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giovedì, luglio 03, 2008
Tutte e tutti siamo rom
L’atteggiamento xenofobo sollecitato dal governo nei confronti del popolo Rom ha raggiunto livelli insostenibili. La scelta di raccogliere le impronte digitali anche ai minori ci fa tornare alla mente periodi storici che vorremmo relegati nei meandri più oscuri della storia e il rischio oggi è che questi provvedimenti già criticati dalla comunità internazionale vengano implementati col consenso dell’opinione pubblica. In questo modo non si colpiscono i criminali ma si etichetta come tale un intero popolo. L’unico popolo che non ha mai dichiarato guerra a nessuno e che per questa ragione oggi è candidato al premio Nobel per la pace. E dire che la stessa teoria della devianza ci avverte del rischio criminogeno di certe azioni.
La “stigmatizzazione”, intesa come fenomeno sociale che attribuisce una connotazione negativa a un membro (o a un gruppo) della comunità in modo da declassarlo a un livello inferiore può infatti determinare di per sé la devianza che intende additare. La sociologia ha evidenziato l'importanza dei processi di stigmatizzazione nella formazione dell'identità criminale e nel suo consolidamento in un vero e proprio progetto di vita deviante. In altre parole, talvolta è la stessa reazione sociale squalificante ed emarginante nei confronti della devianza e della criminalità ad agire come fattore criminogeno. La teoria dell'etichettamento (labelling theory) punta il dito sulle conseguenze negative della stigmatizzazione ed è alla base dell'approccio proprio nei confronti della criminalità minorile che si fonda sull'evitare il più possibile la carcerazione per i minori e la loro esclusione dal normale circuito delle relazioni sociali.
Come Rifondazione Comunista invitiamo dunque iscritti, simpatizzanti, cittadine e cittadini che non hanno perso il senso dell’indignazione a partecipare all’iniziativa "Prenditi le nostre impronte, non toccare i bambini e le bambine rom”, promossa tra gli altri dall’Arci con l’adesione dell’Associazione nazionale deportati Aned e il contributo di artisti come Moni Ovadia, Ascanio Celestini e Dacia Maraini. Le parole non bastano più. Tutte le coscienze illuminate, tutti i democratici hanno il dovere di fare qualcosa contro le schedature razziste che il ministro Maroni vuole applicare persino sui bambini del popolo più indigente e perseguitato d’Europa. Dice bene Nicotra quando afferma che il governo delle destre intende passare dalla discriminazione alla vera e propria criminalizzazione razziale. Si marchiano i più deboli mentre si sospendono i processi dei potenti. In questo modo si incoraggiano sentimenti di odio e di supremazia razziale. Si demoliscono i principi fondamentali del diritto democratico e con essi il vivere e il convivere civile. Per questo oggi dobbiamo gridare con rabbia e orgoglio che di fronte a questa campagna persecutoria siamo tutti rom. Tutti siamo colpiti da questo razzismo di stato che sollecita un’ondata di brutalità e di intolleranza che minaccia di estendersi a tutti i diversi. Non bastano i richiami della comunità internazionale, la storia ce lo insegna. Il male che progredisce in Italia contro i campi nomadi, la pulizia etnica propugnata con disinvoltura da tanti amministratori, può essere fermata solo con un’azione consapevole delle cittadine e dei cittadini italiani. Dobbiamo tradurre in moto di popolo, in manifestazioni capillari di dissenso, di disobbedienza civile, questo senso di indignazione. Per questa ragione la prossima settimana saremo nei compi rom di Roma e Milano in fila con le nostre sorelle e i nostri fratelli Rom per consegnare anche noi le nostre impronte digitali. Ci faremo schedare con loro, per la decenza contro la barbarie.
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sabato, giugno 28, 2008
Vi inoltro volentieri questo appello che mi arriva dai compagni di maschile-plurale alle cui attività mi capita sovente di partecipare portando con me tutto il mio bagaglio di contraddizioni ...
Per una maschilità de-generante!
Da anni ci interroghiamo in quanto uomini sui modi con cui si determina la violenza maschile contro le donne. Dall'ottobre del 2006, dopo aver promosso un appello pubblico contro la violenza alle donne, a cui hanno aderito centinaia di uomini di tutta Italia, abbiamo dato vita ad una rete nazionale di uomini impegnati su questo tema. Di questa rete fanno parte maschi di diverso orientamento sessuale. Abbiamo verificato nei nostri vissuti e posto alla base del nostro modo di fare politica: il fatto che la cultura patriarcale e maschilista sia uno dei principali fattori grazie ai quali permane nelle varie società, nelle culture e negli individui la spinta ad opprimere e sopprimere le voci che vorrebbero rompere quello schema per ottenere libertà e autodeterminazione. Dal confronto con le donne, abbiamo imparato a percepirci come una delle possibilità di guardare il mondo, non come quella che deve costituire la norma. Siamo diventati consapevoli che ciò che in maniera neutra chiamavamo "Storia" (e, di volta in volta, "Scienza", "Cultura", "Politica", .) era in effetti il dispositivo sessuato con cui il maschile tradizionale nascondeva la propria parzialità e costruiva il mondo del proprio dominio.
Educati sin da piccoli al predominio in quanto uomini, non è stato e non è semplice per molti: guardare alle donne come soggetti auto-determinati. Ma è ancora più difficile essere consapevoli delle differenze fra noi uomini, anche a partire dall'orientamento sessuale, e ascoltare le differenti declinazioni di quell'esperienza comune che è l'essere un corpo di uomo. Per entrambe le "sponde", l'insegnamento del patriarcato e del maschilismo egemone è diventato parte della propria carne: per alcuni con il godimento di un "dividendo", per altri con la sofferenza dello stigma di una devianza, ma tutti paghiamo il costo di un impoverimento delle nostre emozioni e delle nostre relazioni. Abbiamo capito invece che per essere più liberi, bisogna lavorare per de-costruire non solo i modelli di relazione con le donne, ma anche quelli più sottili e più profondi che abbiamo incorporato e che stabiliscono i confini fra "I Veri Uomini" e gli esclusi.
E così infatti che tantissimi tra noi uomini si privano della possibilità di costruire tra loro relazioni ricche, intense e soddisfacenti; si separano gli uni dagli altri, rimanendo isolati e impossibilitati a esprimersi e a mettere in gioco se stessi, la propria libertà, il proprio desiderio, le proprie emozioni in relazione e alla pari con altri e altre. Combattere l'omofobia innanzitutto dentro ognuno di noi, e poi nel senso comune, nella società, nella cultura, nell'immaginario, è una tappa fondamentale della nostra liberazione, per vivere vite più piene e soddisfacenti, per costruire relazioni più sane e ricche tra noi uomini, e realizzare una nuova civiltà di relazioni e di libertà tra uomini e donne.
Il maschile come lo immaginiamo noi è una trama complessa, composta da tante traiettorie: sentiamo che siamo collegati l'uno all'altro a prescindere da quelle che sono le nostre scelte e i nostri orientamenti (o forse proprio grazie a quelli). Pensiamo come uomini che sia necessario combattere uno dei regimi totalitari più potenti della storia dell'umanità: la "religione maschile"! Il maschile tradizionale che fino ad oggi è stato egemone. è morto! Possiamo finalmente tutti e tutte de-generarci! Per questo invitiamo tutti gli uomini che si sentono chiamati in causa da queste parole a partecipare con noi e a rendere visibile la loro presenza al Pride nazionale convocato a Bologna il 28 Giugno 2008. Giustamente questa giornata evoca l'orgoglio! I gay tra di noi esprimono oggi con gioia l'orgoglio di essere se stessi, gli etero tra di noi dicono pubblicamente: Siamo orgogliosi di voi! Siete una parte preziosa dell'universo maschile!
