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lunedì, novembre 16, 2009

APPELLO VERSO L’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 20 NOVEMBRE ALLA SAPIENZA

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giovedì, ottobre 29, 2009

Riforma Gelmini: un pastrocchio sulle spalle di studenti e precari

 

Nel Consiglio dei Ministri del 28 ottobre è stato varato il Ddl in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio. Un testo complesso che pretenderebbe di rivoluzionare il sistema universitario italiano a costo zero, anzi, attraverso la mannaia dei tagli che paralizzano le attività degli atenei nel nome di una improbabile “razionalizzazione” delle risorse. Alla fine si afferma esplicitamente che “dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Già questo dimostra come l’intero documento, esaltato da tutte le gerarchie accademiche e dai giornali embedded, rappresenta in realtà una madornale bufala.  

Sul piano del sistema di governo degli atenei si propone un modello centralistico, gerarchico e a tratti autoritario. Viene ridimensionato il ruolo degli organi elettivi e quasi tutto il potere viene concentrato nelle mani dei rettori e di un CdA, ridotto nel numero di componenti, per il 40% composto da personalità provenienti dal mondo imprenditoriale. Un goffo tentativo di perseguire la vocazione aziendalistica della Ministra senza neanche riuscire a cogliere l’obiettivo. Paradossalmente preferiremmo parlare di aziendalizzazione del sistema universitario, perché almeno avremmo un nemico all’altezza dei nostri sforzi. Ma il sistema aziendale all’Italiana non si avvicina neanche lontanamente al modello anglosassone (tra l’altro fallito) che vorrebbe emulare. Il capitalismo italiano è tradizionalmente parassitario, succhia risorse allo Stato ma non si è mai sognato di investire seriamente in ricerca e sviluppo. Si finisce col consegnare il potere di definire gli indirizzi scientifici e le linee di sviluppo degli atenei a un personale incolto che sfrutterà tale posizione di privilegio per perseguire interessi privati senza alcun disegno stategico.

La già fragile corda che sostiene la spada di Damocle sui crani dei ricercatori precari viene definitivamente spezzata. Si completa infatti il disegno della Moratti e viene messo ad esaurimento il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato. Verranno sostituiti da contratti precari di durata triennale e rinnovabili una sola volta, poi o si vince un concorso da professore associato o si va a casa dopo sei anni della propria vita regalata a un’istituzione che ti premia con l’espulsione. Eppure un sistema serio di tenure track che apra la strada dell’ingresso in ruolo nella seconda fascia di docenza sarebbe anche ipotizzabile se ci fosse la volontà politica di investire risorse sui nuovi reclutamenti, ma questo non sembra rientrare nei disegni del governo Berlusconi. I concorsi universitari sono bloccati da anni e i tagli criminali alle università impedirà loro di bandire nuovi posti ancora per molto tempo. Quasi nulle saranno le opportunità di accesso per i giovani ricercatori, sempre più precari e sempre più ricattabili, e nessuna risposta seria si dà alle decine di migliaia di ricercatori precari di lunga data che da anni vengono sfruttati da un sistema universitario che contribuiscono materialmente e tenere in piedi e che non potranno neanche accedere alla nuova tipologia contrattuale.

Gli studenti vengono umiliati. Mentre noi lottiamo per le rappresentanze paritetiche e una valorizzazione delle esperienze di autorganizzazione, la Gelmini li integra senza alcun potere decisionale nei nuovi organi di governo rendendoli così complici di questo sfacelo. Il diritto allo studio diventa un miraggio, viene introdotto il meccanismo dei prestiti d’onore, cioè una forma legalizzata di indebitamento delle giovani generazioni, e viene istituito un fantomatico fondo per il merito gestito (guarda caso) dal Ministero del tesoro e, ricordiamolo, organizzato “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”, una porta aperta al progetto nefasto di abolizione del valore legale del titolo di studio. Se vogliamo valorizzare il merito, dobbiamo gridare il nostro no secco alla loro meritocrazia che premia i figli delle classi padronali, costringendo alla subalternità le nuove classi proletarizzate, costrette secondo questo sistema a frequentare corsi di laurea dequalificati e costosi (i tagli costringono i Rettori ad aumentare le tasse).

Rifondazione Comunista non starà a guardare. Mette da subito le proprie strutture al servizio del movimento unitario che dallo scorso anno lotta per una università pubblica, di massa e di qualità. Lavoreremo alla costituzione di reti unitarie di studenti e lavoratori della conoscenza. Nessuno sconto verrà fatto al Governo e alle gerarchie baronali che esso tutela.

 

Fabio de Nardis

Responsabile Nazionale Università e Ricerca PRC-Se

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mercoledì, ottobre 07, 2009

IN PIAZZA OPERAI E STUDENTI PER DIRE NO AI COSTI DELLA CRISI

  

Il 9 ottobre è una giornata di mobilitazione che apre un autunno molto caldo sul piano delle lotte per gli studenti e i lavoratori. La crisi che il governo ci dice essere in via di risoluzione incomincia a mordere l’economia reale, i salari, il lavoro, i diritti. Tutto ciò che avevamo dato per scontato, dall’istruzione pubblica al lavoro, non lo è più.

 

Lo scorso anno gli studenti e i precari della conoscenza sono scesi in piazza per lottare contro lo smantellamento della scuola pubblica e dell’università di massa ad opera del governo Berlusconi. Oggi le ripercussioni dei disastri firmati Gelmini si cominciano a sentire a tutti i livelli.

 

Nelle scuole e nelle università è in corso un processo di privatizzazione che con il ddl Aprea e il ddl sulla governance universitaria permetterà alle aziende di decidere gli orientamenti della ricerca e della formazione in Italia.

 

Le ricadute dei tagli criminali portati avanti da questo governo nel mondo della scuola sono tangibili: 57.000 licenziati quest’anno e circa 150.000 nei prossimi due.  Il risultato è di fronte a tutte e tutti. Scuole sovraffollate, cambio di docenti ogni anno, disservizi strutturali. Come se non bastasse le tasse e il costo dei libri continua a salire.

 

A questa giornata di mobilitazione partecipano anche gli operai metalmeccanici della Fiom che chiedono diritti e democrazia. La loro esperienza di lotta ci deve servire da modello. La vittoria degli operai dell’INNSE quest’estate ci dimostra che solo la lotta dura, le occupazioni e le pratiche di autogestione pagano.

 

CHE FARE DOPO IL 9 OTTOBRE?

 

Migliaia di lavoratori e di studenti oggi manifestano insieme. E’ necessario che in ogni scuola e all’Università si costruiscano assemblee che discutano la piattaforma di lotta da portare avanti nei mesi prossimi.

 

Il Collettivo Resistenza Universitaria – Salento rappresenta ad oggi un esperimento di autorganizzazione che, a partire dal protagonismo espresso nella soggettività studentesca e dei lavoratori della conoscenza, punta a costruire, nella piena apertura e con spirito di collaborazione, un’esperienza di lotta nell’Università e nelle scuole della provincia di Lecce.

 

RESISTIAMO INSIEME !

  

     

Contattaci all'indirizzo email:

 resistenzauniversitaria.salento@gmail.com

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mercoledì, settembre 30, 2009

RU-LECCE: Occupato simbolicamente il tetto dell’Ateneo

Questa mattina alle 12:00 un gruppo di studenti, studentesse e ricercatori dell’Università del Salento, aderenti al neonato collettivo interfacoltà Resistenza Universitaria, hanno occupato il tetto dell’Ateneo presso viale dell’Università a Lecce in segno di solidarietà con gli insegnanti precari della scuola che da settimane sono in mobilitazione contro i licenziamenti previsti e i tagli voluti dalla ministra Gelmini e dal suo tutore Tremonti. Dal tetto dell’Università è stato esposto uno striscione con scritto “Scuola e università: stessi tagli, stessa precarietà!”, che riprende il tema di uno striscione analogo esposto dagli studenti sul tetto dell’Università di Roma La Sapienza. Gli studenti, le studentesse, i ricercatori rimarranno simbolicamente in presidio per alcune ore in solidarietà con quegli insegnanti che da settimane si mobilitano attraverso il presidio permanente di fronte al Ministero della Pubblica Istruzione e attraverso l’occupazione di scuole e provveditorati in tutta Italia, come hanno fatto i vittoriosi operai dell’INNSE che per giorni hanno occupato una gru per difendere il proprio posto di lavoro, come i precari e le precarie della scuola che hanno occupato tetti e balconi dei provveditorati di tutta Italia, anche noi universitari occuperemo i tetti di tutte le università italiane, contro la Legge 133, contro gli aumenti delle tasse universitarie, contro il disegno di legge sulla Governance Universitaria che verrà portato in Parlamento a Ottobre. Chiediamo l’assunzione immediata di tutti i precari, le dimissioni della ministra della (d)istruzione Gelmini e la costituzione di una sistema della formazione pubblico, democratico, di massa e di qualità. A questo fine aderiamo alla manifestazione nazionale promossa dai comitati dei precari della scuola per sabato 3 Ottobre a Roma. Noi la crisi non la paghiamo! Né oggi né mai…

RESISTENZA UNIVERSITARIA - SALENTO

COMUNICATO STAMPA: PRC-LECCE con gli studenti e i ricercatori in movimento

 

Questa mattina un gruppo di studenti e di ricercatori dell’Università del Salento hanno issato uno striscione dal tetto dell’Ateneo in viale dell’Università con su scritto “Scuola e Università: stessi tagli stessa precarietà”. L’azione dimostrativa è stata organizzata dal collettivo interfacoltà Resistenza Universitaria e vi hanno partecipato anche alcuni insegnanti precari in mobilitazione.

 

Fabio de Nardis, responsabile nazionale università e ricerca del prc, che ha partecipato all’azione insieme a un fitto gruppo di militanti del neonato circolo universitario di Rifondazione Comunista, afferma che il PRC parteciperà a tutte le azioni, anche le più eclatanti, che puntano, come in questo caso, alla generalizzazione del conflitto e all'unità delle lotte tra scuola, università e ricerca, lavorando al contempo all'unione tra queste lotte e tutte le altre lotte in campo nel nostro Paese, da quelle sociali a quelle territoriali, per il diritto alla casa e per i diritti civili.

 

A questo fine il circolo universitario del Prc di Lecce aderisce e partecipa al corteo nazionale, promosso dal comitato dei precari della scuola, fissato per sabato 3 ottobre a Roma e mette le sue strutture e la sua organizzazione a disposizione degli studenti, degli insegnanti e dei ricercatori in movimento.

