l’amarezza per i costi crescenti dell’impresa irachena: “La lotta al terrore è stata foriera di gravi perdite”, afferma calmo, senza provare un minimo di imbarazzo per esserne stato l’unico vero responsabile. Accanto a lui siede arrogante il Segretario alla Difesa Ronald H. Rumfield visibilmente tranquillo dopo che media e politici hanno smesso di chiederne le dimissioni per i fallimenti bellici oltremare, oltre che per lo scandalo delle torture nel carcere di Abu Ghraib.

L’America è fatta così. Qui non ci si indigna mai veramente. Si alza un po’ la voce per alcune settimane e si torna al proprio egoismo quotidiano quando un evento smette di fare notizia. Sfido chiunque, sfogliando i quotidiani americani, a trovare qualche informazione relativa all’inchiesta militare avviata sulla questione degli abusi. Zero assoluto. Al momento potrebbero essere tutti assolti senza che il popolo americano ne sappia nulla. E la verità triste è che al popolo americano non importa nulla. Se il motto dei progressisti è il tradizionale “I care” (mi importa) utilizzato per la prima volta dai giovani di Berkeley nel 1968, per la gran massa della gente di qui il vero motto è “I don’t give a fuck”, che tradotto in vernacolese è qualcosa del tipo, “Non me ne frega una minchia”.

Tra Arlington e Potomac, dieci nuove iscrizioni sono state dedicate ai caduti in Vietnam con l’incisione dei nomi di tutti e 58.243 militari morti. A questi è stato aggiunto per la prima volta il nome del marine William Floyd Bronson, fortemente sponsorizzato dal candidato democratico John F. Kerry, anch’esso veterano di guerra. Bronson fu ferito alla testa nel 1968 ma morì in America solo nel 1973 per un colpo apoplettico, presumibilmente dovuto agli effetti della vecchia ferita. Anche un altro nome è stato aggiunto alla lista; quello del Capitano Edward Alan Brudno, suicidatosi nel Giugno 1973, quattro mesi dopo essere tornato negli Stati Uniti dal Vietnam dove era stato prigioniero dei Vietcong per ben sette anni. Si è voluta onorare la memoria di un uomo che, a detta dei più, non avrebbe retto le conseguenze psicologiche di quella terribile esperienza di detenzione. Oggi mi chiedo se un giorno verrà dedicata anche solo una piccola targa nel corridoio di una cadente scuola di periferia a quei prigionieri iracheni che, perlopiù senza colpa manifesta, sono stati vittime del trattamento inumano che l’esercito della libertà ha riservato a chi non si volle adeguare.

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lunedì, maggio 31, 2004

Domenica 30 Maggio 2004 – Il fallimento della guerra preventiva

 

Esattamente due anni fa, in un discorso a West Point, George W. Bush enunciava per la prima volta la dottrina neocons della guerra preventiva. “La guerra al terrore non sarà vinta rimanendo sulla difensiva”, affermò il Presidente di fronte a una platea di cadetti. “Dobbiamo combattere il nemico, distruggere i suoi piani e affrontare la minaccia prima che essa emerga. Dobbiamo imboccare l’unico sentiero verso la sicurezza del mondo; il sentiero dell’azione. E questo paese agirà”. Nel giro di dieci mesi Bush mantenne la promessa, inviando i soldati americani a 7.000 miglia di distanza dalle loro case per deporre Sadam Hussein. Dopo meno di due mesi di bombardamenti Baghdad cadde. Eppure oggi, l’impresa americana in Medioriente a molti appare come un fallimento e nessuno si pone più il problema di estendere il conflitto in Syria, Iran o Corea del Sud, come si paventava inizialmente.

L’intrapresa irachena, lungi dal dimostrare l’efficacia del principio, ne ha piuttosto scoperto i limiti.

In realtà la logica dell’attacco preventivo non è una creazione dell’attuale amministrazione repubblicana. Anche altri Presidenti in passato ne hanno fatto uso, come quando Clinton nel 1998 ordinò di attaccare e distruggere un'industria farmaceutica a Khartoum, in Sudan, dove pare si producesse gas nervino. Ma il concetto bushiano della prevenzione è andato ben oltre la semplice risposta a un imminente pericolo di attacco. Questa volta l’intenzione era quella di stravolgere assetti di potere producendo veri e propri cambi di regime.