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lunedì, giugno 16, 2008
La nostra sicurezza
Dopo settimane di offensive politico-mediatiche che hanno strumentalizzato il tema della sicurezza facendo dei cittadini migranti e in particolare dei Rom un capro espiatorio delle contraddizioni sociali che caratterizzano le nostre città, ci svegliamo nel pieno di una svolta populista, autoritaria e xenofoba. Una deriva reazionaria sostenuta, per esempio a Roma, da tutti i poteri forti, con in testa ovviamente la Curia e le immancabili lobby del mattone. Le recenti aggressioni a gay e trans al Prenestino, agli studenti presso l’Università la Sapienza, l’attentato fascista sventato appena pochi giorni fa presso il Laboratorio Occupato Autogestito Acrobax, pur nella loro diversità rappresentano un segno tangibile della svolta autoritaria annunciata in Campidoglio. Come lo sono le dichiarazioni rilasciate sugli sgomberi degli immobili occupati dai senza casa e dei centri sociali che rendono evidenti le reali priorità di governo del nuovo esecutivo capitiolino. In questo clima da assedio alla società, in nome dei profitti e del mercato, tutti diventano nemici: i precari del terzo settore perché guadagnano troppo e vanno sostituiti con volontari o stagisti a pochi euro al mese, coloro che lavorano nel pubblico impiego perchè sono fannulloni e quindi vanno licenziati, tutti i precari e le precarie perché forse domani chiederanno qualcosa di più dalla vita che morire di lavoro o strozzati dal mutuo o dall'affitto a libero mercato. Pezzo dopo pezzo, si sta smontando un concetto di sicurezza e legalità che, come una preghiera viene trasmesso tutti i giorni dall'altare dei media per sacrificarci e regalare nelle loro mani il nostro presente negato e il nostro futuro impossibile. Nel nostro vocabolario alle parole insicurezza e paura troviamo scritto precarietà a vita, reddito incerto, ritmi di lavoro inaccettabili, morte sul lavoro e una qualità della vita che non migliora mai, ferita attraverso la demolizione dei diritti e degli spazi di libertà. La nostra “insicurezza” è legata al carovita, alla mancanza di reddito, all’aumento spropositato degli affitti e dei prezzi delle case, a un processo di precarizzazione del lavoro e della vita che non ci consente di vivere con dignità. È il frutto di una corsa sfrenata alla produttività e al mercato che produce ritmi di lavoro da capogiro, che nega diritti e sicurezza, che alimenta la “guerra interna” delle morti sul lavoro. La nostra insicurezza è legata alla condizione di ricattabilità permanente in cui stanno relegando i migranti che vivono e lavorano nelle nostre città e nel nostro paese, a cui vengono negati accoglienza e diritti, perché ciò è utile ad alimentare una competizione al ribasso nel mercato del lavoro, a scavare solchi di solitudine e incomunicabilità sociale. Negli ultimi anni la mia Roma produttiva è stata in realtà il tempio dello sfruttamento e della precarietà, capitale dei Re e città delle baraccopoli. È stata deturpata e saccheggiata dai pescecani della rendita (Caltagirone, Toti, Ligresti, Parnasi, Pulcini, Vaticano) e grazie a loro e a chi li ha favoriti, Roma è oggi una delle metropoli mondiali con i prezzi più alti per l'affitto e per l'acquisto di una abitazione, con 270 mila case sfitte e una lista d'attesa per una casa popolare lunga 35 mila famiglie. Per questo sabato siamo scesi in piazza in un corteo organizzato da un cartello unitario dei centri sociali romani e dalle esperienze di occupazione a scopo abitativo. Loro ci propongono gli eserciti, noi la solidarietà e l’intercultura. Almeno 20.000 persone hanno gridato l’altra Roma, l’altra idea di sicurezza. Migliaia di Rom, migranti di tutte le nazionalità e di tutte le etnie hanno sfilato insieme. Migliaia di bambini di ogni colore che gridavano di gioia giocando con i sound system applicati sui carri.
Noi crediamo nella sicurezza del rispetto dei diritti e della dignità. Loro pensano a liberarsi degli “zingari”, come nel recente sgombro del piccolo campo che confinava con il Villaggio Globale a Roma. Più di 150 persone, la metà dei quali bambini. Tutti italiani, tutti scolarizzati, tutti lavoratori, schiacciati dalla logica illogica di un sistema che trova sfogo solo nella repressione. Mi viene da dire, OK, volete cacciare i Rom? Va bene. Li volete sacrificare sull’altare di una finta sicurezza? Fatelo pure, ammazzateli, bruciateli, fateli sparire, in fondo sono poco più che bestie. Ma poi ha tutti gli altri, ai cari cittadini perbene, abbasserete l’affitto o gli interessi sul mutuo, darete loro un lavoro stabile, li pagherete in maniera equa, garantirete loro di non morire ammazzati da un padronato vizioso e individualista? Garantirete loro il libero accesso alla conoscenza? Insomma. Li renderete esseri umani?
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domenica, marzo 30, 2008
La laicità è anche diritto ad essere immorali
Anche in campagna elettorale è possibile riflettere su temi non direttamente riconducibili alla congiuntura politica per quanto intrinsecamente politici. Ѐ successo sabato 29 a Roma. Mi stato chiesto di intervenire a un interessante seminario organizzato dalla commissione cultura della Sinistra Europea con la collaborazione della rete femminista di Rifondazione Comunista sul tema della libertà della scienza e sul rapporto tra scienza e fede. Lo scienziato Marcello Cini, coinvolto suo malgrado nell’ormai nota polemica contro la lectio magistralis di Benedetto XVI all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Roma “La Sapienza”, ha necessariamente giocato il ruolo di special guest, ma in ottima compagnia.
Giuristi, sociologici, filosofi, donne e uomini di scienza o attiviste del movimento femminista o glbt si sono confrontati sul valore della laicità intesa come spazio pubblico dentro cui realizzare un confronto proficuo tra visioni del mondo, consapevoli che anche la scienza non include ogni forma di comprensione dell’universo ma rappresenti di per sé una delle forme della conoscenza umana specializzata nella produzione di descrizioni, spiegazioni, previsioni ma anche manipolazioni di eventi e processi fisici, biologici, psichici e socio-culturali. Essa assume quindi i tratti di una attività umana tutt’altro che neutrale. Lo stesso Bacone alla fine del XVI secolo affermava infatti che essa avrebbe dovuto produrre una conoscenza activa et operativa, diventando dunque un agente di mutamento.
La scienza, per il suo compito di interpretazione e manipolazione del mondo sociale e naturale, è divenuta una componente fondamentale di ciò che noi moderni chiamiamo modernità a cui storicamente sono state assegnate valenze assolute, a volte angeliche a volte diaboliche. In fondo lo stesso Einstein affermava che tutti i concetti che si sono dimostrati utili a mettere ordine nelle cose, facilmente esercitano sugli esseri umani un’autorità così grande da far dimenticare le loro origini terrestri.
Per fare scienza occorre un insieme di apparati percettivi, cognitivi, valutativi che non sono inscritti nel Dna delle donne e degli uomini ma sono esosomatici, cioè elaborati e trasmessi attraverso codici culturali nell’interazione tra menti. Ma anche la mente non è un’entità idealisticamente disincarnata. Essa è piuttosto una “emergenza” del cervello. Per fare scienza occorre quindi un corpo che sappiamo essere sessuato.
Anche la conoscenza del mondo per mezzo di scienza non è dunque indipendente dagli stati dei soggetti conoscenti che la producono e la trasmettono. In questo senso, essa non è libera dal sistema di dominio maschile e non è un caso che le grandi polemiche bioetiche sulla libertà di ricerca riguardano spesso temi cari alle donne che attraverso la libera attività scientifica individuano un ulteriore spazio di emancipazione.
Per realizzare questo obiettivo della modernità bisogna dunque rivendicare uno spazio pubblico laico. Dice bene Luigi Ferrajoli quando riconosce la contraddizione di un mondo in cui tutti si definiscono liberali mettendo però in discussione il presupposto del liberalismo, cioè la laicità, lasciando intendere che la libertà rivendicata in epoca di liberismo è solo la libertà di mercato. In questo contesto si fortificano visioni integralistiche, presenti in tutte le religioni monoteistiche, che si realizzano nel tentativo ben espresso in Italia dalle gerarchie vaticane di unificare fede, verità, ragione e diritto.
Emerge il tentativo di aggredire i due elementi della modernità: l’affrancamento della scienza dalla fede; l’emancipazione del diritto da un’unica morale. La morale cattolica si propone come oggettiva, cioè fondata su una qualche ontologia che avanza la pretesa di traduzione in diritto dei propri precetti. Ne fuoriesce una sorta di cognitivismo etico che entra in contraddizione logica con le fondamenta stesse del liberalismo. Si propone una concezione monistica, di per sé totalitaria, contrapposta al pluralismo dell’etica laica. La pretesa di fare del diritto uno strumento di sostegno della morale lede la laicità della morale stessa che quando è autenticamente vissuta esclude il sostegno armato del diritto.