 

 

Partito della Rifondazione Comunista - Circolo Universitario, Lecce

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mercoledì, settembre 16, 2009

Scuola e Università unite nella lotta

 

Da Luglio i precari della scuola sono in lotta contro i licenziamenti previsti dalla legge 133 che destruttura il mondo della conoscenza e della formazione pubblica. 57.000 insegnanti perderanno il posto di lavoro solo quest’anno e oltre 150.000 nei prossimi tre. Di fronte a questo scempio non si può rimanere inerti e per questa ragione sono state organizzate forme di lotta pacifiche e radicali in tutto il paese. Occupazione di scuole, iniziative di massa creative che incontrano ovunque la solidarietà dei cittadini. I precari salgono sui tetti dei provveditorati prendendo esempio dalla lotta vittoriosa degli operai dell’Innse, perché uguale è la rabbia e identiche le ragioni della lotta. Si combatte contro chi umilia donne e uomini con gli strumenti propri di un governo autoritario che si fa beffa delle libertà fondamentali e dei diritti democratici, che continua a diffondere statistiche inventate e pensa di tacitare la protesta degli insegnanti proponendo misure del tutto inefficaci, come i contratti di disponibilità subito ribattezzati contratti elemosina.

Da settimane i precari di Roma sono accampati in condizioni igieniche e atmosferiche a dir poco ostiche di fronte al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, trasformando quel presidio permanente in base logistica per la elaborazione di proposte e la pianificazione delle lotte. I militanti di Rifondazione, dei giovani comunisti e i volontari delle Brigate di solidarietà attiva sono al loro fianco cercando di rendere più agevole una forma di lotta defaticante. Il presidio proseguirà a oltranza fino a quando il governo non ritirerà i tagli insostenibili ascoltando le ragioni della scuola in movimento.

L’obiettivo è quello di trasformare l’accampamento dei precari di fronte al ministero in un luogo permanente di costruzione del conflitto e di elaborazione politica per tutto il mondo della conoscenza. Presto avranno inizio le mobilitazioni anche nelle università italiane altrettanto sfiancate da una politica di tagli irrazionale e da un disegno di legge sulla governance universitaria che completerà il progetto contro-riformatore del governo Berlusconi, così come il disegno di legge Aprea per quanto concerne il settore della scuola. Precarizzazione delle vite, privatizzazione, aziendalizzazione, strapotere dei dirigenti scolastici e dei rettori; così la destra al governo pensa di poter vincere la sfida posta dalla società della conoscenza.

Studenti e ricercatori universitari sono determinati a mobilitarsi con l’obiettivo di unire il fronte delle lotte, consci che la mobilitazione dei precari della scuola non è una battaglia corporativa ma una lotta ampia che riguarda tutto il mondo della conoscenza per un sistema di formazione pubblico, di massa e democratico. Per questa ragione il coordinamento dei collettivi universitari, insieme ad alcuni militanti di Rifondazione, dei giovani comunisti e agli insegnanti precari sono saliti sul tetto dell’Università di Roma La Sapienza montando tende in solidarietà con le proteste del mondo della scuola e issando striscioni in cui l’obiettivo della generalizzazione delle lotte è ben esplicitato. E non solo delle lotte nel mondo della scuola e dell’università, ma di tutte le lotte che si articolano in una società stanca dell’imbarbarimento civico prodotto dall’azione di questo governo. Per questa ragione una delegazione dei precari della scuola e degli universitari ha partecipato al corteo dell’11 settembre a Roma per il diritto all’abitare e contro la politica degli sgombri sostenuta dal sindaco Alemanno. Per questa ragione parteciperemo alla manifestazione del 19 per le libertà di stampa contro un sistema delle comunicazioni completamente asservito al sistema di potere costituito.

Iniziative analoghe verranno organizzate ovunque in Italia. Così come i precari della scuola e gli operai hanno occupato per giorni i tetti di fabbriche, scuole e provveditorati, così studenti e ricercatori universitari occuperanno i tetti delle università italiane contro la conoscenza precaria, contro il progetto governativo di superamento della crisi sulle spalle degli insegnati e dei ricercatori precari, che sono il corpo vivo della formazione e della conoscenza in Italia.

Per questa ragione Rifondazione comunista e i giovani comunisti sostengono e partecipano a tutte le iniziative messe in campo dai coordinamenti dei precari della scuola e lavoreranno per la buona riuscita della manifestazione nazionale indetta per il 3 ottobre a Roma su una piattaforma rivendicativa che, oltre a richiedere la salvaguardia dei posti di lavoro e dei livelli occupazionali, pone questioni essenziali per la difesa della formazione pubblica contro gli attacchi delle destre.

 

Fabio de Nardis            

Responsabile Nazionale Università e Ricerca Prc-Se

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martedì, settembre 15, 2009

Dichiarazione di Eleonora Forenza, esponente segreteria nazionale Prc e responsabile Area laicità, movimenti e Diritti, e di Fabio De Nardis, responsabile Dipartimento Università e Ricerca del Prc.
 
FORENZA-DE NARDIS, PRC: SCUOLA, OGGI PRC SUL TETTO DELLA SAPIENZA COI COLLETTIVI. PUNTIAMO A SOSTENERE E GENERALIZZARE TUTTE LE LOTTE CONTRO IL MINISTRO GELMINI.
 
Questa mattina all'universitlà La Sapienza di Roma, Rifondazione comunista e i Giovani comunisti hanno partecipato e sostengono l'azione dimostrativa messa in atto dagli insegnanti precari in mobilitazione contro il decreto Gelmini e dal Coordinamento dei Collettivi della Sapienza di Roma, issando tre striscioni sul tetto dell'Università e distribuendo volantini di protesta e di sensibilizzazione contro il ministro alla Pubblica Istruzione e all'Università Maria Stella Gelmini e contro i suoi tagli indiscriminati al mondo della scuola, tagli che configurano un vero e proprio scempio dell'istruzione pubblica, laica e democratica della scuola italiana.
 
Come Rifondazione comunista e come Giovani comunisti sosterremo e parteciperemo a tutte le lotte e ad ogni azione, anche la più eclatante, che punta alla generalizzazione del conflitto e all'unità delle lotte tra scuola, università e ricerca, e insieme lavorando anche all'unione tra queste lotte e tutte le altre lotte in campo nel nostro Paese, da quelle sociali a quelle territoriali, per il diritto alla casa e per i diritti civili.    


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Ufficio stampa Prc-SE

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martedì, luglio 07, 2009

Roma, 7 luglio 2009.

Comunicato stampa.

Dichiarazione di Fabio De Nardis, responsabile naz. Università e Ricerca Prc-Se

De Nardis (Prc): Fuori la polizia dalle università. Sdegno e condanna per gli arresti.

Il Partito della Rifondazione Comunista esprime tutto il suo sdegno e condanna fermamente  l’inammissibile azione repressiva che è stata portata avanti su mandato governativo nei confronti delle/gli studenti dell’ università di Roma 3, che sono stati immobilizzati, caricati, malmenati e arrestati per la semplice esigenza di esprimere la propria pacifica libertà di dissenso contro il G8.

Quest’azione mostra il vero volto di un sistema di potere violento ed antidemocratico.

Rifondazione Comunista esige l’immediata liberazione di tutte e tutti i fermati e offre da subito a tutto il movimento studentesco supporto politico e legale.

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Ufficio stampa Prc-SE

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giovedì, luglio 02, 2009

G8 -CONTRO IL "BORDELLO GLOBALE" IL PRC SARA' IN TUTTE LE MANIFESTAZIONI

 

Il Partito della Rifondazione Comunista parteciperà a tutte le mobilitazioni di contestazione al summit del G8, sia quelle diffuse sul territorio nazionale come la manifestazione del 4 Luglio a Vicenza contro la base Dal Molin, sia il Forum organizzato da diverse forze e movimenti il 7 Luglio a L’Aquila, sia la manifestazione nazionale prevista per il 10 Luglio nel capoluogo abruzzese. Invita le sue strutture a mettersi a disposizione affinché sia garantita la massima partecipazione e successo delle mobilitazioni e siano superate positivamente incomprensioni e contrapposizioni tra realtà di movimento. Il Prc lavora per un movimento unitario e di massa contro il G8 e le sue politiche e ritiene per questo legittima ed importante ogni mobilitazione che si ponga questo obiettivo.

Anche alla luce della crisi economica globale provocata dalle politiche neoliberiste e di guerra, il G8 è sempre di più un organismo abusivo, a-democratico e incapace di dare risposte ai bisogni di larga parte dell’umanità. Un organismo basato sul censo, ovvero sulla “ricchezza” degli Stati che lo compongono, appare sempre di più un insulto nei confronti delle popolazioni di un pianeta consegnato al collasso ambientale, ostaggio della speculazione finanziaria e dello sfruttamento crescente delle popolazioni da parte delle multinazionali e della logica del profitto. Proprio per questo riteniamo sbagliate le campagne di chi , usando il sacrosanto tema della lotta alla povertà, rischia di coprire queste responsabilità affidando al G8 una qualsivoglia funzione umanitaria.
I responsabili della crisi non hanno infatti alcuna legittimità ad assumere decisioni sulla stessa. Gli stessi impegni presi a Genova nel 2001 sull’abbattimento del debito e sui fondi per la lotta all’Aids sono stati clamorosamente disattesi. Per questo il G8 dovrebbe essere cancellato e sostituito da una sessione straordinaria delle Nazioni Unite sulla crisi economica aperto ai rappresentanti della società civile, in particolare alle donne e alle organizzazioni dei lavoratori e dei diritti umani.

Il tentativo del governo Berlusconi di farsi scudo della tragedia del terremoto per mettere a riparo un organismo screditato nell’opinione pubblica internazionale come il G8 è destinato al fallimento. Starà all’intelligenza dei movimenti e alla maturità della popolazione dell’Aquila, alla quale va la nostra solidarietà piena e il nostro rispetto, dare agli 8 grandi il benvenuto che meritano visto le gravissime loro responsabilità nella crisi planetaria.

Dopo 8 anni il G8 torna a “celebrarsi” in Italia. Sono ancora aperte le ferite di Genova, fortissimo il ricordo e il dolore per l’assassinio di Carlo Giuliani e per coloro che si videro torturati , offesi nei corpi e nella dignità, da chi costituzionalmente era preposto a tutelarne e garantirne i diritti fondamentali. Tra gli otto “grandi” uno è rimasto lo stesso: il cavalier Silvio Berlusconi. Anche per questo non pensiamo che sia giusto aderire a richieste di “tregua” nei confronti di una persona e di un governo che ogni giorno umilia la democrazia, calpesta la libertà di stampa, attua politiche economiche e sociali a favore dei forti mentre si ostina ad ignorare le richieste di chi perde il lavoro, vive nella precarietà e non riesce ad arrivare a fine mese. Berlusconi porta il G8 nel “bordello globale” e cerca con una operazione di immagine di salvare se stesso e le sue politiche reazionarie. Noi saremo con i movimenti per rovinargli la festa e per rinnovare il nostro impegno per un altro mondo possibile e necessario.