La novità dottrinaria si basava su due assunti di fondo, entrambi screpolati sotto il fuoco della resistenza irachena: il primo si basava sulla convinzione dell’efficacia dell’azione dei servizi segreti nell’individuare l’eventuale pericolo da prevenire; il secondo, si fondava invece sulla credenza che l’apparato tecnologico americano avrebbe reso ogni inziativa bellica relativamente rapida e poco costosa, sia in termini di denaro che di vite umane.

Se da un lato, i servizi di intelligence hanno decisamente fallito nel loro compito di trovare prove che giustificassero l’attacco in Iraq, dal momento che delle armi di distruzione di massa, di cui oggi nessuno parla più, non se n’è vista traccia; dall’altro lato, l’esplosione a Najaf, come altrove, di focolai di resistenza ha fatto lievitare i costi della missione.

Gli americani hanno sottovalutato il peso della frustrazione del popolo iracheno di fronte a una occupazione straniera prolungata e hanno invece sopravvalutato il ruolo del settarismo. Hanno sperato inutilmente che le divisioni etniche prevalessero rispetto all’odio verso gli occidentali, ma hanno fatto male i loro calcoli. Kurdi, Sunniti e Shiiti, hanno messo da parte l’odio etnico e si sono trovati uniti contro la minaccia esterna. La comune appartenenza nazionale ha prevalso e l’America oggi non riesce a uscirne fuori. Nel bene o nel male, la dottrina della guerra preventiva, che ha fatto tremare il mondo progressista fino a pochi mesi fa, è morta.

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domenica, maggio 30, 2004

Sabato 29 Maggio 2004 – Per la vostra Patria, finirete per strada

 

Da un’inchiesta del Governo Federale risulta che una parte consistente dei veterani di guerra americani finisce ad arricchire il popolo degli sbandati. I veterani, negli Stati Uniti, rappresentano il 9% della popolazione generale ma ben il 23% dei senza tetto. Se si considera i soli homeless di sesso maschile la percentuale sale al 33%. Dall’American Department of Veteran Affairs fanno sapere che, per quanto non sia possible avere una stima precisa del numero di ex-militari che sono finiti a chiedere l’elemosina, si può affermare con una certa sicurezza che il numero di senza tetto reduci dalla sola guerra del Vietnam è più del doppio dei 58.000 soldati morti.

Ken Saks, che ha perso entrambi i piedi per via di una complicazione determinata dagli effetti dell’Agente Orange, l’erbicida altamente tossico spruzzato dagli aerei americani in Vietnam per deforestare le zone di combattimento e massacrare chiunque vi si trovasse in mezzo, sono quasi trent’anni che vive su una sedia a rotelle sbattuto nell’angolo di una strada di Skid Row, il quartiere degli emarginati di Los Angeles. Con le lacrime agli occhi afferma: “Ho 56 anni e non voglio morire in mezzo a una strada. È possible che debba essere questo il destino dei nostri soldati quando tornano a casa? Questa è la vita che spetta a chi ha rischiato la vita per la Nazione? Che Dio li benedica”.

È impossibile conoscere esattamente il numero di veterani americani che oggi sono per le strade, ma gli esperti ne stimano almeno 300.000. “Cosa farà il Governo per loro?”, si domanda Paul Camacho, docente di Social Science presso la University of Massachusetts e lui stesso “Vietnam Veteran”. Le ragioni delle disgrazie sono diverse: mutilazioni, sindrome da stress post-traumatico, famiglie logorate dalla distanza. I soldati che tornano dopo mesi, a volte anni, di combattimenti, hanno grandi difficoltà a ricominciare una vita normale e reintegrarsi in una società che li accoglie con diffidenza, spesso con ostilità. È un’altra caratteristica di questo strano paese di guerrieri, dove sei stimato e osannato finché sei al fronte, ma sei lasciato solo, abbandonato anche dalla famiglia, quando fai ritorno a casa, senza denaro e con una salute precaria.