Occorre dunque rivendicare una forma di laicità autonoma dalla coscienza e da un’unica morale individuale che si contrapponga a ogni forma di integralismo, anche quello a volte espresso da alcuni pensatori laici. Per far questo è necessario dare una risposta immediata alla crisi della politica che rappresenta in primis una crisi della sfera pubblica. Quella della Chiesa in Italia è soprattutto una lotta che si configura nel tentativo di ridefinire le asimmetrie di potere interne alle società contemporanee facendo leva sulla debolezza etica espressa oggi dalla politica, o meglio, dai politici.
Se essere liberi vuol dire dare spazio alla propria soggettività a prescindere da una morale che sia la sola e unica, oggi dobbiamo riproporre una idea di laicità intesa anche come diritto all’immoralità.
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venerdì, marzo 07, 2008
8 marzo… una commemorazione rivoluzionaria
Domani passerò l’intera giornata a Firenze e questo mi impedirà di scrivervi proprio in un giorno in cui è importante che tutte le donne d’Italia si mobilitino e riflettino, per questo anticipo di un giorno il mio post. Esattamente 36 mesi fa dagli Stati Uniti scrivevo su questo blog un piccolo articolo sull’8 marzo. Il tono volutamente provocatorio scatenò un dibattito con toni anche duri. Oggi mi sento di riproporre le stesse riflessioni proprio per il profondo rispetto che ho verso il genere femminile che ha saputo portare nella politica italiana e mondiale una ventata di laicità e modernizzazione. Un genere che si è fatto promotore di una rivoluzione culturale rendendosi soggetto protagonista di un processo radicale di rinnovamento dei costumi e delle istituzioni. Una rivoluzione permanente che, a momenti alterni, continua a spingere per uno sviluppo in senso progressivo delle società contemporanee malgrado gli attacchi portati al cuore delle libertà civili da parte delle truppe neonconservatrici e dai leader delle “dittature democratiche” contemporanee. Mi sento di dedicare queste riflessioni a tutte quelle donne che oggi si mobilitano in Italia per rivendicare il loro sacrosanto diritto all’autodeterminazione, contro chi le vorrebbe ridotte a meri contenitori di vita astratta, a chi le vorrebbe subalterne a una logica familiare che sempre più mostra le sue contraddizioni in una relazione asimmetrica di potere con gli uomini. Dedico queste parole a tutte quelle donne che nel mondo non rinunciano a rivendicare la propria soggettività rivoluzionaria, in Palestina, in India, nel Mali, in Afghanistan, in Iran, come negli Stati Uniti e in Europa … consapevole che un nuovo corso è forse cominciato.
Oggi, care donne, è il vostro giorno di libera uscita. Già me lo immagino. Ristoranti di classe, pizze collettive tra amiche, locali trasgressivi con allegato spogliarellista che si struscia su ogni signora per evitare che qualcuna ci rimanga male. Insomma. Per oggi i ruoli si invertono. Giocate a fare gli uomini, amate il branco, la comitiva, il sesso fine a se stesso. Godetevi queste ventiquattro ore di uguaglianza, anzi di disuguaglianza al contrario, che poi domani si torna a casa a servire e riverire il vostro bel maritino che è stato tanto carino da concedervi questo strappo alla regola, ma che starà lì ad aspettarvi e a ricordare con un semplice sguardo che siete e resterete cittadine di serie B.
È veramente questo che intendete per parità? Allora sentite questa storiella e meditate. Marzo 1908, New York, le operaie dell’industria tessile Cotton organizzano uno sciopero per protestare contro le terribili condizioni di lavoro. La protesta si protrae per alcuni giorni, finché il proprietario Mr. Johnson decide di bloccare tutte le uscite. Qualcuno appicca il fuoco e 129 operaie rimaste prigioniere muoiono asfissiate o arse dalle fiamme. Era l’ottavo giorno del mese. Successivamente, una marxista rivoluzionaria di nome Rosa Luxemburg, avrebbe proposto proprio quella data, in memoria della tragedia, come giornata di lotta internazionale per i diritti delle donne e dei lavoratori.
Inizialmente le celebrazioni per l’8 Marzo rimasero circoscritte agli Stati Uniti ma presto si diffusero in tutto il mondo come giorno di lotta e di rivendicazioni. Non so cosa questo giorno significhi oggi in America, ma da noi simboleggia la liberazione delle donne dalla condizione di subalternità a cui erano state relegate dalla religione, dalle tradizioni, dalla politica, di sinistra e di destra. Da noi questo giorno rappresenta il referendum sull’aborto, sul divorzio, la legge contro la violenza sessuale, l’obbligo del rispetto delle quote nelle candidature agli uffici pubblici, il sacrosanto diritto delle donne all’autodeterminazione sul proprio corpo. Questo rappresenta.
Ricordate che se serve un giorno per festeggiare qualcosa, vuol dire che questo qualcosa è talmente raro e importante nella sua soggettività da meritare l’attenzione e il rispetto di tutti. Care donne, dunque, non rinunciate a questa soggettività, non sperate in una uguaglianza elargita. Rivendicate la vostra diversità, indossate le vostre gonne e ricominciate a lottare.
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mercoledì, gennaio 11, 2006
Donne e diritti civili
Il 14 Gennaio dalle 14:30 la città di Roma, a Piazza Farnese, ospitera la dimostrazione “Tutti in Pacs – festa delle libertà civili”, dedicata ai patti civili di solidarietà e ai diritti di Gay, Lesbiche e trans. All’iniziativa hanno già aderito decine di associazioni e i partiti politici della sinistra laica (Ds, Prc, PdCI, Verdi, Rosa nel Pugno). Contemporaneamente a Milano, da Piazza Duca d’Aosta, partirà il corteo organizzato dalle associazioni femminili in difesa della legge 194 e del diritto della donna all’autodeterminazione sul proprio corpo. Inutile dire che le due iniziative sono legate da un unico filo rosso contro gli attacchi della destra di governo e delle gerarchie ecclesiatiche ai diritti di genere e di orientamento sessuale. Il mio invito è quello di partecipare a chi può o di aderire alle tante iniziative che altri comuni hanno predisposto per quella stessa giornata. Io purtroppo non potrò esserci. Dopodomani sarò a Berlino con una delegazione di Rifondazione che partecipa a un’iniziativa del Partito della sinistra europea che da alcuni anni celebra l’anniversario dell’uccisione di una grandedonna, Rosa Luxemburg. Per quei pochi che non la conoscessero,
la Luxemburg nacque a Zamosc in Polonia nel 1871. Era l'ultima di cinque figli di una famiglia ebrea poverissima. A 15 anni aderì al movimento rivoluzionario polacco; non ancora diciottenne dovette espatriare clandestinamente per sfuggire all'arresto. A Zurigo intraprese gli studi di scienze naturali, per poi passare a quelli di scienze politiche. Dopo la laurea contrasse un matrimonio fittizio (si separò dopo qualche anno) allo scopo di acquistare la cittadinanza tedesca e poter così lavorare nel Partito socialdemocratico. La giovane diventò presto uno degli agitatori più popolari del movimento operaio tedesco. Nel 1904 subì la prima detenzione, di tre mesi, per lesa maestà; tornò in carcere per qualche mese l'anno successivo, quando si recò a Varsavia in occasione della prima rivoluzione russa. Nel 1914 Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e altri, contrari alla guerra, uscirono dal Partito socialdemocratico tedesco che, come la maggioranza dei partiti operai dell'epoca, non si oppose alla politica di aggressione nazionalista realizzata dalle classi dominanti del proprio paese. Dalla scissione nacque nel 1916