Alfio Nicotra

responsabile nazionale Dipartimento Movimenti Altermondialisti Prc/Se

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martedì, giugno 16, 2009

No g8 sull'economia 9-13 giugno 2009

Lecce si colora di libertà

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mercoledì, maggio 13, 2009

Respingiamo il g8 sull’Università per la libertà dei saperi

 

Tra il 17 e 19 maggio avrà luogo a Torino il g8 tematico sull’università. Oltre alla ministra Gelmini, quaranta rettori dei paesi più industrializzati si riuniranno per discutere, almeno ufficialmente, di possibili politiche di sviluppo tecnologico ed ecologico. Noi sappiamo che l’obiettivo dichiarato è quello di proseguire sulla strada, avviata in Europa con la Strategia di Lisbona e il Processo di Bologna, dell’armonizzazione transnazionale all’insegna della funzionalizzazione dell’alta formazione alle esigenze delle imprese attraverso l’apporto di capitale privato.

Consideriamo questo incontro illegittimo e ne contestiamo i presupposti teorici e politici. Quei rettori non hanno ricevuto alcun mandato democratico per decidere sulle teste delle centinaia di migliaia di studenti e ricercatori che sono il corpo vivo delle Università. Rifiutiamo la logica di aziendalizzazione che si vorrebbe applicare al mondo della conoscenza. Anche il Processo di Bologna doveva essere un tentativo di armonizzazione ma in realtà è un esempio paradigmatico di come la globalizzazione economica operi in materia di educazione e ricerca.

Esso, con la strategia di Lisbona, rappresenta una forma di deregolamentazione concertata fra diversi Stati, la subordinazione dello spazio sociale alle logiche astratte del mercato. Tutti i campi della società ne sono compresi, anche il campo dello scambio simbolico, ossia quello dell’educazione, della ricerca, e più in generale della cultura. Si fonda sulla credenza che esista una legge economica fondamentale, che è la legge del mercato, alla quale le società devono sottomettersi. Il progetto di emancipazione sul quale si costruisce l’università viene piegato alla logica utilitarista dell’impresa. Si regredisce dalla ragione all’utile e dall’utile alla rendita e al profitto. Noi vogliamo assumere le diversità delle elaborazioni simboliche sottraendole al rullo compressore della globalizzazione.

Ma vediamo come si costruisce il Processo di Bologna. Tanto per cominciare è un processo vago ma con attori facilmente riconoscibili. L’attore principale, nonché vero ispiratore, è rappresentato dalla Tavola rotonda degli industriali europei (ERT) che comprende 47 delle più grandi multinazionali che da tempo lavorano sul tema dell’educazione. Già nel 1989 resero pubblico un rapporto dal titolo “Educazione e competenza in Europa”. All’università non si deve più acquisire sapere ma competenze e, citiamo, “L’educazione e la formazione sono considerate come un investimento strategico vitali per la riuscita futura dell’impresa. Gli insegnanti hanno una conoscenza insufficiente dell’ambiente economico, degli affari e della nozione di profitto”.

Nel 1991 la ERT diffonde un nuovo rapporto e sei mesi dopo la Commissione europea pubblica un libro bianco in cui escono le parole di impiegabilità, flessibilità, mobilità, cioè i termini chiave del Processo di Bologna. Nel 1995 esce un altro rapporto intitolato “Apprendere e insegnare verso la società cognitiva” in cui si affermava che “L’educazione deve essere considerata un servizio reso al mondo economico”.

Il secondo attore è l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo Economico (OCSE), un vettore molto importante dell’ideologia neoliberale negli ultimi trent’anni che ispira direttamente i testi della Commissione Europea insieme al terzo attore, cioè il Wto, e in particolare l’accordo generale per il commercio dei servizi firmato nel 1994. Vi si afferma la necessità di “alzare il livello di liberalizzazione dei servizi” e in particolare di “tutti i servizi in tutti i settori”, dunque anche l’educazione.

Il quarto attore, è rappresentato appunto dai Rettori delle Università. Sono gli esecutori locali del Processo di Bologna e hanno firmato un testo di principi fondamentali in cui si riaffermano, in una melange inquietante, da un lato, l’autonomia dell’educazione e della ricerca; dall’altro, emergono nuovamente le nozioni di impiegabilità, mobilità, flessibilità e adattamento. Questi rettori, che noi contestiamo a Torino, continuano ad affermare l’autonomia della conoscenza e della ricerca, ma poi la sottomettono alla logica d’impresa trasformando la conoscenza in un bene economico.

Ma affinché un bene sia economico occorre anche che sia “scarso”. E in questo senso la conoscenza è il bene antieconomico per definizione. Se infatti dono un una borsa, posso farlo gratuitamente, ma poi la perdo. Se dono conoscenza, la conservo. E la conoscenza più circola, più è donata, più si accresce. Più è gratuita, più se ne fa una diffusione di massa. Il problema di questi attori della globalizzazione è quindi quello di decivilizzare la conoscenza. La buona università dovrebbe essere in grado di affrontare le sfide del mercato mondiale. Ecco l’idea dei poli di eccellenza implicita nei provvedimenti della Gelmini. Le università diventano delle succursali del capitalismo corporativo per fornire servizi produttivi, ossia competenza, perché non parliamo più casualmente di Sapere.

Gli studenti devono essere educati a una concezione industriale dell’educazione. L’unità di misura diventano i crediti erogati nella individualizzazione dei percorsi. Ma per essere pienamente competitivi occorre che le università-azienda possano scegliere sulla materia prima. Come mettere in competizione un’università con studenti privilegiati e una con “materia prima” di qualità scadente? Occorre avviare la corsa alla buona materia prima. Bisogna cioè restringere gli spazi di accesso alla conoscenza e far pagare agli studenti l’entrata all’università. Gli economisti hanno elaborato a riguardo la teoria del Capitale Umano. Lo studente che si iscrive all’università fa un investimento; sceglie di formarsi oggi per lavorare domani, dunque è un attore economico che compie una scelta razionale. Non c’è alcuna ragione per cui lo Stato debba sovvenzionarlo, dato che in seguito andrà lui a incassare su un lavoro più importante. Ecco l’effetto perverso di una concezione malata della società che si fonda sulla retorica liberale contraria a una logica di giustizia.

A questo ci opponiamo e per questo a Torino parteciperemo alle giornate di controvertice, nonché alla marcia della degna rabbia prevista per il 17 e alla manifestazione nazionale della rete contro il g8 che si terrà martedì 19. Partecipare ed essere in tanti è una questione di dignità.

 

Fabio de Nardis

responsabile nazionale dipartimento università e ricerca

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lunedì, maggio 11, 2009

NO al G8 UNIVERSITY SUMMIT
                         
Care compagne e compagni,
la due giorni programmatica sull’Università a Napoli è stato un momento importante di elaborazione, formazione e organizzazione del lavoro politico. Sono state discusse e recepite le indicazioni dei compagni provenienti dai territori e quanto prima verranno inviati i documenti programmatici conclusivi che dovranno comunque essere ridiscussi ai livelli regionali e federali.
In occasione della due giorni i giovani comunisti hanno reso pubblico un proprio documento, che alleghiamo di seguito, sul G8 University Summit che si terrà a Torino tra il 17 e il 19 maggio. Come partito assumiamo il documento e sollecitiamo le federazioni affinché garantiscano la partecipazione delle compagne e dei compagni alle giornate di controvertice nonché ai cortei del 17 e del 19 a Torino, a cui diamo la nostra adesione. A questo fine abbiamo predisposto anche un manifesto che troverete nel link di seguito indicato e che le federazioni possono ristampare o fotocopiare in forma di volantino. Copia cartacea del manifesto verrà spedito alle federazioni di Milano, Torino, Roma e Napoli.
Fraterni saluti
 
Fabio de Nardis
Responsabile Nazionale Dipartimento Università e Ricerca Prc-Se
 
 
 
 Manifesto/Volantino G( Torino in pdf
 
http://new.rifondazione.it/materiali/2009/pdf/090511universita.pdf 
 
  
LA NOSTRA UNIVERSITA' NON SOSTIENE IL G8
 
Riflettere ed agire per costruire un'altra università, un altro sviluppo possibile
 
Nel novero degli interventi preparatori al G8 di Sardegna o de L'Aquila di quest'anno, ci sarà anche il G8 University Summit del 17, 18, 19 maggio a Torino. Da anni, nelle strade d'Europa e del mondo intero, contestiamo le riunioni dei “Grandi” che dovrebbero avere il potere taumaturgico di governare e salvare il mondo ed invece si mostrano sempre più retorici e impotenti rispetto alle crisi che attanagliano l'economia, il lavoro, l'ambiente, i beni comuni, l'alimentazione, la salute. Anche a Torino assedieremo il G8 insieme a quei movimenti che, pur agendo su tematiche e in luoghi differenti, con idee e sensibilità plurali, guardano all'orizzonte di un altro mondo possibile.
 
Il G8 University Summit di Torino, a cui parteciperanno 50 atenei tra cui il Politecnico di Torino, l'Università di Firenze e la Conferenza dei Rettori (CRUI), si riunisce per discutere sui problemi dello sviluppo economico e della sostenibilità ambientale. Sappiamo bene però che i due temi sono difficilmente conciliabili e non risolvibili con soluzioni tecniciste prodotte in laboratorio dalle poche università finanziate per fare ricerca. La sostenibilità ambientale è una acquisizione lunga, che attraversa la cultura, lo stile di vita, i mezzi di produzione, la pianificazione territoriale e dei servizi di una società: è un processo che riguarda tutte e tutti, non si può limitare ai suggerimenti delle università compiacenti, selezionate dai rappresentanti del G8, non può essere dettata da quei soggetti che hanno prodotto la crisi attuale, ma deve esse re elaborata anche da quei soggetti che invece stanno subendo i costi sociali e materiali di una crescita economica distorta.
 