Essere un soldato, lottare per la Patria, aveva riempito di orgoglio la vita di Vanessa Turner, ex-sergente dei marine con una laurea in inglese presa al St. Mary’s College di Moraga, in California. Aveva l’impressione che l’esercito potesse offrire una condizione di vita migliore per lei e sua figlia. Dal 1997 è stata sbattuta in Arabia Saudita, in Corea, in Germania, per poi finire in Iraq, dove ha perso una gamba. Lo stress post-traumatico la fece entrare in coma. I medici la davano per spacciata ma poi si è svegliata, ha lottato duramente per recuperare le forze. Durante la convalescenza ha perso la sua casa di Boston, e per un periodo ha fatto affidamento sull’aiuto di parenti e amici, finché anche questi l’hanno lasciata sola. Senza un’assicurazione sanitaria nessun medico degli Stati Uniti era disposto a visitarla e alla fine ottenne un appuntamento solo grazie all'intervento del senatore democratico Edward Kennedy che prese a cuore la questione. Intervistata dal Los Angeles Times, si mostra sconvolta e si domanda se sia mai possible che nel paese della libertà che paradossalmente vive di guerre e costruisce la sua credibilità internazionale sull’operato dei propri soldati, un veterano che ha dedicato anni importanti della propria vita a combattere per lo Stato riesca a ottenere delle cure mediche solo grazie al coinvolgimento di un senatore illustre. Ce lo chiediamo anche noi, ma sappiamo anche che non riceveremo alcuna risposta.

Rock, un senza tetto di Skid Row, afferma: “Io ho combattuto con orgoglio per la nostra bandiera, ma essa non ha mai combattuto per me”.

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sabato, maggio 29, 2004

Venerdì 28 Maggio 2004 – “Nazi” Israel ?

 

Oggi Walter Reich, docente di International Affairs, Ethics and Human Behavior alla George Washington University, scrive un interessante editoriale sul Los Angeles Times contro la diffusa equiparazione tra Israele e il Nazismo che sarebbe prodromica, secondo l’autore, di una nuova ondata di antisemitismo internazionale. Gli argomenti devo dire sono convincenti. Genocidi, massacri di civili innocenti, esecuzioni brutali e sommarie continuano quotidianamente a insozzare il mondo, eppure l’epiteto di “Nazi” viene sistematicamente applicato solo a Israele e alla politica di Sharon.

Come nota giustamente l’autore, purtroppo, orrori di ogni tipo non sono tanto difficili da trovare. Come in Sudan, dove i miliziani arabo-musulmani sostenuti dal governo continuano a bersagliare le tribù nere. In migliaia sono stati massacrati a sangue freddo e almeno un milione di persone ridotte alla sete e all’inedia in un quadro di graduale eliminazione etnica. Ma nessuno ha definito tutto ciò “nazismo”, così come nessuno ha usato questo epiteto in Ruwanda, dove le autorità costituite hanno organizzato a tavolino, e praticato, il massacro di almeno 800.000 Tutsi.

Al contrario, soprattutto in Europa, molti critici di Israele non avrebbero esitato un istante ha definire nazista la politica di Sharon. Il premio Nobel Jose Saramago, nel 2002, affermò che “ciò che capita a Ramallah è un crimine che può essere tranquillamente equiparato ad Auschwitz”. Un anno più tardi, il poeta di Oxford Tom Paulin affermò che i coloni israeliani a West Bank “dovrebbero essere colpiti a morte ... Perché sono nazisti e razisti”. Lo stesso anno, lo scrittore irlandese Tom McGurk sostenne con forza l’equiparazione tra l’assalto delle truppe israeliane a Jenin e l’espulsione del Ghetto di Varsavia da parte delle SS. In quell’occasione scrisse: “È assurdo che nelle liberaldemocrazie occidentali si taccia e si reprimano le emozioni di fronte allo stile barbarico e nazista che lo Stato di Israele adotta nei confronti del popolo palestinese”.

Sono tutte espressioni forti probabilmente dovute a un inadeguato dosaggio delle parole. Sovente si usano termini duri senza pesarne il significato e soprattutto la portata. Definire Israele nazista non è solo una forzatura, ma un falso storico. Criticare la politica di Sharon è invece un dovere morale per chiunque creda in una prospettiva di pace e democrazia in Medioriente. Sharon non è un nazista ma solo un ex-criminale di guerra che continua a massacrare civili innocenti non più da esecutore diretto ma da mandante, per mezzo di un potere conquistato sfruttando le paure e le tensioni di un popolo.

Prima di usare un’espressione forte come quella di Nazismo bisogna quanto meno capire cosa si intenda con questo termine. Nazista è un regime politico che condensa politicamente la riduzione graduale delle libertà civiche di un determinato Stato Nazione, un progetto di espansione imperialistica attraverso l’uso della forza, e l’individuazione di uno specifico gruppo etnico-culturale come capro espiatorio contro cui scatenare l’odio sociale per distogliere l’attenzione dall’operato governativo …

… o cavolo, ma questo non è Israele … ! (a buon intenditor …)

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