la Lega Spartaco , che sarebbe diventata alla fine del 1918 il Partito comunista tedesco. Rosa Luxemburg, già incarcerata nel 1915 per propaganda antimilitarista, fu di nuovo arrestata e detenuta per più di due anni senza condanna, come misura di sicurezza. In carcere studiò e scrisse; intanto scoppiò in Russia la rivoluzione del 1917 cui seguì in Germania una grande ondata di scioperi culminati nel novembre 1918 con l'abdicazione dell'imperatore. Uscita dal carcere in precarie condizioni di salute, Rosa fu animatrice dell'organo di propaganda spartachista "Rote Fahne". Ricercata dalla guardia civica del nuovo governo repubblicano guidato dai socialdemocratici, dormiva ogni notte in un albergo diverso sotto falso nome. Nel gennaio 1919, dopo l'insurrezione degli spartachisti, i socialdemocratici posero una taglia di 100.000 marchi sulla Luxemburg e Liebknecht. Arrestati entrambi il 15 gennaio, furono assassinati durante il trasporto in auto al carcere. Rosa Luxemburg aveva 48 anni. Il suo corpo, gettato in un canale, fu trovato solo alcuni mesi dopo; le autorità riuscirono a impedire che fosse sepolto a Berlino, per timore di manifestazioni e incidenti. La prima opera di Rosa Luxemburg fu “L'accumulazione del capitale”, pubblicata a Berlino nel 1913. L'autrice così ricorda: “Il periodo in cui scrissi "L'accumulazione" è tra i più felici della mia vita. Vivevo come in uno stato di ebbrezza, giorno e notte non vedevo e non sentivo altro che questo unico problema il quale si sviluppava così bene davanti a me, e non saprei dire cosa mi dava più gioia: il processo del pensiero, quando rigiravo una questione intricata passeggiando lentamente su e giù (...) oppure la stesura, il fatto di dare una forma letteraria con la penna in mano. (...) Ho scritto l'intero libro d'un fiato, in quattro mesi". Questo modo di creare, tipico più di un'opera d'arte che di un saggio scientifico, ne fa un lavoro affascinante ma di difficile interpretazione. Rosa non aveva altra intenzione che quella di divulgare il Capitale di Karl Marx (1818-1883), convinta del fatto che l'economia politica vi trovasse il proprio coronamento. Ma partendo dal modello della riproduzione allargata del capitale, la studiosa spinse la propria analisi oltre il punto in cui Marx si era fermato, considerando la possibilità che gli investimenti dei capitalisti risultino insufficienti rispetto al livello di equilibrio dinamico. Ampliò lo schema marxiano in due sensi. Da un lato, considerò i paesi non capitalisti (nuovi mercati di sbocco che rendono possibile l'espansione capitalista, data l'insufficienza degli investimenti interni); dall'altro, esaminò l'influsso dello Stato sulla produzione (tramite le spese belliche, finanziate con il prelievo fiscale). Fornì così un'analisi teorica dell'imperialismo. Assieme a Tugan-Baranovskiy e a Nikolaj Lenin, Rosa Luxemburg è stata tra i primi a servirsi degli schemi marxiani di riproduzione del capitale, delineandone la validità universale e quindi anche per la pianificazione socialista. Malgrado la sua importanza, “L'accumulazione del capitale” fu accolta con ostilità dai marxisti di allora. Le esigenze della propaganda e della lotta politica prevalevano su ogni considerazione scientifica, tanto più su un tema allora scottante quale la possibilità di evoluzione e crollo del capitalismo. Per questo i dirigenti socialdemocratici, impegnati a dare un'impronta moderata al movimento operaio, considerarono “L'accumulazione” un libro dannoso e irresponsabile. Oggi noi celebriamo una grande rivoluzionaria. Una donna.
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mercoledì, dicembre 07, 2005
Abbiamo bisogno di voi, gente del mondo
Chi di voi sa che sabato scorso (3 dicembre) una imponente manifestazione di circa 50.000 persone (malgrado la pioggia) ha attraversato le strade di Roma? Chi di voi sa che quella manifestazione è stata organizzata da migranti, perlopiù senza permesso di soggiorno? Chi di voi sa che questi migranti hanno deciso di autorganizzarsi per reclamare diritti, dignità, cittadinanza? Chi di voi sa che quelle donne e quegli uomini, sotto la pioggia battente, hanno invocato un mondo diverso e il loro diritto sacrosanto al perseguimento della felicità, il loro diritto al sogno, alla prospettiva? Nessuno, vero? Ma non è colpa vostra, ma dei mass media. Nessun telegiornale nazionale o regionale, nessun giornale (tranne il manifesto e liberazione) hanno fatto menzione dell’avvenimento. Troppo rivoluzionario, troppo sovversivo, perché il mondo potesse esserne messo a conoscenza. Questa è l’informazione mediata dai poteri forti. Non tutto è degno di essere comunicato, non tutto deve essere svelato. Tanto meno la rabbia di una moltitudine che deve giacere negli stereotipi borghesi che la vogliono malata, deviante, folla criminale e criminogena. Non è così. Sabato a Roma, ha sfilato la parte migliore di questo mondo malato. Ha sfilato la vita, anche la nostra vita. Con una lettera simbolica rivolta a quella moltitudine il regista teatrale Pippo Delbono ha voluto onorarli sabato stesso sulle pagine di Liberazione. Ve la ripropongo integralmente:
«Immagini sparse, confuse, mi arrivano da ricordi di volti stranieri. Echi di preghiere lontane. Grida, colori, sapori diversi. C’è qualcosa sempre più uniforme nel nostro paese, apparentemente variopinto, profondamente uniforme. Abbiamo perduto, come diceva Pasolini, i dialetti, le radici profonde di identità diverse. Parliamo con le stesse parole. Facciamo nostri slang linguistici inventati abilmente da altri. Portiamo gli stessi colori, gli stessi odori. Guardiamo attraverso le stesse lenti. Ma soli. Chiusi. Ricordo dei bambini in un paese straniero che saltavano e saltavano sui piedi enormi gonfi. E ridevano, come sfidando una sorte avversa. E degli altri occhi luminosi, accoglienti, di bambini figli di una terra da poco uscita da una terribile dittatura. Una terra di colori forti. Accecanti. Con il cielo pieno di stelle. “Guardare le stelle. E cambiare il mondo con un eclisse d’argento. Stiamo tutti per andarcene cercando di rimanere attaccati ai nostri volti. Ai nostri nomi. Per sempre”. Parole che sto dicendo nello spettacolo “Gente di plastica” ora qui a Parigi, ricordando una donna che non ha potuto accettare la solitudine di questo nostro male di vivere. Mi ricordo, in un paese in fondo all’Africa, seduto a guardare per molte ore uno strano insolito teatro. Attorno ad una pozza d’acqua. Di notte. Una scimmia entrava. Saltellando. Beveva. Si guardava intorno. E poi velocemente correva via. E poi lento un rinoceronte. Beveva, guardava e piano piano andava via. E poi dopo di lui una iena, sinuosa, scattante. Beveva. Guardava. E sfrecciava via. Una lunga fila di elefanti, dal passo pesante, silenziosi, che insieme bevevano e insieme andavano via. C’era qualcosa di sacro, in questa danza di animali così diversi per forma, colore, ritmo. E io fermo, incantato, a guardare quella straordinaria diversità che creava un’armonia nuova. Abbiamo bisogno di voi che portate colori, odori, suoni, ritmi diversi. Abbiamo bisogno noi per finalmente iniziare a danzare. Per non morire»
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martedì, luglio 12, 2005
Ma quali civiltà
Il terrorismo, la guerra, il fatidico scontro tra civiltà. Che sciocchezze. Ecco ciò che "l’altra civiltà" produceva tanti secoli fa. Come faccio a considerarmi superiore ad essa. Oggi niente critica politica. Vi propongo solo una poesia scritta nel XIII secolo da Jalal-ud Din Rumi, fondatore della confraternita sufi dei 'dervisci danzanti', è uno dei più grandi poeti mistici d'ogni tempo. Un profeta gioioso, un cantore di fede e di speranza ancora poco noto al pubblico italiano, una pillola tratta da una raccolta di sorprendenti racconti tratti dal suo capolavoro 'Mathnawi-i ma'nawi', un monumento letterario che conta più di 26000 versi.
Il rubino
Un’amata chiese all’amante:
“Chi ami di più, te stesso o me?”.
“Dalla testa ai piedi sono diventato te.
Di me non rimane che il nome.
La volontà l’hai tu. Tu sola esisti.
Io sono scomparso come una goccia d’aceto
in un oceano di miele”.
Una pietra diventata rubino
è colma della qualità del sole.
Niente della pietra vi resta.
Se ama se stessa, ama il sole;
se ama il sole, è se stessa che ama.
Non c’è differenza tra questi due amori.
Prima di divenire rubino la pietra è nemica a se stessa.
Non uno esiste, ma due.
La pietra è oscura e cieca alla luce.
Se ama se stessa è infedele, si oppone
intensamente al sole.
Se dice “io” è solamente tenebra.
Un faraone si proclama divino e viene abbattuto,
Hallaj dice lo stesso ed è salvato.
Un io è maledetto, l’altro io benedetto.
Un io è una pietra, l’altro un cristallo.
Uno è un nemico della luce, l’altro la riflette.
Nell’intimo della propria coscienza, e non
mediante una dottrina,
è uno con la luce.
Lavora alle tue qualità di pietra
e diventa splendente come il rubino.
Pratica la rinuncia e accetta le difficoltà.
Vedi sempre la vita infinita nella morte dell’io.
La tua pietra scemerà, si accrescerà la tua natura di rubino.