La presenza in Italia di un appuntamento inevitabilmente mediatico ci permette anche di sottolineare un altro aspetto dell'evento: l'università non può produrre elaborazione ed innovazione se non è sufficientemente finanziata e se non garantisce a tutte e a tutti il libero accesso all'istruzione. Il modello verso cui stiamo procedendo a forza di tagli è quello di netta divisione tra le università di élite, che accentrano le risorse economiche private e pubbliche, e le università di serie B, ridotte al livello minimo di sussistenza per la didattica con possibilità ridottissime di fare ricerca e sempre più costose per i singoli studenti. Questo è un sistema in fortissima contraddizione con l'idea di uno sviluppo sostenibile, che dovrebbe essere invece omogeneo e inclusivo, permettendo alla nostra società di progredire nella ricerca scientifica e di met tere a valore le risorse intellettuali che questo paese può dare.
 
Le proteste delle studentesse e degli studenti, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle ricercatrici e dei ricercatori che abbiamo visto in autunno in Italia e quelle più recenti in Grecia e in Francia, si oppongono proprio a quelle politiche neoliberiste che stanno riversando gli effetti della crisi sulle fasce sociali più deboli e sui settori che dovrebbero essere le fondamenta per il futuro della nostra società, come la scuola e l'università. Dobbiamo partire da questo grande movimento per mettere al centro dell'attenzione il ruolo dell'istruzione, della ricerca e della formazione per invertire la rotta rispetto agli attuali processi di governance e ripensare al futuro che vogliamo, per la nostra università, per la nostra società.
 
Per questi motivi pensiamo che sia necessario sia riflettere sul rapporto tra sviluppo e sostenibilità ambientale, sia manifestare contro le politiche del G8 che tagliano i fondi all'università e alla ricerca e che contemporaneamente impongono privatizzazioni e vincoli di accesso al sapere e alla formazione. Per questo, come Giovani Comuniste/i, parteciperemo sia ai Forum organizzati da Cantiere Altro Sviluppo – Torino che alla manifestazione prevista per martedì 19 maggio a Torino, indetta dalla Rete contro il G8.

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giovedì, marzo 19, 2009

Secondo il Ministro Brunetta gli studenti dell’onda vanno trattati come guerriglieri

 

All’indomani dello sciopero di scuola e università indetto dalla FLC-CGIL e della barbara aggressione subita dagli studenti romani da parte delle forze dell’ordine, il ministro della Funzione Pubblica Brunetta affiancato dalla Ministra Gelmini in conferenza stampa ha affermato che gli studenti dell’Onda “verranno trattati come guerriglieri”. Queste parole pronunciate da un Ministro della Repubblica denotano la deriva autoritaria e parafascista del governo Berlusconi.

Non ci faremo intimorire da chi predica odio sollecitando la repressione violenta del dissenso democratico espresso pacificamente dal movimento degli studenti. Rifondazione Comunista denuncia con forza una simile degenerazione delle istituzione democratiche in Italia confermando il suo pieno sostegno a chi, come gli studenti e le studentesse in Onda, si rifiutano di accettare passivamente le regole imposte da un potere arrogante e autoritario, lottando per una università inclusiva e una società egualitaria e democratica.

 

Fabio de Nardis

Responsabile Nazionale Dipartimento Università e Ricerca PRC-SE      

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mercoledì, marzo 18, 2009

Squadrismo e Polizia contro gli studenti democratici: ecco il nuovo corso berlusconiano

    

Quanto è avvenuto oggi (18 marzo) all’Università di Roma “La Sapienza” è un fatto gravissimo. Agli studenti dell’Onda riuniti in centinaia presso il piazzale della Minerva dentro la Città Universitaria è stato impedito con la forza di raggiungere in un corteo spontaneo e pacifico i lavoratori della conoscenza riuniti a Piazza SS Apostoli in occasione dello sciopero sacrosanto indetto dalla FLC-CGIL. Gli studenti sono stati caricati con violenza e a più riprese costringendoli all’interno della città universitaria trasformata per l’occasione in una sorta di carcere a cielo aperto. Questo fatto gravissimo non può essere scisso dalle recenti aggressioni squadriste portate avanti da gruppi neofascisti legati all’organizzazione giovanile di Alleanza Nazionale e al Blocco Studentesco presso l’Università di Tor Vergata e a Roma 3. Inutile negare che a legare questi eventi sia un unico filo nero.

Rifondazione Comunista denuncia con forza la ormai evidente continuità culturale che si realizza nella chiusura manu militari degli spazi di espressione democratica all’interno delle Università Italiane. Da un lato, la criminalizzazione e la repressione violenta del dissenso pacifico; dall’altro, le aggressioni squadriste agli studenti dei collettivi da parte di gruppi organizzati protetti dalla destra istituzionale.

Rifondazione Comunista sostiene la lotta democratica degli studenti in Onda e lancia una campagna nazionale per rivendicare la specificità antifascista della scuola e dell’Università della Costituzione contro ogni tentativo governativo di reprimere il libero dissenso democratico degli studenti e dei lavoratori.

 

Fabio de Nardis

Responsabile Nazionale Università e Ricerca PRC-SE

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lunedì, marzo 09, 2009

Dopo aver letto il mio articolo uscito il 7 marzo su Liberazione e postato su questo blog il 2 i compagni di Ateneinrivolta hanno sentito giustamente l’esigenza di diramare questo comunicato pubblicato sul sito del network che io vi incollo di seguito per conoscenza.

 

COMUNICATO DI ATENEINRIVOLTA.ORG del 7/03/09

Apprendiamo dalle pagine di Liberazione del 7 Marzo 2009 che l’Assemblea Nazionale che abbiamo tenuto nelle giornate del 28 Febbraio e 1 Marzo alla Sapienza sarebbe stata volta alla “costruzione di una rete nazionale in grado di essere col tempo rappresentativa dell'intero movimento”.

A riguardo ci teniamo a specificare che l’Assemblea Nazionale non voleva e non mira a volere rappresentare niente di più delle realtà che l’hanno composta o che ne condivideranno l’ipotesi di lavoro.

Il Movimento ha le sue forme di espressione e i suoi luoghi di autorganizzazione e abbiamo sempre specificato che l’Assemblea Nazionale promossa dal Coordinamento dei Collettivi non era tra questi.

Gli unici scopi dell’Assemblea sono espressione della discussione della due giorni e contenuti nell’Ipotesi di lavoro pubblicata su www.ateneinrivolta

 

A questo riguardo voglio aggiungere che quella frase non voleva assolutamente forzare la mano su ipotesi organizzative del movimento. Sono d’accordo con i compagni della rete che naturalmente l’ipotesi di costruzione del coordinamento riguarderà solo quelle realtà che ne condivideranno prospettive e parametri. La mia affermazione, mi rendo conto, facilmente fraintendibile, riguardava più un mio auspicio di unità del movimento per la difesa dell’Università pubblica piuttosto che una intenzione effettiva di chi ha sentito l’esigenza di promuovere il processo.

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lunedì, marzo 02, 2009

Atenei in rivolta per la difesa dell’Università pubblica

 

Domenica 1 marzo si è conclusa la due giorni promossa dal coordinamento dei collettivi de La Sapienza di Roma nell’ambito del network nazionale “atenei in rivolta”. Alla discussione hanno partecipato tantissimi studenti provenienti dalle realtà di autorganizzazione di almeno venti università italiane. Scopo dell’assemblea era tracciare un bilancio dei mesi di mobilitazione contro le “riforme” Gelmini e contemporaneamente avviare un percorso collettivo finalizzato alla costruzione democratica di un coordinamento nazionale delle lotte per l’università pubblica, a partire dalla centralità studentesca.

Importante è stato il confronto con gli studenti provenienti dai movimenti in Spagna, Grecia e Francia che hanno arricchito il dibattito socializzando le proprie esperienze di mobilitazione con l’intento, a nostro avviso fondamentale, di unificare le lotte a livello europeo per opporsi al processo continentale di graduale mercificazione della conoscenza attraverso i parametri definiti dalla strategia di Lisbona e, per quanto riguarda l’Università, dal processo di Bologna.

Fin da subito è emersa l’esigenza di dare seguito ai mesi di mobilitazione attraverso la costruzione di una rete nazionale in grado di essere col tempo rappresentativa dell’intero movimento nella condivisione di alcuni elementi discriminanti a partire dalla critica all’autonomia finanziaria delle Università che negli anni, attraverso il graduale ma inarrestabile definanziamento della ricerca pubblica, ha costruito le condizioni di una squalificazione dell’offerta didattica e delle possibilità di fare ricerca liberi dalla morsa corrosiva della precarietà.

Nel rapporto finale, che di per sé non vuole essere un documento politico quanto piuttosto una base di ulteriore riflessione da portare all’attenzione dei collettivi di tutta Italia, si rivendica con forza l’esigenza di sostenere l’Università pubblica e al contempo combattere ogni ipotesi di abolizione del valore legale del titolo di studio che rappresenterebbe un ulteriore passo in avanti verso la definizione di un sistema formativo di classe che impedirebbe alle masse giovanili di emanciparsi attraverso il libero accesso alla conoscenza. Anche per questa ragione la battaglia per il diritto allo studio diventa prioritaria così come il ruolo dello Stato che ha il dovere di garantire una formazione laica, di qualità e gratuita. Solo così il tanto decantato merito potrà essere realmente perseguito.

Naturalmente non esiste battaglia che riguardi il mondo della conoscenza che non faccia oggi i conti con la crisi strutturale del sistema capitalistico di produzione che oggi i governi borghesi intendono tutelare anche e soprattutto tagliando risorse all’università e alla cultura. Attraverso questa chiave di lettura, chiaramente declinata nel rapporto finale della due giorni, è possibile trovare la connessione necessaria con il mondo del lavoro oggi duramente colpito dal governo Berlusconi. E da questa consapevolezza gli studenti riuniti nella Facoltà di Psicologia di Roma individuano come prima data di mobilitazione nazionale lo sciopero del 18 marzo indetto dalla Flc-Cgil e quello del 28 marzo dei sindacati di base. Molte altre date intermedie sono state individuate come momenti cruciali di unificazione delle lotte, a partire dal g8 dell’Università previsto a Torino tra il 17 e il 19 maggio fino alla più ampia e condivisa mobilitazione contro il summit degli “otto grandi” che si terrà a Luglio alla Maddalena.

Insomma, gli studenti dimostrano nuovamente di essere la componente più attiva e vitale del mondo universitario e noi, nel rispetto dell’autonomia di movimento, li sosterremo con forza in questo percorso complesso ma necessario di unificazione e coordinamento delle lotte. Cercheremo poi di sollecitare una nuova alleanza tra studenti e lavoratori della conoscenza attraverso la costruzione di una Rete Nazionale di Comitati in Difesa dell’Università Pubblica. Non un nuovo soggetto, quanto piuttosto una soggettività fluida e plurale che unisca le lotte di studenti, ricercatori e docenti in difesa della Costituzione, per un reale diritto allo studio, per una ricerca libera e mai più precaria e per una Università che sia veramente inclusiva, di massa e di qualità.

 

Fabio de Nardis

Responsabile Nazionale Università a Ricerca PRC-Se         

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mercoledì, febbraio 25, 2009

Care compagne e compagni,

Il network di atenei in rivolta ha promosso un’assemblea nazionale che si terrà a Roma sabato 28 febbraio e domenica 1 marzo. A nostro avviso può rappresentare un momento importante di confronto delle lotte, delle analisi e delle proposte, per far sì che il movimento possa tornare a essere protagonista nelle nostre università al più presto. Naturalmente il dibattito non si esaurirà in questa assemblea ma riteniamo importante avviare un largo confronto fra le tante realtà universitarie che ogni giorno si battono contro il sistema del 3+2, contro la concezione liberista di “autonomia” universitaria, contro l’abolizione del valore legale del titolo di studio, per un libero accesso alla conoscenza, per un nuovo diritto allo studio e contro ogni forma di precarietà. Invitiamo tutte le compagne e i compagni a partecipare a questo evento che si baserà su una piattaforma iniziale di 12 tesi. Eccole di seguito.

 

Fabio de Nardis

Responsabile Nazionale Dipartimento Università e Ricerca

12 TESI … ALLA BASE DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 28 E 1 A ROMA

1) Il tempo si è spezzato. Tre mesi di movimento

Tutto è cominciato con la 133 e il decreto Gelmini. Ma subito è stato chiaro che la sfida era ad un livello molto più alto, che, dopo vent'anni di riforme sulla nostra pelle, il conto da pagare per governo e istituzioni universitarie sarebbe dovuto essere molto più salato. L'attacco si è allargato all'università riformata nel suo complesso, al sistema dei crediti come quantificazione di un sapere totalmente dequalificato, all'assenza di diritto allo studio e all'esclusione differenziale e progressiva che si consuma ai vari livelli della formazione; in poche parole a quella fabbrica del precariato che l'università è diventata. La presa di parola autonoma di noi studentesse e ricercatrici, nata dall'esigenza di dare una lettura di genere della crisi, della 133 e delle loro ricadute su tutte e tutti noi, ha posto sotto attacco l'università come luogo di riproduzione e legittimazione ideologica dell'oppressione di genere, caratterizzando con forza le rivendicazioni dell'Onda ed intercettando anche percorsi di genere più ampi. Tutti e tutte abbiamo costituito un argine, un confine d'opposizione in un paese segnato da campagne xenofobe e dal razzismo istituzionale di un governo, ma non solo, strumentalmente giustificate dal tema della “sicurezza”. Tematiche che spesso hanno assorbito l'attenzione dell'opinione pubblica nascondendo le leggi vergogna del Governo. Ora si tratta di capire come spingere in avanti il confine, attraversarlo insieme ad altri, come aggirare le insidie e rimuovere gli ostacoli di un percorso tutt'altro che facile. Abbiamo cominciato a scardinare i tempi e ridefinire i luoghi della fabbrica di precari, non vogliamo certo fermarci ora.

2) Cosa vogliono? Vogliono tutto.

L'università voluta da imprese e governi passati e presenti in tutta Europa è quella in grado di produrre forza lavoro precaria, dequalificata e altamente ricattabile, nel minor tempo possibile.
La merce particolare della fabbrica dei precari siamo noi stessi, prodotti tramite tempi alienanti in sintonia con i ritmi del lavoro precario, conoscenze parcellizzate e segmentate, irreggimentate in definiti modelli di cooperazione e valorizzazione. Un percorso di studi senza diritti per evitare che questi vengano reclamati un domani (o oggi stesso) sui posti di lavoro. Un'università messa a disposizione direttamente delle imprese secondo le loro esigenze tramite la costituzione di fondazioni private. Un'università come scuola di disciplina: disciplina del futuro lavoratore precario prodotto come merce, disciplina delle donne che devono imparare a rispettare quella gerarchia tra i generi che hanno subito e subiranno per tutto il corso della loro vita. Divide et Impera. All'università come nel lavoro. Ma quel che loro vogliono dividere noi lo vogliamo ricomporre, per smarcarci e contrattaccare.

3) La crisi? La loro crisi !

La crisi ha reso palese che le risorse ci sono quando si tratta di foraggiare le grandi banche e imprese nazionali. Noi la crisi non la paghiamo. L'abbiamo detto fin dall'inizio. Perché abbiamo pagato abbastanza. Perché abbiamo pagato fin troppo. Perché è una crisi strutturale dei meccanismi del capitalismo contemporaneo. E' loro, non nostra. Che comincino a pagare le imprese, le banche, i grandi capitali finanziari e che restituiscano il maltolto accumulato negli ultimi anni, con gli interessi!
Il nostro “noi” è un “noi” non corporativo e che parla a tutti i soggetti che in questi anni hanno subito la stessa sorte degli studenti e già hanno cominciato a pagare la crisi attuale. Lavoratori e lavoratrici, migranti, donne, lesbiche, gay, intersessuali, transessuali. Uno slogan che ha già mostrato segni di contagio, ma che deve portare con sé anche pratiche e percorsi comuni se vuole davvero far male. Se vuole far pagare la crisi a chi finora ha solo accumulato profitti. Le risorse vengono distribuite in base ai rapporti di forza in campo. Noi questi rapporti di forza vogliamo rovesciarli.

4) Chi siamo? Soggetti precari

Siamo la generazione dell’eterna incertezza e dell’eterna precarietà. Il nostro presente è mutilato dalla totale assenza di un futuro. Siamo precari oggi perché troppo spesso siamo costretti a lavori precari o in nero per pagarci gli studi, a studi sempre più dequalificati e privi di contenuti critici, a tempi e ritmi di studio e di vita alienanti. Siamo precari in formazione perché l’università di oggi non ci offre nessuna futura garanzia lavorativa, perché i posti di lavori diminuiscono, i salari si abbassano, di garanzie sul lavoro non c’è più nemmeno l’ombra. E’ il mondo delle soggettività frantumate. Una condizione impossibile nel nostro presente. E' una prospettiva inaccettabile per il futuro. Vogliamo riprenderci il presente per costruirci un futuro diverso.

5) Con gli occhi del futuro per riprenderci il presente. Un passo indietro o due avanti?

Un salto di qualità è necessario: dobbiamo contrastare il destino che per noi hanno già scritto. Per farlo non possiamo che partire da quell'incertezza che segna indelebilmente le nostre vite. Il rifiuto della precarietà in termini assoluti, come sabotaggio sistematico di tutte le sue articolazioni, diviene tema centrale, terreno unificante per tutti i soggetti che non vogliono pagare la crisi e terreno di scontro con chi ce la vuole fare pagare. Rifiutiamo la precarietà come cifra fissa di questa società. La rifiutiamo come modello di organizzazione del lavoro (contratti a termine e infinita flessibilità), immenso strumento di ricatto e ammortizzazione dei costi per le imprese; la rifiutiamo come ennesimo strumento di oppressione delle donne, condannate così a un'eterna adolescenza, alla dipendenza economica, alla pressione intollerabile dei ritmi forsennati del doppio lavoro – fuori e dentro casa – di cui devono farsi carico; la rifiutiamo come modello di organizzazione sociale (assenza di welfare) che ci costringe a vivere nell'eterna incertezza e perenne ricatto. Un rifiuto che può trovare espressione efficace solo nell'incontro con altri soggetti e settori in lotta (in primo luogo lavoratori e lavoratrici) se non vuole tornare indietro. Una vicinanza e una contiguità che vogliamo costruire sul terreno concreto di rivendicazioni e pratiche comuni.

6) Perché non abbiamo (ancora) vinto?

Va sicuramente detto che ci sono condizioni oggettive, indipendenti dall'Onda che hanno influito: il contesto politico, le scelte dei sindacati e lo stato del mondo del lavoro in generale, l'assenza di un terreno unificante che potesse essere articolato in una serie di rivendicazioni e pratiche comuni, diffuse e continuative. Tuttavia avremmo potuto creare condizioni maggiormente favorevoli alla vittoria. Innanzitutto costruendo realmente - e non solo evocando – una forte alleanza con il mondo del lavoro. In secondo luogo puntando maggiormente su obiettivi intermedi (soprattutto su didattica e un nuovo diritto allo studio), in grado di produrre conflitti e mobilitazione, presupposti necessari per reali cambiamenti, oltre ad aumentare la consapevolezza della nostra forza. Infine affrontando senza preconcetti e senza paure la questione dell'autorganizzazione del movimento, unico modo per autorappresentarci efficacemente ed evitare qualsiasi delega ad altri.


7) Ci siamo autorganizzati davvero?

Il movimento italiano ha mostrato ancora una volta un limite storico: la mancanza di un coordinamento nazionale degli atenei in lotta, con delegati eletti dalle assemblee di facoltà, a rotazione e revocabili in qualsiasi momento. L’esperienza francese ci insegna che il coordinamento nazionale è stato fondamentale per programmare iniziative comuni e un’agenda politica largamente condivisa, evitando in questo modo, come accaduto nel caso della Sapienza in Italia, che fossero solo i grandi atenei a dettare le scadenze di movimento. Il coordinamento avrebbe aiutato in questo senso soprattutto gli atenei minori, funzionando da stimolo e sostegno alla mobilitazione anche oltre la “fase esplosiva”. Inoltre il coordinamento avrebbe permesso all’Onda di parlare con un’unica voce e in questo modo di auto-rappresentarsi, evitando così che una qualsiasi struttura tentasse di rappresentarlo, come nel caso dei tavoli di trattativa con il Governo.

8) Sabotare la fabbrica: come escludiamo chi ci vuole escludere?

Nella canalizzazione dei percorsi formativi si articola il processo di formazione di una forza-lavoro precaria. Per sabotare questa fabbrica di precari bisogna innanzitutto liberare tutti i livelli della formazione da blocchi e numeri chiusi. Attraverso l’esclusione differenziale e progressiva dai livelli più alti della formazione si riproducono le condizioni dell’attuale geografia delle classi sociali e della gerarchia tra i generi. La conquista di un nuovo diritto allo studio deve garantire la possibilità di svolgere effettivamente l'intero percorso. Vogliamo essere liberi di poter scegliere quanto studiare.