I segni dell’esistenza individuale lasceranno il tuo corpo
e l’estasi ti prenderà.
Diventa tutto udito come un orecchio
e otterrai un orecchino di rubino.
Scava un pozzo nel centro di questo corpo,
o prima ancora che il pozzo sia scavato
lascia che lo spirito attinga l’acqua.
Impegnati sempre a raschiare la sporcizia dal pozzo.
A tutti quelli che soffrono
la perseveranza reca buona sorte.
Il Profeta ha detto che ogni prostrazione in preghiera
è un colpo alla porta del cielo.
Se si continua a bussare,
la felicità rivela il suo volto ridente.
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giovedì, giugno 16, 2005
Recuperare il pensiero critico femminista
Come nota Lea Melandri, malgrado il risultato a nostro avviso catastrofico, il referendum sulla legge 40 ha avuto se non altro il merito di porre all’attenzione pubblica tematiche complesse e che non accettano semplificazioni. Quelle stesse semplificazioni ideologiche di cui anche io, per la natura stessa dello strumento telematico che utilizzo, sono stato spesso vittima. La grande questione della fecondazione in vitro, e cioè della separazione del concepimento dall’atto sessuale tradizionale, l’isolamento dell’embrione, la riduzione dei ruoli sociali di padre e madre alle loro cellule germinali (ovuli e spermatozoi), la transizione del controllo del corpo femminile in seno alla famiglia, dalla relazione dolce e violenta al tempo stesso che è propria della relazione amorosa alla dimensione scientifica e legislativa. Temi che impongono un approccio quanto meno problematico che non può ridursi in una semplice invettiva contro il ruolo ipertrofico della Chiesa di Roma nella politica e società italiana. Emerge in tutto ciò una crisi del pensiero laico che tutt’al più si riduce in sterile laicismo che propone una dogmatica e, abbiamo visto, perdente contrapposizione alla rinascita di spiriti religiosi che si realizzano in una morale misogina e sessuofobica. Lo abbiamo notato già nel grande fenomeno di massa rappresentato dalle esequie di Giovanni Paolo II e nella debolezza reattiva del popolo laico paralizzato da un evento che preoccupava e affascinava al tempo stesso. Eppure i dogmi ideologici del laicismo o anche di uno spiritualismo spinto non sembrano sufficienti a far fronte alla complessità sociale imposta da una modernità radicale che ci pone di fronte a questioni particolari come lo smantellamento dei confini noti tra pubblico e privato, tra corpo e macchina, natura e artificio, tempo sociale e tempo virtuale. Di fronte a questo io mi chiedo, è forse il caso, come sta avvenendo, di appaltare la dimensione privata e ontologica, cioè bioetica, alla sola sfera religiosa, limitandosi da laici a preoccuparci del pubblico? Io credo di no. Credo che oggi sia necessario riscoprire la grande portata laica che in Italia e nel mondo è stata rappresentata dal pensiero critico delle donne. Una grande cultura della vita e della differenza che oggi può fare argine ai rischi di dittatura dello Stato e della religione al tempo stesso sui corpi e sulle menti degli individui. Smetteremmo di identificare quelle donne, che all’epoca contribuirono alla crescita culturale delle società moderne, con delle ridicole “streghe” e ci renderemmo conto della forza propulsiva che il loro pensiero e la loro azione sprigionarono.
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mercoledì, maggio 11, 2005
Ha inizio la campagna referendaria
Ha ufficialmente inizio la campagna per il referendum che il 12 e 13 giugno punterà ad abrogare la legge 40 sulla fecondazione assistita. Il Comitato referendario ha lanciato la sua lotta per il Sì ai quattro quesiti e contro l’astensionismo sponsorizzato dalla Curia e dal centrodestra. Marco Cappato (radicale), Lanfranco Turci (Ds) e Lella Costa, nella conferenza stampa di ieri, fanno appello a tutte le donne, cattoliche e non, per mobilitarsi in quella che si configura da subito come una vera propria battaglia di civiltà contro una legge che limita la libertà di scelta, ripropone una visione della donna come essere per sua natura moralmente dubbio e limita gravemente la libertà della ricerca scientifica. Toccante l’intervento di Mario Stefanini, presidente dell’Associazione Fibrosi Cistica, quando afferma che dal giorno in cui questa legge della vergogna è stata approvata in Parlamento, l’intero mondo è crollato addosso a tutti coloro che come lui confidano nei progressi della scienza per trovare una cura alla propria malattia. Bertinotti fa appello a tutti i cattolici affinché disobbediscano ai vertici ecclesiastici che attraverso la proposta di astensione puntano al fallimento del referendum. Non si tratta di una tematica che debba dividere laici e cattolici, come non lo fu all’epoca dell’aborto e del divorzio, quando la maggior parte dei cristiani praticanti si schierò a favore del progresso sociale e dell’autodeterminazione delle donne. Si tratta altresì di una mobilitazione che deve coinvolgere attivamente tutti coloro che credono veramente in una società aperta fondata sul pluralismo e sul dialogo, contro chi invece preme per un ritorno allo Stato etico, dove le leggi siano ispirate da un’unica morale piuttosto che calibrate sui reali interessi dei cittadini. L’astensionismo in questo caso è una scelta debole, perché vuol dire rinunciare a una testimonianza forte a prescindere dalle proprie intime convinzioni morali. Anche nel Polo arrivano le prime defezioni rispetto alla posizione ufficiale dei partiti del centrodestra. Lo stesso Fini, creando non poco marasma tra le file dei suoi alleati, dichiara che probabilmente andrà a votare Sì ad almeno tre dei quattro quesiti. Così come
la Ministra Prestigiacomo che proprio non se la sente di tradire il proprio genere, anche se in Parlamento entrambi hanno dato il loro contributo all’approvazione di questa legge nefanda. Il mondo della libera scienza si mobilita interamente a favore dei quesiti referendari e Umberto Veronesi accetta di fare da testimonial per i comitati per il Sì. Contro ogni oscurantismo. Contro ogni Medioevo.
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lunedì, maggio 09, 2005
Che comodità l’assoluto!
A Topeka, nel Kansas, una commissione di repubblicani eletta democraticamente dai cittadini sta seriamente prendendo in considerazione l’ipotesi di cambiare i programmi scolastici e smettere di raccontare le frottole di Darwin sull’evoluzione biologica della specie per recuperare la vecchia posizione antiscientista. L’uomo discende da Adamo ed Eva, il mondo è stato creato da Dio in sei giorni e il settimo se l’è preso di riposo. Non c’è da stupirsi in un paese in cui Dio è nominato in ogni discorso e in cui ogni guerra sanguinaria è giustificata da una retorica pseudoreligiosa. Anche il nuovo Papa tuona contro la dittatura del relativismo. Poco male, lui fa il suo mestiere, mentre suona un po’ più strano il sostegno all’Assoluto proveniente da quegli intellettuali italiani che sono stati comunisti, poi craxiani, poi liberal-berlusconiani, oggi neoconservatori filoamericani. Persone che senza una concezione relativista della vita non avrebbero potuto mai giustificare il loro trasformismo identitario. Ma forse hanno ragione. Ma che ci frega in fondo di esaltare la responsabilità individuale se possiamo limitarci a credere che la vita sia subordinata a un’entità superiore. È facile, basta solo essere un po’ più fessacchiotti e rinunciare al libero pensiero e alla critica. Se proprio dobbiamo regredire culturalmente di cinquecento anni tanto vale farlo subito, magari con decreto ministeriale. Pensate che comodità. Niente più ricerca scientifica, così immorale e costosa. Con in soldi risparmiati pensate a quante belle autostrade si potrebbero costruire e magari, perché no, anche l’ormai mitologico ponte sullo stretto di Messina, che
la Mafia attende da anni per accaparrarsi gli appalti di costruzione. È molto meglio recuperare l’estetica del dogma piuttosto che rivendicare la complessità della contaminazione tra diversi. Almeno non ci porremmo il problema di una guerra ingiusta solo perché rivolta contro chi prega un altro Dio. Potremmo anche recuperare un po’ di sano maschilismo contro lo spirito ambiguo delle donne, esseri senz’anima che vogliono conquistare il mondo sfruttando la loro naturale propensione al raggiro. Si spiegherebbero tante cose, dalla TV spazzatura alla prostituzione. Potremmo anche recuperare la vecchia convinzione che l’uomo e la terra siano al centro dell’Universo e che il sole le giri intorno. Si potrebbe anche organizzare qualche bel rogo per quegli astronauti che tornano dai loro viaggi dimostrando di essere malefici stregoni. E poi immaginate che bello non vedere più in televisione preti e teologici che ci raccontano che un embrione è equivalente a un ragazzo di diciotto anni che vota e guida la macchina. E poi, diciamocelo, questi embrioni fuori dal sacro vincolo matrimoniale sono proprio una gran porcheria.