9) Università e didattica ovvero i luoghi del conflitto

La possibilità di sperimentare nuova formazione non alienata e mercificata si apre oggi come unica vera riforma della riforma. Agire sulla didattica e scuoterne le fondamenta significa oggi mettere in crisi l’intero impianto della fabbrica di precari: allo stato attuale forte è il processo di parcellizzazione e oggettivazione dei saperi, piegati alle esigenze del mondo del lavoro. E' necessario avviare un vero e proprio processo di critica e riqualificazione complessiva della didattica che porti ad individuare come terreni di conflitto i metodi, i contenuti della formazione e della ricerca. Conflitto su cui costruire il consenso e la partecipazione di studenti, dottorandi, ricercatori. E’ necessario scardinare il meccanismo di trasmissione verticale dei saperi (soprattutto di questi saperi), prendere parola nella definizione dei corsi e dei programmi didattici, autogestire i propri piani di studio, organizzare dei controcorsi (ovvero veri e propri corsi inerenti le materie d’esame oppure corsi su contenuti esclusi dalla didattica ufficiale; in entrambi i casi radicalmente diversi nell’organizzazione, nelle modalità e nei contenuti dai corsi ufficiali) come critica partecipata alla didattica ufficiale, per minare i recinti disciplinari e della ricerca. E' necessaria la partecipazione diretta delle studentesse e delle ricercatrici per sopperire alla completa assenza di dibattito e di studi che affrontano le tematiche di genere, per smantellare il primo dei recinti, quello che esclude le donne dalla produzione simbolica, perpetuando il monopolio maschile di scienza e saperi. Rendendo la didattica e la ricerca universitarie permeabili ai saperi critici che si producono al di fuori dell'istituzione universitaria. Superando la rigida separazione gentiliana tra formazione umanistica, scientifica e tecnica e l'iperspecializzazione come preparazione a una forma di esistenza parziale, attraverso un radicale ripensamento del rapporto tra università e scuola e tra queste e la società nel suo complesso. Agire sulla frammentazione dei saperi e sui rigidi compartimenti della ricerca significa intervenire sui processi materiali che stanno alla base delle condizioni, degli immaginari, delle funzioni della forza-lavoro precaria in formazione che sono gli studenti e le studentesse. Se il sistema dei crediti mirava a mettere in moto una catena di montaggio della formazione, vogliamo abolire i crediti per contribuire ad abolire la catena di montaggio nella società.

10) Lo studio come diritto in movimento

La migliore difesa dei diritti è la conquista di nuovi. Il diritto allo studio è stato fatto a brandelli. Un nodo cruciale su cui si incentra il peggioramento delle condizioni materiali di vita degli studenti e delle studentesse. La sua assenza produce incertezza all’accesso e incertezza durante gli studi. Alla precarietà lavorativa di molti studenti si aggiunge così una profonda precarietà esistenziale. Dichiarare guerra alla precarietà è anche battersi per un nuovo diritto allo studio: avere un’abitazione, accesso a forme di comunicazione adeguate alle attuali relazioni sociali, una borsa di studio, dei pasti garantiti, dei trasporti gratuiti, libri di testo economicamente accessibili, consultori universitari, asilo per le studentesse madri, assistenza sanitaria, ecc. Ottenere un reddito sociale per gli studenti significa sconfiggere nel presente la nostra eterna condizione precaria, significa rifiutare la precarietà qui e adesso. Un diritto allo studio da ripensare all’altezza dell’attuale ruolo sociale degli studenti. Non un diritto statico, ma un diritto in movimento. Un terreno su cui valorizzare il protagonismo degli studenti.

11) I collettivi studenteschi

Per portare avanti i processi di sabotaggio della fabbrica è necessario evitare che ad ogni mareggiata si debba ricominciare tutto daccapo: pensiamo che i collettivi siano la miglior forma di organizzazione dal basso che, all’interno di ogni facoltà e ogni ateneo, possano favorire processi di autorganizzazione e di movimento. Per questo pensiamo che si debbano costruire collettivi ovunque, ossia delle strutture studentesche permanenti, orizzontali, democratiche, che diano continuità e solidità al processo di autoriforma dell’università, dotandosi di progettualità e strumenti di lavoro che, a differenza della pura assemblea, vanno oltre le fasi di movimento. Dei luoghi di incontro, discussione, elaborazione e condivisione di bisogni degli studenti e delle studentesse, in grado di affrontare anche il tema spesso rimosso dell'oppressione di genere. Riteniamo necessaria la costruzione di collettivi di genere, all'interno dei quali donne, lesbiche, gay, intersessuali e transessuali possano elaborare la specificità della propria condizione e portare avanti le proprie rivendicazioni. Abbiamo bisogno di organizzazioni radicalmente diverse dalle strutture burocratiche spesso rappresentate anche da alcuni sindacati studenteschi; di strutture di base, aperte, con l’unica finalità di costruire partecipazione e movimento, che fondano nella pratica delle assemblee di facoltà il proprio agire, la propria capacità di tendere a momenti di autorganizzazione vera e propria, ossia capaci di cedere totalmente sovranità al movimento e alla sua autorganizzazione nel momento in cui essa si dispiega.

12) Sabotare la fabbrica: come ci coordiniamo?

L’assenza di un larga e diffusa modalità di organizzazione nazionale degli studenti è oggi, oltre che un dato di fatto, una delle principali cause delle difficoltà di mobilitazione, specialmente in conflitti che non siano a macchia di leopardo e facciano leva su condizioni materiali, immaginari e autonomia dei soggetti e dei movimenti. Il problema dell’organizzazione è oggi centrale e prioritario: sono necessarie forme e modalità non burocratizzate, realmente radicate nelle facoltà e negli atenei tramite i collettivi studenteschi, strutture di base essenziali per una forma organizzativa profondamente democratica e partecipata, espressione dell’autonomia delle realtà locali . Un’ idea di organizzazione che non si riduca ad un semplice sindacato, ma che nemmeno sposti il proprio baricentro al di fuori dell’università. Si tratta di affrontare con efficacia contenuti politici in grado di legare la condizione studentesca alla condizione lavorativa, ricercando alleanze, rivendicazioni e percorsi comuni. Per sabotare la fabbrica, per non pagare la crisi, per sconfiggere la precarietà. Alla navigazione sottocosta preferiamo il mare aperto.

Coordinamento dei Collettivi Università "La Sapienza" (Roma)

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mercoledì, gennaio 28, 2009

Uguaglianza e libertà: ecco il cuore vitale della rifondazione comunista

 


Dino Greco intervista Paolo Ferrero, segretario nazionale di rifondazione comunista

 

«Io, sinceramente, non so chiamarla in altro modo che scissione». Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, definisce così la scelta di Nichi Vendola e degli altri esponenti della minoranza del Prc che da Chianciano hanno definito il loro gesto come un addio, un "partire" verso nuovi lidi e nuove imprese politiche. Una scelta che per il segretario del Prc è frutto di un importante "errore di valutazione" sulle ragioni della sconfitta. E che colloca l'iniziativa degli scissionisti su un terreno di subalternità al moderatismo del Pd, anziché su quello della costruzione democratica di una nuova "utilità sociale della sinistra". Obiettivo rispetto al quale il fallimento delle esperienze di governo e di alternanza dimostra che "non c'è scorciatoia a un cammino non politicista di costruzione di diversi rapporti di forza tra la sinistra di alternativa e il centrosinistra".

 

Una divisione non può mai essere giudicata in modo positivo. Quali sono a tuo avviso gli elementi che hanno prodotto questa frattura?

Penso che il punto di fondo che ha portato alla scissione riguardi due elementi.
Il primo è la totale incomprensione delle ragioni della sconfitta elettorale. Non si è capito che la Sinistra arcobaleno ha perso innanzitutto perché non era stata in grado di svolgere un ruolo positivo nella vicenda del governo Prodi. Cioè non si è capito che quel percorso che noi pensavamo servisse a costruire l'alternativa si è rivelato una pura alternanza in cui le nostre istanze di cambiamento sono state ignorate. L'alternanza si è mangiata l'alternativa. Questo a mio parere è l'errore politico di fondo a causa del quale questi compagni, anziché pensare di dover ricostruire le ragioni dell'alternativa, come ha fatto il Prc dopo il ‘98, propongono uno sbocco politico di ulteriore riavvicinamento al Pd; sino all'ipotizzare di costruire un partito di cui sia leader D'Alema.

 

E il secondo elemento?

Riguarda l'abbandono di qualsiasi riferimento al comunismo. Il Prc ha potuto giocare il proprio ruolo proprio in quanto ha tenuto insieme i due termini: rifondazione e comunista. E attraverso ciò ha prefigurato un'uscita da sinistra dalla crisi del comunismo e ha combattuto l'occhettismo. Mi pare invece che questa scissione si collochi del tutto dentro il filone occhettiano. Ma accanto a questo c'è anche un ulteriore elemento, che attiene alla cultura politica.

 

E cioè?

Cioè l'incapacità di fare i conti fino in fondo con la democrazia e quindi di accettare la possibilità di essere minoranza. Questo segnala, secondo me, una discrasia enorme tra parole e fatti, perché uno degli elementi della rifondazione comunista su cui abbiamo sempre insistito è proprio la intangibilità del tema della libertà, quindi della democrazia. Credo di poter rilevare questa distanza tra parole e fatti anche nel tipo di polemica rivolta al Prc: la falsità nell'attribuzione delle posizioni e la denigrazione hanno caratterizzato quest'ultimo periodo in modo tragicamente monotono. Evidentemente in questa cultura politica ristagna un pezzo di stalinismo pratico.

 

Un giudizio aspro. Da segretario del partito, che valutazione complessiva fai della rottura e delle sue conseguenze?

La considero grave e dolorosa. Penso sia contraddittoria, in quanto si fa una scissione in nome dell'unità della sinistra. Eppoi perché, come sempre, quando c'è una scissione il risultato vero è che in primo luogo si rischia di mandare a casa un sacco di persone, di deluderle, demotivarle. La definizione che mi sento di usare è la medesima che usammo nel documento del IV congresso di Rimini, dopo la scissione di Armando Cossutta. Dicemmo: "La scissione si è rivelata inoltre dannosa per l'insieme della sinistra. Nel contesto della crisi della politica, ha introdotto ulteriori elementi di non credibilità dell'insieme della sinistra, della sua capacità di confronto, di determinare aggregazioni, risposte unitarie, intese. Ancora una volta affiora invece la tendenza alla separazione nell'insieme della sinistra, alla divisione delle esperienze organizzate, alla prevalenza dell'incomunicabilità, appena appare un dissenso, senza misurare fino in fondo il suo grado di compatibilità con gli obiettivi strategici".

 

Richiami appunto un'altra rottura del passato. Sembra che la sinistra abbia un'incapacità di superare la dicotomia autonomia-unità e una difficoltà a corrispondere alle istanze unitarie del proprio popolo. Sembra che le sconfitte ingenerino piuttosto sentimenti di rivalsa come in effetti si sono registrati già nel clima congressuale…

Penso che il nostro problema sia di saper coniugare l'esercizio della democrazia nelle scelte interne - cioè il fatto che i congressi devono servire a decidere in modo chiaro la linea politica - e la scelta della gestione unitaria del partito. Non va applicato lo schema per cui chi vince prende tutto. Bisogna invece tenere insieme la scelta dell'indirizzo politico con la tutela della comunità. E' per questo che avevo proposto la gestione unitaria dopo il congresso e la ripropongo oggi. A differenza di quel che facemmo dopo Venezia, quando alle minoranze venne indicata la porta. In questo, secondo me, c'è un passaggio della rifondazione sinora rimosso e che dobbiamo assolutamente praticare. Senza arrenderci.

 

Proprio a partire dalla valutazione della sconfitta, si pone però anche il tema dell'efficacia politica della sinistra, che tu stesso hai sollevato sin dal congresso.

Penso che oggi il tema fondamentale sia la costruzione di un'efficace opposizione di sinistra. E che questo tema lo si possa affrontare unicamente se si ha la più piena autonomia dal Pd, che sulle questioni principali - penso al federalismo, la riforma della contrattazione, la riforma della giustizia - bene che vada, è incapace di assumere una posizione efficace, mentre nella peggiore delle ipotesi è dannoso. La questione è come si costruisce una sinistra autonoma dal Pd che sappia, come abbiamo fatto a partire dalla manifestazione dell'11 ottobre, entrare in relazione positiva con le mobilitazioni della Cgil e del sindacalismo di base. Importantissimo sarà lo sciopero generale della Fiom e della Funzione pubblica del 13 febbraio. Quindi il tema è quello della costruzione unitaria di un movimento di massa contro il Governo e la Confindustria, come abbiamo fatto dopo Genova. Qui sta il tema politico dell'efficacia. Che non richiede solo autonomia dal Pd, ma comporta la costruzione di un progetto che preveda da un lato la ricostruzione del senso della politica e dall'altro l'uscita da sinistra dalla crisi. Per questo abbiamo proposto e continuiamo a proporre il coordinamento di tutte le forze di sinistra: per ricostruirne l'utilità sociale.

 

Quindi non escludi a priori rapporti unitari a sinistra?

Certo che no, ma questi non vanno letti in chiave politicista. Ricostruzione del senso della politica, per me vuol dire non essere accecati da una centralità ossessiva delle relazioni istituzionali, ma saper ridislocare la nostra azione nella società, sia nella costruzione del conflitto sia nella costruzione di forme di mutualismo. Quello che abbiamo chiamato il partito sociale. Per quanto riguarda il progetto di uscita da sinistra della crisi, il punto è coniugare la battaglia per la redistribuzione del reddito e del potere con la proposta di un intervento pubblico centrato sulla riconversione ambientale e sociale dell'economia. In questo quadro, visto il ruolo che il razzismo e il sessismo hanno nella costruzione politica del blocco dominante, è evidente che non vi può essere alcuna separazione tra la lotta per la libertà e quella per l'uguaglianza, tra gli interessi materiali e i valori.

 

Tu dici che l'alternanza si è mangiata l'alternativa. La destra, tuttavia, è riuscita a realizzare nell'alternanza una vera e propria alternativa radicale. Perché le forze progressiste non dovrebbero esserne capaci?

E' vero. In America latina la sinistra usa il terreno elettorale per costruire l'alternativa. Credo che il problema sia dato dai rapporti di forza tra la sinistra moderata e quella radicale. Con i rapporti di forza attuali non c'è nessuna possibilità di poter utilizzare l'alternanza per costruire l'alternativa. Ce lo hanno dimostrato i due governi Prodi. Quindi non c'è scorciatoia a un cammino per costruire diversi rapporti di forza tra noi e il centrosinistra, per rilanciare il progetto della rifondazione comunista.

 

In che senso rifondazione e in che senso comunista?

La dialettica tra questi due termini è il punto costitutivo del nostro partito. Se ne abbandoni uno la dialettica non esiste più, perché essi si qualificano a vicenda. Il comunismo parla della centralità della trasformazione sociale, dell'anticapitalismo. Rifondazione parla della necessità di imparare dai nostri errori guardando alla storia del comunismo medesimo, proprio per non ripeterli e per abbandonarne gli elementi negativi che in quella storia si sono manifestati, in primo luogo dove si è preso il potere. Ma non solo. Non è un caso che nel congresso abbiamo detto no alla costituente di sinistra e no alla costituente comunista. Perché entrambi questi progetti avrebbero sfigurato, annichilito, il progetto politico della rifondazione.

 

Detto in sintesi, quale progetto?

Se dovessi definirlo brevemente direi la prevalenza della ricostruzione del tessuto dell'alternativa sulle relazioni politiche, la chiarezza strategica sull'alternatività del nostro progetto rispetto a quello del Pd, l'unità inscindibile tra lotta per la libertà e lotta per l'eguaglianza, l'ingaggio contro lo sfruttamento nelle sue diverse connotazioni (del lavoro, dell'uomo sulla donna, dell'uomo sulla natura…), la centralità della battaglia per la pace. E la consapevolezza della non autosufficienza del Prc. Questo vuol dire non solo lavorare a coordinare la sinistra e l'opposizione, ma che bisogna riconoscere il pari valore delle mille forme di attività e di iniziativa politica dell'associazionismo e dell'autorganizzazione, nonché dei diversi percorsi con cui si può maturare una scelta anticapitalista. E in Italia, per esempio, salta agli occhi quella del volontariato cattolico e di matrice religiosa. Lo ripeto, per me punto di fondo è che non vi sono scorciatoie a questa dialettica tra rifondazione e comunismo.

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mercoledì, gennaio 14, 2009

Ecco di seguito il breve resoconto che Francesco Caruso ci ha inviato da Cipro. Unico italiano membro di una spedizione di circa trenta pacifisti che malgrado i divieti di Israele stanno cercando di raggiungere via mare la Striscia di Gaza, carichi di aiuti umanitari.

Ieri pomeriggio 12 gennaio alle ore 15 è salpata da Cipro, dal porto di Larnaca, la nave dei pacifisti "Spirit of Humanity" - organizzata dal coordinamento internazionale FREE GAZA MOVEMENT - carica di aiuti umanitari per Gaza. Malgrado le condizioni meterologiche avverse, si è deciso di intraprendere ugualmente la missione su indicazione dei volontari già presenti a Gaza, per cercare minimamente di far fronte alla mancanza cronica di cibo e medicinali in tutta la Striscia di Gaza. Il mare agitato e un avaria al motore hanno, dopo 4 ore di navigazione, imposto alla nave di tornare indietro sui propri passi e rientrare in nottata nuovamente nel porto di Larnaca, dopo essere stata alla deriva per diverso tempo. Un'esperienza terribile sulla nave tutti vomitavano in continuazione e l'acqua entrava da più parti. Nei momenti più drammatici, con la nave alla deriva in balia delle onde sempre più forti, ho pensato alle centinaia di migranti che ogni giorno sono costretti a fare viaggi terribili e assurdi per raggiungere le coste della Fortezza Europa. Il problema è che nessun armatore ha voluto noleggiarci una nave, nel momento in cui abbiamo spiegato la nostra destinazione e così abbiamo dovuto acquistare un battello turistico, adatto ai giri delle isole greche non certo a questo tipo di traversate lunghe 22 ore, in alto mare. Malgrado questo, domani probabilmente partiremo nuovamente per Gaza con la nostra nave, la "Spirit of Humanity". La comunicazione formale delle autorità israeliane che, tramite le autorità cipriote, hanno fatto presente che non permetteranno l'attracco "con ogni mezzo necessario" non ci intimorisce, in quanto questo sarebbe un chiaro atto di illegalità in quanto non navigheremo mai in acque israeliane.

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giovedì, gennaio 08, 2009

Sull’Università il Parlamento fa un pasticcio

Il decreto Legge 180, una delle più grandi beffe della storia della ricerca e dell’alta formazione in Italia, è stato convertito in legge. È stato approvato a maggioranza senza modifiche e in maniera autoritaria, cioè privando il Parlamento della possibilità di discuterne il merito. Così un governo reazionario risponde a mesi di mobilitazioni democratiche e di massa, cioè rifiutando il confronto con chi materialmente è destinato a subire le conseguenze di un provvedimento legislativo. Sull’Università si matura dunque la crisi della democrazia rappresentativa che mostra il suo lato élitista. Come fu per il decreto legge 112, poi legge 133, il governo fa approvare il provvedimento in fretta e furia durante un periodo di feste, quando le aule sono deserte e il popolo dell’Università non può esprimere la sua opposizione democratica.

Il 5 gennaio, un giorno prima dell’Epifania, il ministro per i rapporti con il Parlamento ha posto, a nome del Governo, la questione di fiducia sull’approvazione del decreto, consapevole che una discussione attenta ne avrebbe mostrato le contraddizioni imponendone uno stravolgimento. Si rivendicano norme contro il nepotismo e le baronie, ma in realtà nulla si toglie al localismo concorsuale che genera o quantomeno sollecita certi elementi di devianza. Si riproduce di fatto il blocco dei concorsi limitandosi a posticipare i tagli al finanziamento pubblico che peseranno come un macigno sul bilancio degli atenei italiani. Per l’ennesima volta le deficienze amministrative e gestionali delle Università italiane verranno fatte ricadere sulle spalle degli studenti, che si vedranno ristretti gli spazi del diritto allo studio, e dei ricercatori precari, ai quali si promette più precarietà e meno garanzie.

Nel frattempo rimane incerto il futuro dei concorsi già banditi che avrebbero garantito la collocazione in ruolo di 1800 docenti, tra ricercatori, associati e ordinari, a causa di un cambio in itinere delle regole del gioco attraverso una modifica tutta propagandistica dei regolamenti concorsuali, perlopiù di impossibile applicazione, che lasciano presagire un’ondata di ricorsi al TAR. Rimane infatti nelle commissioni il membro locale nominato dalle facoltà banditrici mentre gli altri commissari saranno sorteggiati da una rosa comunque eletta, dunque inquinata da pratiche poco trasparenti, in un numero che in molti casi è superiore all’effettiva disponibilità di ordinari eleggibili.

Se i tagli venissero cancellati, ma così non è, sarebbe quantomeno interessante la riduzione posta ai limiti sul turn over con il vincolo del 60% delle risorse da destinare a concorsi per il reclutamento di nuovi ricercatori. Ma consentire alle Università “virtuose” di utilizzare quelle risorse anche per contratti precari vuol dire regalare agli Atenei un nuovo strumento di ricatto e precarizzazione riducendo i posti in ruolo. Le Università preferiranno bandire concorsi per contratti a termine che non vengono contabilizzati all’interno di quel famigerato 90% dei costi per il personale sul fondo di finanziamento ordinario che serve a stabilire il livello di “virtuosità” degli atenei.