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giovedì, maggio 05, 2005
Di ignoranza si muore
Giusto un’informativa. Secondo il “Quinto rapporto sullo stato delle madri nel mondo”, presentato due giorni fa dai rappresentanti dell’organismo “Save the Children”, più di un milione di bambini e circa 70.000 madri adolescenti muoiono ogni anno nei paesi in via di sviluppo. Tra le cinquanta Nazioni individuate come quelle più a rischio, spiccano i paesi dell’Africa sub-sahariana, Nigeria in testa poi seguita da Burkina Faso, Etiopia, Mali, Guinea Bissau, Ciad, Sierra Leone, Yemen, Repubblica Centro-Africana, Mauritania, ecc.. Il campione della ricerca ha coinvolto 119 paesi adottando 6 indicatori di benessere femminile (rischio di mortalità materna, percentuale di donne che fanno uso di contraccettivi, percentuale di nascite assistite da personale medico, percentuali di puerpere anemiche, partecipazione politica delle donne) e 4 indicatori del benessere infantile (mortalità, tasso di iscrizione scolastica, accesso all’acqua potabile, percentuale di bambini sotto i cinque anni con gravi o lievi carenze nutrizionali). I dati sono disastrosi. Risulta che rispetto alla Svezia, alla Finlandia, alla Danimarca, che presentano, come ci si aspettava, dei tassi largamente positivi, una mamma di uno dei dieci paesi in fondo alla graduatoria è 26 volte più esposta al rischio di veder morire il proprio bambino entro il primo anno di vita ed è esattamente 750 volte più esposta al rischio di morire essa stessa durante la gravidanza o il parto. Il grave problema, denunciano gli esponenti di Ong che lavorano sul tema, è l’educazione. Il tasso di mortalità femminile e infantile cala vertiginosamente laddove esistono buone possibilità di istruzione per le giovani donne che imparano a ripararsi da gravidanze precoci facendo uso di contraccettivi o facendo ricorso a personale medico specializzato in caso di complicazioni durante la gravidanza e il parto. L’appello ai paesi ricchi, che dovrebbero discutere anche di questo nel G8 che si terrà in Scozia nel mese di Giugno, è quello di promuovere programmi di formazione ed educazione sessuale in questi luoghi dove l’ignoranza sovente uccide.
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martedì, maggio 03, 2005
Ancora sui matrimoni omosessuali
Mi rattrista registrare il deficit di cultura liberale che caratterizza la classe politica italiana. Le reazioni dei nostri politici alla scelta laica e moderna di Zapatero relativamente ai matrimoni tra persone dello stesso sesso è stata tiepida, a sinistra, addirittura riluttante, a destra. La giustificazione è debole almeno quanto lo spirito che la sostiene. Si dice che è assurdo parlare di matrimoni gay e lesbo in un paese in cui ancora non sono previste le unioni civili tra coppie eterosessuali. È vero, anche su questo siamo in madornale ritardo, ma c’è una differenza. Le coppie etero hanno la possibilità di scegliere se contrattualizzare la loro unione attraverso il vincolo matrimoniale o meno. Agli omosessuali questo non è garantito. E se il fine primario di uno Stato democratico di diritto è quello di non produrre discriminazioni in base a censo, razza o cultura, allora dobbiamo fare ancora molti passi avanti. Fino a quando gli omosessuali non vedranno riconosciuto il proprio amore dalle regole dello Stato anche la società continuerà a etichettarli in senso dispregiativo. La morale, in uno paese democratico e liberale, non può essere né morale di Stato, né tanto meno di Confessione, ma deve essere legata al diritto di ognuno di scegliere sulla base della propria responsabilità individuale, secondo quel percorso tutto soggettivo finalizzato al perseguimento di una condizione di felicità.
Mi torna in mente la lettera aperta che quasi un anno fa Sherman Stein, un professore di matematica in pensione, mandò al Los Angeles Times nell’ambito di un dibattito analogo che si svolgeva all’epoca negli Stati Uniti. Egli raccontava del travaglio dovuto alla scoperta, circa un quarto di secolo fa, della omossessualità della figlia. Pur nella semplicita' dei ragionamenti, Stein sfoderava alcuni rigorismi che vale la pena riproporre. La presa di coscienza della diversità della figlia fu inizialmente scioccante per un uomo educato ai principi tradizionali della sessualità e della famiglia. Ma nel corso degli anni egli aveva avuto modo di riflettere e di guardare l’omosessualità con occhi diversi. Aveva sempre pensato alla parola "matrimonio" come a un'unione quasi sacra tra un uomo e una donna, senza possibilità di deroghe. Oggi si rende conto che esso può tranquillamente estendere il suo significato senza che il senso tradizionale ne venga intaccato. Il concetto di matrimonio non viene messo in discussione da un'estensione del suo significato, né l'unione tra individui dello stesso sesso può intaccare l'equilibrio familiare più di quanto non accada in un nucleo in cui entrambi i partner sono costretti a lavorare full time. In fondo quasi tutte le parole cambiano significato adattandosi a pratiche sociali in continuo mutamento. Basti pensare al "voto". Inizialmente era ristretto agli uomini bianchi e con un certo reddito. Con il tempo il suffragio si è esteso a tutti gli uomini con residenza. In America, prima che iniziasse
la Guerra Civile , nella seconda metà del XIX secolo, quasi tutti gli uomini bianchi avevano il diritto di voto. Dopo la sconfitta dell'esercito Confederale e l'eliminazione della schiavitù, esso fu esteso anche agli uomini di colore. Nel 1920 le donne poterono finalmente dire la loro, fino ad arrivare ai nostri giorni in cui chiunque abbia compiuto il diciottesimo anno di età ha il diritto di eleggere i propri rappresentanti. Si tratta di trasformazioni pratiche e relazionali che avvengono senza che il termine "voto" o "suffragio" sia stato messo in discussione nel suo significato sostanziale. Lo stesso probabilmente accadrebbe nel caso si estendesse il significato del termine matrimonio, con una sola madornale differenza. Le trasformazioni delle pratiche di voto sono state storicamente molto più destabilizzanti. I matrimoni gay non mettono in pericolo le famiglie tradizionali, mentre l'estensione del suffragio ha comportato l'eliminazione di privilegi e sovente lo stravolgimento degli assetti di potere precedentemente esistenti. Non possiamo sapere il motivo per cui alcuni di noi sono eterosessuali e altri omosessuali. Forse è una questione genetica o forse, e più probabilmente, una questione unicamente culturale, come nel caso del concetto più generale di mascolinità e femminilità. Una cosa è certa. L'orientamento sessuale, tanto più in società che si definiscono liberali, non può diventare un motivo di discriminazione. E se si è accettato il suffragio universale come motore e sintomo di un mutamento sociale in senso progressivo, lo stesso, forse, si può fare con il matrimonio e con la famiglia.
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giovedì, aprile 28, 2005
Ancora su relativismo e sincretismo
Credo che dopo alcuni giorni dall’elezione del nuovo Pontefice sia il caso di recuperare seppur brevemente il ragionamento sul senso del relativismo e del sincretismo, attaccati pubblicamente dall’ancora cardinale Ratzinger. Accenno a questo episodio solo per trarne uno spunto di riflessione, ma da ora in poi non nominerò più il nuovo papa. L’antropologia, da Malinowski in poi, ci insegna che il relativismo vuol dire, né più né meno, cogliere il punto di vista dell’altro, rinunciando, almeno analiticamente, a ogni etnocentrismo. Questo mostra che i valori, lungi dall’essere “universali”, sono in realtà “decentrati” e legati al contesto storico-sociale da cui vengono generati. Il relativismo oggi configge direttamente con la cultura totalitaria che è propria di ogni razzismo e dei passati fascismi, proponendo una visione della diversità come prodromica al confronto e mostrando una visione dialogica e plurale delle culture odierne. Un approccio tanto più importante quanto più lo si colloca nelle moderne realtà globalizzate in cui la tradizione si delocalizza perdendo gli ormeggi territoriali del passato. Quanto al sincretismo, esso va collocato storicamente. Per anni ha rappresentato l’unica possibilità di salvezza per quei popoli colonizzati ai quali non si chiedeva solo forza-lavoro ma anche una conversione delle menti in nome del monologismo di stampo cristiano-cattolico. Per sopravvivere fisicamente e culturalmente, questi popoli ridotti in schiavitù hanno dato prova di conversione spirituale alla religione dei padroni occidentali contaminandola con pratiche culturali proprie delle religioni originarie. Questo si è verificato in Africa come in Sud-America. Il sincretismo in questo senso è la contaminazione che, al fianco del relativismo, rappresenta oggi l’unica forma possibile di confronto non ridotto a scontro tra sistemi culturali internamente esaustivi e reciprocamente esclusivi, cioè totali. Come scrive Massimo Canevacci, antropologo alla Sapienza di Roma, il sincretismo culturale “è la dialogica trasformata in polifonie mutanti”, niente di pericoloso. Solo un antidoto contro l’assoluto che, non so a voi, ma a me spaventa.
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mercoledì, aprile 27, 2005
Sulla droga, nessuno scontro ideologico
L’Europa cerca una posizione comune sul problema del traffico di droga e della tossicodipendenza. La constatazione di base è il fallimento della campagna Onu “Un mondo senza droga”. Lo stesso Frattini, Commissario alla Giustizia e Affari interni dell’Unione, si rende conto della necessità di affrontare la questione evitando scontri ideologici e partendo dall’analisi dei dati reali. Questi dati parlano di moltissimi giovani e non che decidono liberamente e senza condizionamenti di fare uso di droghe, leggere o pesanti. Questi dati parlano di società chiuse che criminalizzano i comportamenti tossicomani costringendo migliaia di cittadini all’emarginazione e al consumo di droga in condizioni igieniche disastrose. Non tutti questi consumatori sono “recuperabili”. Le terapie sono dunque due: la prima, su cui si orienta la destra italiana, è quella della “tolleranza zero”: il tossicodipendente è sostanzialmente un criminale e in quanto tale va trattato. La seconda è quella che si basa sulla libertà di scelta dell’individuo e sulla necessità che lo Stato si faccia carico, da un lato, del recupero psicologico e del reinserimento sociale dei cittadini coinvolti; dall’altro, di evitare la creazione di sacche ampie di emarginazione sociale prodotte da quella criminalizzazione di cui si è accennato. In questo senso il Lussemburgo offre un esempio da prendere in considerazione, avviando sperimentalmente l’apertura di sale per il consumo di eroina sotto il controllo pubblico. In questo modo, nota il Ministro della Sanità Mars Di Bartolomeo, si sostiene un processo finalizzato a un consumo critico e responsabile, si garantiscono le condizioni igieniche necessarie, si evita che i tossici si droghino per strada, si sottrae il cittadino tossicodipendente al traffico illegale e alla mafia e si avvia un processo di recupero, se possibile, dei soggetti meno coinvolti nel tunnel della droga. Mi sembra una posizione ragionevole e liberale per affrontare quello che diventa problema solo quando etichettato moralmente e in taluni casi giuridicamente come atteggiamento deviante, con tutto il portato di odio ed esclusione sociale che ne consegue. Nell’audizione pubblica della Commissione Libertà del Parlamento Europeo, assenti popolari ed eurodestra, hanno partecipato i rappresentanti istituzionali di molti paesi dell’Unione oltre a 98 rappresentanze di organizzazioni che operano nel settore. L’obiettivo è quello di formulare una proposta avanzata e non ideologica da presentare alle Nazioni Unite nel 2008. Se i perbenisti della destra nostrana non ci mettono lo zampino, forse ci avviamo una soluzione veramente democratica.
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martedì, aprile 26, 2005
Le pietre dell’ignoranza
Aveva solo ventinove anni Amina Aslam, una giovane ragazza afgana uccisa per lapidazione per mano paterna perché considerata adultera. Erano cinque anni che il marito era fuori casa senza pensare al sostentamento materiale della moglie che per questa ragione aveva chiesto il consenso alla separazione. Ma non c’è stato nulla da fare. La sua presunta relazione con un altro uomo, che se l’è cavata (si fa per dire) con cento frustate, era stata scoperta. Un’onta troppo grande per la famiglia che le ha applicato letteralmente la shari’a condannandola a una morte tra le più atroci, malgrado il nuovo governo Karzai abbia equiparato giuridicamente donne e uomini. Secondo la legge coranica, ma tracce analoghe sono presenti anche nella Bibbia, le pietre usate per la lapidazione non devono essere troppo piccole né troppo grandi, occorre che la condannata o il condannato non muoia troppo presto. Qui sta l’atrocità del gesto. È una morte violenta, dolorosa, che implica un contatto diretto con i tuoi esecutori. Gli uomini vengono seppelliti fino alla vita, mentre le donne fino al petto, di modo che il cranio sia il principale bersaglio. Il primo colpo stordisce, i successivi sono i peggiori. Il più delle volte ci vogliono alcuni minuti prima che la condannata perda definitivamente i sensi, ma nel frattempo gli occhi schizzano fuori dalle orbite e il viso si sfracella letteralmente sotto i colpi inferti da coloro che si era abituati a considerare i propri cari. È l’effetto di quella misoginia integralista che trova nell’ignoranza e nella tribalità il proprio brodo di coltura e che non può essere contenuto neanche da un sistema giuridico più avanzato, specie in una democrazia importata con la guerra, le cui regole ascritte non si fondano su un sistema di valori sedimentati. Non basta la democrazia formale per cambiare una società, specie se divisa e complessa come in molte zone del Medioriente. Occorre puntare non sulle regole ma sulla trasformazione delle menti. Promuovere un processo di alfabetizzazione che consenta di rompere con una tradizione che si accanisce contro il corpo della donna perché incapace di reagire laicamente a ciò che non si può controllare e cioè una sessualità latente che è anche una potenzialità creativa, fonte di potere simbolico e in taluni casi economico. Ma non occorre arrivare ai casi estremi per rendersi conto che anche in Occidente è difficile trovare paesi in cui la donna non sia oggetto di discriminazioni. Questo la rende un grande soggetto rivoluzionario. Questo capirono le femministe degli anni Settanta che seppero legare le loro lotte a quelle degli operai in nome di una comune condizione di subalternità, inventando una nuova pratica politica antagonista e rivoluzionaria nella sua dimensione processuale fondata su un’azione sociale non violenta. Non serve la guerra e la violenza di Stato per limitare queste nefandezze culturali, ma occorre fare emergere quelle pulsioni latenti ma comunque presenti che possono spingere verso una democratizzazione radicale e dal basso.
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venerdì, aprile 22, 2005
Compagno Zapatero
Di fronte a una Chiesa di Roma che elegge Ratzinger nuovo Pontefice, rinunciando al suo appuntamento con la storia, un segnale forte di controtendenza ci viene dalla cattolicissima Spagna dove la maggioranza guidata dal premier socialista José Luis Riodriguez Zapatero approva due leggi di per sé rivoluzionarie. Dopo anni di lotte democratiche il Congreso di Spagna approva con 183 voti favorevoli, 136 contrari e 6 astensioni il progetto di legge che equipara le coppie omosessuali e quelle etero, ammettendo la possibilità di matrimonio tra persone dello stesso sesso. È stata sufficiente una piccola modifica del codice civile con la sostituzione delle parole “marito” e “moglie” semplicemente con l’espressione “coniugi”. Naturalmente il provvedimento, approvato dal Pardido Socialista Obrero, dai comunisti di Itzkierda Unida, dalla sinistra catalana di Esquerra Republicana, e dal Partido nacionalista Vasco, ha fatto infuriare le gerarchie vaticane fedeli ai dettami del nuovo Papa che da tempo ha espresso pubblicamente la sua omofobia. E pensare che, tranne qualche piccolo e insignificante passo del vecchio testamento, dai Vangeli non risulta che Gesù Cristo abbia mai speso alcuna parola negativa verso l’omosessualità. Come nota Sergio Lo Giudice, presidente dell’Arcigay, “va ricordato che il Vecchio Testamento – se inteso alla lettera – legittima la schiavitù e la pena di morte, condanna la donna ad un ruolo inferiore e considera invece un abominio cibarsi di crostacei”. Ma questo non importa al Papa tedesco secondo cui l’amore omosessuale rappresenta una “rottura dell’ordine costituito”. Ma quale ordine? Costituito da chi? E soprattutto, quando? A queste domande la Chiesa non risponde e intanto incassa sempre dal governo spagnolo un altro colpo. E cioè una nuova legge sul divorzio, che qualora il provvedimento già approvato alla Camera dovesse essere confermato anche al Senato, renderà possibile la cessazione del rapporto matrimoniale in soli tre mesi, saltando la fase della separazione formale. In questo modo la Spagna, pur nelle sue contraddizioni sociali e politiche, si avvia a diventare, da alfiere del cattolicesimo conservatore, uno degli Stati più avanzati dell’Europa e del mondo, al pari dell’Olanda, della Francia e di tutte quelle democrazie che hanno elaborato al meglio la separazione tutta moderna tra Stato e Chiesa, tra politica e morale religiosa, laddove non si cerca una politica a-morale, quanto piuttosto motivata da un'etica laica che sia il prodotto dei rapporti interpersonali e di una valutazione dei bisogni reali della società. Il Premier spagnolo, tra gli applausi della maggioranza che lo sostiene ha affermato: “Abbiamo eliminato un forte elemento di disuguaglianza e compiuto un importante passo avanti verso il diritto alla ricerca individuale della felicità”.