Insomma. Tranne qualche spicciolo destinato a finanziarie borse di studio e nuove residenze per gli studenti, la nuova legge del Governo Berlusconi si configura come una presa per i fondelli che non dice nulla sui problemi strutturali dell’Università, anzi li peggiora. Diritto allo studio, precarietà della ricerca, trasparenza dei concorsi, valutazione seria della qualità della produzione scientifica e dell’offerta didattica degli atenei. Su nulla di tutto ciò la nuova legge sembra offrire risposte concrete. Per questa ragione Rifondazione Comunista, nell’ambito di un salto di qualità nelle attività di movimento, annuncia una campagna di mobilitazioni per una Università che sia veramente un luogo di emancipazione sociale attraverso il libero accesso alla conoscenza e a una ricerca libera dal ricatto della precarietà e dal condizionamento dei mercati. Il tutto sarà connesso a una più ampia battaglia nelle università e nella società per una radicale democratizzazione della politica e delle coscienze.

 

Fabio de Nardis

Responsabile Nazionale Università e Ricerca Prc-Se 

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sabato, gennaio 03, 2009

Ecco di seguito una parte di un mio dialogo con Dimitri Tsanakopulos, uno dei leader dell'intifada greca, che ho avuto il piacere di incontrare di recente. L'intervista integrale è stata pubblicata su Liberazione il 25 dicembre. Buona lettura e buone riflessioni.

La rivolta dei giovani greci non sembra dare segni di cedimento, al contrario sembra acquisire maggiore forza trasformandosi in un movimento sociale destinato a lasciare i suoi segni nella società ellenica e in Europa in generale. Fin dall’inizio abbiamo notato molti elementi di similitudine con il nostro movimento dell’ONDA che come in Grecia si mobilita contro il tentativo del governo di destra di svuotare la struttura pubblica della formazione. Il motto dei giovani italiani, “noi la crisi non la paghiamo”, ci parla di un movimento che nasce nel contesto dello Stato nazione ma assume nella sua agenda un tema di carattere globale rappresentato dalla crisi planetaria del sistema capitalistico. Non pensi anche tu che vi siano le condizioni per la creazione di un grande movimento transnazionale che parte dal mondo della conoscenza assumendo nella libertà di accesso ai saperi un antidoto contro le politiche neoliberali e l’ideologia che le sostengono?       

 

La situazione sociale e del sistema dell’istruzione in Grecia presenta a mio avviso molti elementi di similitudine con l’Italia. I problemi e gli obiettivi degli studenti greci sono simili a quelli del movimento italiano. Lo Stato capitalista sta esportando la sua logica in ogni campo, anche dove le cose funzionavano con un sistema diverso. L’istruzione era pubblica, ma la borghesia sta tentando di riorganizzarla sulla base della logica del capitale, che può essere espressa come produzione di beni e servizi ai fini dello scambio e del profitto; cosa che ha cercato di fare il governo greco di destra nel 2006 dopo essere intervenuto su un articolo della costituzione che vieta l’ingresso del capitale privato nelle strutture pubbliche. Il movimento studentesco che partì allora con molta forza non lo permise. Ma ora il governo sta di nuovo tornando indietro con il riconoscimento dei diplomi che vengono dati nelle scuole private. I problemi sono dunque simili. L’unica cosa che posso aggiungere è che la strategia della sinistra radicale dovrebbe orientarsi verso un obiettivo strategico, cioè ridurre i processi di mercificazione sociale laddove la logica neoliberista vorrebbe introdurli. Stiamo vivendo una situazione molto difficile da decifrare ma credo che dobbiamo cominciare un dialogo con tutte le forze della sinistra a livello europeo per sincronizzare così i nostri passi, con l’obiettivo di costruire un movimento di massa più ampio e articolato.

 

Siamo d’accordo. La dimensione europea è il luogo dove costruire politicamente l’unità di un movimento anticapitalista anche attraverso il raccordo di quelle forze politiche organizzate che già da anni trovano un riferimento comune nel Partito della sinistra europea di cui anche il Synaspismos, insieme al Prc è parte integrante. Ma torniamo per un momento alla Grecia. Il movimento studentesco sembra essere esploso quasi all’improvviso in realtà noi sappiamo che una coscienza critica organizzata è presente nel tessuto sociale della Grecia contemporanea così come in Italia, dove il movimento degli studenti ha potuto contare su un sedimento di cultura critica e capacità organizzativa vivo grazie all’azione quotidiana di quelle forze sociali e politiche capaci di esprimere la propria soggettività anche in periodi di riflusso politico. Non credi sia così.

 

Certamente, ma aggiungo dell’altro. Louis Althusser in un suo saggio spiegava come nascono le rivolte e parlava dell’incontro imprevedibile di una serie di fattori che portano alla rivoluzione, affermando che il movimento della storia non è lineare ma va per salti e rotture e modifica gli equilibri sociali. E’ ciò che sta succedendo in Grecia. L’uccisione di un giovane di 15 anni, la crisi economica, gli scandali a livello governativo, la crescita della sinistra negli ultimi due anni, la mancanza di prospettive di vita futura per studenti e lavoratori, tutto questo costituisce il quadro imprevisto della situazione attuale. Per quanto riguarda la rivolta è stata una cosa spontanea nei primi tre giorni, con incidenti dovunque senza controllo e con una spinta alla violenza senza obiettivi precisi, ciò che abbiamo chiamato “feticismo della violenza”. E questo nonostante la presenza di forme di organizzazione dei partiti della sinistra. Dopo, sia gli studenti delle scuole superiori che dell’Università hanno cominciato a riorganizzarsi con obiettivi politici e ora la situazione è nelle loro mani. Anche oggi mi giunge notizia di una manifestazione di 30.000 studenti, manifestazioni in ogni città della Grecia dove c’è un’università. Ci sono 225 Università occupate. Ci troviamo di fronte a un enorme movimento di giovani e la sinistra radicale dovrebbe lavorare per politicizzarlo sempre di più.

 

Anche in Grecia sappiamo che la situazione politica è piuttosto complessa. Da un lato la destra al governo, dall’altro un partito socialista che vive una situazione di stallo perché esattamente come avviene nel partito democratico in Italia, non riesce a risolvere la contraddizione di essere pienamente subalterno al progetto neoliberale in crisi. In Italia il Pd ha cercato inizialmente di cavalcare le istanze di movimento ma quasi subito è emerso il suo vero piano, e cioè puntare alla smobilitazione per individuare spazi di consociazione con la destra berlusconiana dentro un contesto di contiguità culturale e politica. Il movimento in Italia non può trovare sbocchi istituzionali in Grecia la situazione è forse diversa?

 

Capisco. Mi limiterò a fare alcune considerazioni politiche su tre soggetti: il Governo, il Pasok, e il Partito Comunista. Il governo è nel panico e non sa che fare e ricorre a una repressione massiccia per risolvere la situazione terrorizzando il movimento, che però è determinato e non tornerà indietro. La destra al Governo è impreparata a questa situazione e incapace di trovare una risposta politica cambiando i suoi orientamenti per prendere in considerazione le istanze poste dal movimento. Il Pasok invece dorme, si limita di accusare il Governo in un gioco delle parti quasi grottesco; non ha detto una parola sulla mancanza di prospettive e di futuro per studenti e lavoratori, noi pensiamo che loro siano l’altra opzione del capitalismo, in linea con l’orientamento generale espresso a livello europeo dal Pse, e dunque la soluzione dei problemi posti dal movimento non può passare attraverso i dialogo con il Pasok. Per quanto riguarda il Partito Comunista ci dispiace constatare una miopia di fondo. Il Kke è fuori dal movimento, se non addirittura contro questa rivolta, non capisce che la lotta di classe non è una partita di calcio. Un movimento include tante componenti e opzioni, non solo le sue parti organizzate, noi stiamo cercando di dire loro che dovrebbero essere interni alla rivolta in modo da dare un esempio di organizzazione e di costruire un’egemonia, come insegnava Gramsci. Esattamente ciò che riesce a fare il Prc in Italia. Loro invece spiegano la rivolta attraverso una sorta di teoria del complotto, della cospirazione, secondo cui i giovani che hanno fatto atti di violenza sono agenti infiltrati dell’imperialismo.

 

Come Prc stiamo elaborando un’analisi del conflitto che parta proprio dalla crisi del modello di produzione capitalistico. A nostro avviso, da questa crisi si può uscire o da destra, attraverso la chiusura degli spazi della democrazia reale, o da sinistra, attraverso un forte sostegno pubblico alla domanda qualificata, dentro un processo che sia democratico, pacifico e ricostruttore di natura, non riducibile quindi alle vecchie ricette keynesiane fondate sull’idea dello sviluppo illimitato e su pratiche di consumo individualistiche. Questo significa sostegno alla ricerca, all’innovazione tecnologica ed energetica, all’ambiente, alla conoscenza e alla promozione di consumo sociale in contrasto con un sistema capitalistico che si riconfigura anche nelle forme del capitalismo cognitivo.

 

Sono d’accordo. Come Synaspismos stiamo elaborando un programma politico che dovrebbe offrire il quadro di un’uscita dalla crisi, proprio in risposta a questa esplosione che dimostra quanto sia necessaria una soluzione. Ciò che ci poniamo è indagare la crisi del modo di produzione capitalistico, il nostro slogan è che dobbiamo riappropriarci di tutto. Stiamo cercando di spiegare a chi è estraneo alla rivolta che la logica del profitto deve essere sostituita da una logica che parta dai bisogni delle persone e che questo modello di sviluppo basato sul valore di scambio dovrebbe essere basato sul valore d’uso.  Pensiamo ancora che questa rivolta sia un’opportunità per la sinistra per riconquistare le proprie radici all’interno del movimento di massa. Faccio un esempio: ci sono persone anziane che inseguono la polizia per strada per proteggere i giovani. Ogni giorno assistiamo ad atti di solidarietà di persone che non sono di sinistra nei confronti degli studenti. Assistiamo a un grande sommovimento sociale, si è rotto un equilibrio. Per questo pensiamo che possiamo riprendere le nostre radici, ma non dobbiamo per questo raccontarci delle storie, perché non siamo di fronte a una crisi strutturale dello Stato né alla vigilia della rivoluzione. Però è chiaro che questo è un punto di non ritorno. La Grecia e forse l’Italia non sono né saranno più le stesse.

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