Adelante compañero Zapatero ! Adelante !
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giovedì, aprile 21, 2005
Non può essere serio
«Che Dio li perdoni», così titolava ieri il quotidiano argentino Pagina12 riferendosi alla discussa scelta del Conclave.
La Chiesa Sud Americana ha sofferto molto dell’intolleranza autoritaria del Vaticano durante il pontificato Wojtyla perlopiù espressa con la regia dell’allora Presidente della Congregazione della dottrina della fede, Joseph Ratzinger che, come capo della moderna Santa Inquisizione, ha punito ben 140 teologi cattolici, fra cui il grande esponente della teologia della liberazione Leonardo Boff. Il suo riferimento, piuttosto che Benedetto XV, il Papa che lottò per la pace durante
la Prima guerra mondiale, sembra essere Pio IX che ha condannato la libertà di pensiero e di opinione, la cultura laica e la modernità, compresa la luce elettrica. Ogni forma di progresso per quel Papa sembrava emergere dalle officine del diavolo, come nota oggi Frei Betto sul Manifesto. L’intero mondo reagisce con freddezza al nuovo pontificato. «l’elezione di un difensore della fede difficilmente rilancerà la devozione», scrive il quotidiano britannico The Guardian. «Già prima della sua elezione il nuovo Papa aveva espresso le sue riserve contro la modernizzazione della Chiesa», gli fa eco il giornale tedesco Sueddeutsche Zeitung. E così via tra i principali quotidiani mondiali: «Guardiano inflessibile della dottrina e fustigatore dei teologi innovatori» (El Pais); «Un Papa all’indietro» (Libération); «Un conservatore tedesco è Papa» (Financial Times); «Un’evangelizzazione di destra» (New York Times); «I cattolici americani lo hanno combattuto per decenni» (Washington Post). Insomma. Il giudizio dei vaticanisti di tutto il mondo non sembra proprio corrispondere all’entusiasmo della folla di San Pietro che applaudiva meccanicamente al trionfo dell’oscurantismo religioso. Prevale la cultura di quella Chiesa intollerante, arrogante, inumana, che parla di diritti dell’uomo (mai della donna) all’esterno senza applicarli al suo interno, come nota Don Vitaliano Della Sala, il prete disobbediente. Ma io continuo a chiedermi come potrà conciliare,
la Chiesa di Ratzinger, la sua ortodossia dottrinaria con una folla di fedeli, specie i più giovani, che pur sentendosi cattolici nel cuore hanno da tempo adottato prassi esistenziali e stili di vita certo distanti dal dettame vaticano. Come affronteranno il fatto che anche i giovani cattolici non considerano immorale il sesso fuori dal contratto matrimoniale; e come si comporteranno con i divorziati a cui dovrebbe anche essere negata
la Comunione ; come reagiranno alla necessità tutta moderna di affrontare la questione dei nuovi diritti, in primis quelli dei cittadini omosessuali. Su questo punto il neo-Papa è stato fin troppo chiaro: «Gli atti omosessuali precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale. In nessun modo possono essere approvati». Ma come, è mai possibile che la complementarietà affettiva nell’atto sessuale possa solo essere legata a una dinamica di procreazione, escludendo ogni forma di piacere soggettivo o di amore fine a se stesso? E poi, come la mettiamo con le donne sterili, a cui è anche negata la possibilità di ricorrere a fecondazione assistita; sono forse mezze donne? Prive di una dignità femminile di fronte al proprio uomo e al loro Dio? Non può essere serio … proprio no.
postato da fabiodenardis, 14:31 | link | commenti (6) - lo trovi nella categoria: mondo, differenze
mercoledì, aprile 20, 2005
Contro la «dittatura del relativismo»
Visto che le mie riflessioni sul nuovo Papa sembrano aver urtato la sensibilità di qualcuno, cercherò di approfondirle con qualche elemento in più. Raccontarvi la storia di Ratzinger durante il pontificato Wojtyla è utile fino a un certo punto. Il suo ruolo di prefetto per l’ortodossia della fede lo ha portato in più circostanze a condannare ogni elemento di pluralismo e laicità, cioè ogni spunto di modernità che si affacciasse nelle società contemporanee. Mi limiterò a citare alcuni stralci della sua omelia “pro eligendo papa”, di cui ho già parlato, in cui l’allora cardinale decano esponeva la sua posizione politica prima che religiosa e la sua idea di come
la Chiesa dovrebbe essere oggi. Naturalmente le omelie fanno spesso uso di metafore, dunque vi invito a leggere dietro le righe: …
…”Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero […] La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo: dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via […] Avere una fede chiara, secondo il credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare «qua e là da qualsiasi vento di dottrina», appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.
Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la misura del vero umanesimo […] Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede – solo la fede – che crea unità e si realizza nella carità […] fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo coincidono verità e carità.
Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca […] Nell’ora del Getsemani Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il dramma della nostra autonomia – e proprio portando la nostra volontà nelle mani di Dio, ci dona la vera libertà” …
Eccovi serviti dunque. Il vero problema sta nell’autonomia dell’individuo. Nella predisposizione tutta moderna al confronto e alla contaminazione culturale. La carità, a quanto pare possibile solo se fusa con
la Verità di Cristo, come se non fosse possibile essere caritatevoli sulla base di un’etica laica. Povero Voltaire…cari amici…così violentato nella sua ambizione culturale di dialogo e tolleranza. In bocca al lupo a tutti noi.
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sabato, aprile 09, 2005
E ora il referendum
La prossima settimana avremo un nuovo Papa; Carlo e Camilla hanno finalmente coronato il loro sogno d’amore; adesso tocca a noi riprendere la normalità delle nostre battaglie. La prossima tappa è il referendum per l’abrogazione della legge 40 sulla fecondazione assistita che diversi scienziati così come molti cattolici “indipendenti” hanno definito una legge arcaica, anzi, la più arcaica d’Europa. A questo triste primato noi progressisti proprio non ci teniamo. Se anche Veronica Berlusconi dichiara che andrà a votare Sì rischiando di svergognare il marito, l’importanza della posta in gioco ci appare ancora più nitida. Il governo ha già promulgato il decreto che fissa la data del voto nel weekend estivo del 12 e 13 giugno. Prevale la componente astensionista collaterale ai vertici più retrivi e reazionari della Cei che punta a ridurre le possibilità di partecipazione per far fallire la scommessa del quorum. Comitati referendari sono nati da tempo a livello territoriale e durissimo sarà superare lo scoglio principale e cioè quello dell’informazione, contro un sistema mediatico, pubblico e privato, subalterno al governo di centrodestra e chiaramente ostile a questa battaglia che si configura sempre più come una battaglia di civiltà. I quesiti saranno quattro e punteranno: 1) ad abrogare gli articoli della legge che limitano la ricerca scientifica sull’embrione; 2) a cancellare il divieto di creare in vitro più di tre embrioni; 3) a eliminare l’art.1 della legge, per affermare che i diritti delle persone già nate non sono equivalenti a quelli dell’embrione; 4) a cancellare il divieto di utilizzare ovuli o sperma di una persona (il donatore) esterna alla coppia. Se questo non avvenisse, almeno il 20% delle coppie con problemi di fertilità in Italia non potranno più accedere alle “banche del seme” e si rivolgeranno come è già accaduto all’estero, dove il sistema normativo si fonda su presupposti più laici, con il risultato che ad essere penalizzate saranno le coppie meno abbienti che non potranno permettersi simili trasferte terapeutiche. Il Medioevo va combattuto. Questo sì è un dovere morale.
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